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Wilmaaaa,
dammi la clava! Cronaca di un uragano
Freeport,
Grand Bahama Island. Spiagge bianche, mare cristallino
ricco di fauna, cielo azzurro e temperatura piacevole, non
troppo calda né troppo umida. Questo sulla carta.
Venti
a 180 km orari, alberi sradicati, tetti divelti e barche
affondate (tra cui la nostra): questo ciò che abbiamo
trovato ad attendere la più sfortunata spedizione della
Shark Academy che si ricordi. Come accade quattro o cinque
volte all’anno organizziamo spedizioni in tutto il mondo
per far visita in modo più o meno mirato a qualche specie
di squalo. Anche questa volta le intenzioni erano buone,
anzi, ottime: dieci – dodici immersioni di cui almeno la
metà tra gli squali grigi dei Caraibi che avremmo dovuto
marcare con targhette identificative (TAG) di nuova
concezione. Tutto (o quasi) era stato pianificato nei
minimi dettagli dai quattro partecipanti: partenza per
Freeport Sabato 22/10, pernottamento in villaggio all
inclusive con relativo pacchetto immersioni, barca
privata, esca e pastura come se piovesse, decine di TAG
pronti ad essere attaccati alle pinne dorsali dei
simpatici pescetti, attrezzatura per foto e filmati che
avrebbero dovuto documentare l’intera operazione.
A
pochi giorni dalla partenza, nubi minacciose si addensano
sui Caraibi proiettando la loro ombra sulle – fino a
quel punto – ottime possibilità di successo della
spedizione. Wilma, l’uragano preistorico, prende forma
attestandosi in breve su una modesta intensità 5 (su una
scala che va da 1 a 5). Non ci resta che sperare che le
decine di esperti che si occupano di tracciare gli uragani
e di prevederne la relativa rotta si siano bevuti il
cervello, ostinandosi a volerlo veder passare da Miami,
per poi investire con precisione millimetrica proprio
Freeport. Il tempismo quasi svizzero con il quale Wilma
piomberà sulle Bahamas in modo tale da creare disagi
prima, durante e dopo il suo passaggio ha, infine, del
diabolico: arriverà abbastanza presto da agitare il mare
già ad un paio di giorni dal suo arrivo, ma abbastanza
tardi da non lasciare il tempo di porre rimedio ad
eventuali danni a barche, bombole, diving e compressori
prima del nostro rientro in Italia. Ma queste sono
considerazioni marginali per chi, come noi, da mesi
aspetta con ansia di infilarsi di nuovo la tre millimetri.
Un
membro della spedizione (il nostro esimio presidente
Riccardo) – già dalla settimana precedente bloccato ai
Giardini della Regina dallo sciagurato uragano- riesce
miracolosamente a comunicare al sottoscritto la propria
impossibilità a raggiungere il resto del gruppo mentre il
sottoscritto medesimo sta per varcare la soglia del Boeing
777 che lo porterà da Londra a Miami (a proposito, da
dove avrebbe dovuto passare Wilma prima di arrivare a
Freeport?). Che fare? Ormai ci siamo, tanto vale partire
ugualmente con o senza il presidente.
All’arrivo
a Freeport mi attende un caldo afoso in perfetto stile
jungla amazzonica che poi mi diranno essere dovuto
all’imminente arrivo di Wilma (di nuovo lei!).
Fortunatamente, contrariamente alle mie previsioni, gli
altri due membri della spedizione (Andrea e Antonella)
sono arrivati regolarmente… almeno avrò qualcuno con
cui lagnarmi della situazione. La prima e la seconda
immersione, Wilma o non Wilma, riusciamo a farle senza
problemi. Visibilità ottima (al punto da avere un
riverbero fastidioso dovuto alla luce del sole che si
specchia sul fondale di sabbia bianca), acqua a 30°C
(praticamente un brodo), un paio di femmine di perezi che
ci nuotano intorno incuriosite, cernie, carangidi e una
remora che ci gira intorno con la sua aria ebete per
cercare di capire se valga la pena attaccarsi ad uno di
noi o meno. Decidiamo di immergerci anche nel pomeriggio,
destinazione: Shark Alley. Già, ma non abbiamo tenuto in
considerazione che le code dell’uragano cominciano a
dare i primi problemi o, almeno, questo è quello che
dicono le previsioni. Risultato: niente immersione,
burrasca in arrivo intorno alle 14. Alle 17 il mare è
piatto, di burrasca neanche l’ombra, ma definirci di
buon umore sarebbe quantomeno azzardato. La serata è
divertente, considerando che nell’attesa dell’arrivo
dell’uragano molti si preoccupano di far provviste
grazie alle quali sopravvivere nelle 10 ore che dovranno
trascorrere chiusi in camera, sfuggendo alle ire di Wilma.
Il record di provviste messe da parte lo detiene una
famiglia di Livornesi, usciti dal buffet con una pila di
piatti di carta contenenti cosce di pollo, pasta al forno
e quant’altro, sufficiente per una seconda campagna di
Russia. Curiosamente, quasi tutti si preoccupano di
stoccare tonnellate di cibo, ma nessuno di far scorta
d’acqua. Ridiamo immaginandoli arsi dalla sete a leccare
i vetri bagnati dall’uragano dopo aver mangiato pollo
speziato e padellate di patate fritte. La notte scorre
tranquilla se non per una leggera brezzolina che, verso le
5 del mattino, si alza producendo un rumore simile a
quello di un F104 al decollo. Capiamo che, forse, ci
siamo. Passiamo dal ristorante a fare colazione, poi
scatta il coprifuoco: tutti in camera fino a nuovo ordine.
Le consegne sono: non mettere il naso fuori dalla camera,
in caso saltino i vetri, tutti chiusi in bagno
allegramente abbracciati al water in attesa che Wilma si
levi di torno. Verso le dodici, il vento è fortissimo e
si fa fatica a star fuori anche a causa delle migliaia di
granelli di sabbia che colpiscono con precisione
millimetrica gli occhi. Nel frattempo, siamo rimasti senza
telefono, luce ed acqua, ma la situazione non sembra
essere grave. Verso le 15 cