SPEDIZIONE A FREEPORT (BAHAMAS)  DAL 15.10.2005 AL 21.10.2005 - scopo della spedizione: riprendere gli Squali GRIGI DI BARRIERA nel loro habitat e marcarli con nuovi dispositivi satellitari, pop-up, e logger, usando la Relax Immobility. Ma l'uragano Wilma blocca tutto!

Wilmaaaa, dammi la clava! Cronaca di un uragano

 

Freeport, Grand Bahama Island. Spiagge bianche, mare cristallino ricco di fauna, cielo azzurro e temperatura piacevole, non troppo calda né troppo umida. Questo sulla carta.

Venti a 180 km orari, alberi sradicati, tetti divelti e barche affondate (tra cui la nostra): questo ciò che abbiamo trovato ad attendere la più sfortunata spedizione della Shark Academy che si ricordi. Come accade quattro o cinque volte all’anno organizziamo spedizioni in tutto il mondo per far visita in modo più o meno mirato a qualche specie di squalo. Anche questa volta le intenzioni erano buone, anzi, ottime: dieci – dodici immersioni di cui almeno la metà tra gli squali grigi dei Caraibi che avremmo dovuto marcare con targhette identificative (TAG) di nuova concezione. Tutto (o quasi) era stato pianificato nei minimi dettagli dai quattro partecipanti: partenza per Freeport Sabato 22/10, pernottamento in villaggio all inclusive con relativo pacchetto immersioni, barca privata, esca e pastura come se piovesse, decine di TAG pronti ad essere attaccati alle pinne dorsali dei simpatici pescetti, attrezzatura per foto e filmati che avrebbero dovuto documentare l’intera operazione.

A pochi giorni dalla partenza, nubi minacciose si addensano sui Caraibi proiettando la loro ombra sulle – fino a quel punto – ottime possibilità di successo della spedizione. Wilma, l’uragano preistorico, prende forma attestandosi in breve su una modesta intensità 5 (su una scala che va da 1 a 5). Non ci resta che sperare che le decine di esperti che si occupano di tracciare gli uragani e di prevederne la relativa rotta si siano bevuti il cervello, ostinandosi a volerlo veder passare da Miami, per poi investire con precisione millimetrica proprio Freeport. Il tempismo quasi svizzero con il quale Wilma piomberà sulle Bahamas in modo tale da creare disagi prima, durante e dopo il suo passaggio ha, infine, del diabolico: arriverà abbastanza presto da agitare il mare già ad un paio di giorni dal suo arrivo, ma abbastanza tardi da non lasciare il tempo di porre rimedio ad eventuali danni a barche, bombole, diving e compressori prima del nostro rientro in Italia. Ma queste sono considerazioni marginali per chi, come noi, da mesi aspetta con ansia di infilarsi di nuovo la tre millimetri.

Un membro della spedizione (il nostro esimio presidente Riccardo) – già dalla settimana precedente bloccato ai Giardini della Regina dallo sciagurato uragano- riesce miracolosamente a comunicare al sottoscritto la propria impossibilità a raggiungere il resto del gruppo mentre il sottoscritto medesimo sta per varcare la soglia del Boeing 777 che lo porterà da Londra a Miami (a proposito, da dove avrebbe dovuto passare Wilma prima di arrivare a Freeport?). Che fare? Ormai ci siamo, tanto vale partire ugualmente con o senza il presidente.

All’arrivo a Freeport mi attende un caldo afoso in perfetto stile jungla amazzonica che poi mi diranno essere dovuto all’imminente arrivo di Wilma (di nuovo lei!). Fortunatamente, contrariamente alle mie previsioni, gli altri due membri della spedizione (Andrea e Antonella) sono arrivati regolarmente… almeno avrò qualcuno con cui lagnarmi della situazione. La prima e la seconda immersione, Wilma o non Wilma, riusciamo a farle senza problemi. Visibilità ottima (al punto da avere un riverbero fastidioso dovuto alla luce del sole che si specchia sul fondale di sabbia bianca), acqua a 30°C (praticamente un brodo), un paio di femmine di perezi che ci nuotano intorno incuriosite, cernie, carangidi e una remora che ci gira intorno con la sua aria ebete per cercare di capire se valga la pena attaccarsi ad uno di noi o meno. Decidiamo di immergerci anche nel pomeriggio, destinazione: Shark Alley. Già, ma non abbiamo tenuto in considerazione che le code dell’uragano cominciano a dare i primi problemi o, almeno, questo è quello che dicono le previsioni. Risultato: niente immersione, burrasca in arrivo intorno alle 14. Alle 17 il mare è piatto, di burrasca neanche l’ombra, ma definirci di buon umore sarebbe quantomeno azzardato. La serata è divertente, considerando che nell’attesa dell’arrivo dell’uragano molti si preoccupano di far provviste grazie alle quali sopravvivere nelle 10 ore che dovranno trascorrere chiusi in camera, sfuggendo alle ire di Wilma. Il record di provviste messe da parte lo detiene una famiglia di Livornesi, usciti dal buffet con una pila di piatti di carta contenenti cosce di pollo, pasta al forno e quant’altro, sufficiente per una seconda campagna di Russia. Curiosamente, quasi tutti si preoccupano di stoccare tonnellate di cibo, ma nessuno di far scorta d’acqua. Ridiamo immaginandoli arsi dalla sete a leccare i vetri bagnati dall’uragano dopo aver mangiato pollo speziato e padellate di patate fritte. La notte scorre tranquilla se non per una leggera brezzolina che, verso le 5 del mattino, si alza producendo un rumore simile a quello di un F104 al decollo. Capiamo che, forse, ci siamo. Passiamo dal ristorante a fare colazione, poi scatta il coprifuoco: tutti in camera fino a nuovo ordine. Le consegne sono: non mettere il naso fuori dalla camera, in caso saltino i vetri, tutti chiusi in bagno allegramente abbracciati al water in attesa che Wilma si levi di torno. Verso le dodici, il vento è fortissimo e si fa fatica a star fuori anche a causa delle migliaia di granelli di sabbia che colpiscono con precisione millimetrica gli occhi. Nel frattempo, siamo rimasti senza telefono, luce ed acqua, ma la situazione non sembra essere grave. Verso le 15 cominciano a volare le tegole e qualche albero comincia ad andare giù sotto la forza del vento. Alle 16 circa, Wilma arriva e ce ne accorgiamo. I lampioni del campo da tennis davanti a camera nostra vacillano, i vetri della palestra saltano, rumori sinistri arrivano dal tetto e tegole, rami, noci di cocco, sedie  e quant’altro volano ovunque. Le sedie sul balcone cominciano ad animarsi e ad andarsene in giro allegramente, al che decidiamo di metterle in camera, prima che finiscano contro i vetri spaccandoli (l’idea di passare quattro ore chiusi in bagno non ci fa impazzire). L’operazione non è difficoltosa, mentre risulta parecchio difficoltoso riuscire a richiudere la porta una volta aperta. Nel momento di massima intensità la situazione è piuttosto impressionante ed è amplificata dal fatto che non sappiamo se continuerà a peggiorare o meno. Quantomeno, abbiamo avuto la brillante idea di sistemare degli asciugamani sotto porte e finestre così che l’acqua che viene letteralmente sparata all’interno della camera attraverso le “guarnizioni” delle porte non finisca per allagare tutto. Lo stratagemma funziona e rimaniamo all’asciutto (quasi) fino alla fine dell’avventura. Il vento inizia a diminuire di intensità, volano meno oggetti e smette  di piovere quasi del tutto. Tentiamo una sortita e diamo un’occhiata in giro. Alcune stanze sono letteralmente allagate, ma le facce sono rilassate… nessuno si è fatto male, almeno.

A coprifuoco terminato usciamo a fare una stima dei danni. La spiaggia è stata spostata in piscina, una buona spanna di sabbia per tutta la lunghezza della spiaggia è stata rimossa e si trova ora da qualche parte nel villaggio. Un tetto di un’unità abitativa del villaggio è sparito chissà dove, le saracinesche di metallo che tenevano chiuso il chiosco degli hamburger (sigh!) sono state strappate via. Tegole, ventilatori da soffitto e pezzi di tetto sono sparsi dappertutto, i simpatici ombrelloni in legno ancorati al terreno da una base di cemento sono sparsi ovunque, molte delle piante del villaggio sono state sradicate o danneggiate e molte recinzioni sono sparite, trasportate chissà dove. Ma quel che è peggio (e questo lo sapremo il giorno dopo) Wilma ha fatto visita al diving, allagando la sala compressori, portandosi via qualche bombola e, già che c’era, rovesciando e affondando la nostra barca.

Fatti due rapidi conti, sembrerebbe che le nostre immersioni finiscano qui. I ragazzi del diving, molto disponibili e gentili, tra una riparazione e l’altra riescono invece ad accordarsi con il diving Xanadou che ci porterà in immersione a Shark Alley un paio di giorni dopo. La visibilità è quel che è, nonostante siano passati quasi tre giorni dal passaggio di Wilma. C’è corrente, la temperatura dell’acqua si è abbassata, ma gli squali ci sono: alleluia. Sono una decina di Carcharhinus perezi, tutte femmine, di lunghezza variabile tra i due metri e i due e mezzo. Non molto grandi e abituate alla vista dei subacquei. Purtroppo la sospensione non consente di fare foto di qualità e allora tanto vale godersi lo spettacolo, cosa che facciamo con piacere. Inginocchiati su un fondale sabbioso sui quindici metri guardiamo gli squali girarci intorno incuriositi, ma molto interessati al contenitore che contiene alcuni pezzi di pesce che ci consente di tenerli vicini a noi. I 45 minuti di immersione scorrono in un lampo ed è tempo di trovarsi alla cima dell’ancora per la sosta di sicurezza. Gli squali sono sotto di noi e non ci lasciano un istante, ma non si avvicinano mai alla superficie - atteggiamento tipico dei grigi dei Caraibi che già avevo notato a Cuba.

Sulla barca (freddo a parte) le espressioni sono più distese: abbiamo visto gli squali in ogni immersione, ci abbiamo nuotato in mezzo per oltre mezz’ora, nessuno si è fatto male né con loro né con Wilma e, in fondo, siamo contenti così e cominciamo a fare progetti per il futuro. Prossima meta: il Sudafrica per immergerci con gli squali tigre a Durban e gli squali bianchi a Dyer Island, ma non ditelo a Wilma tanto per allora i posti saranno già tutti prenotati.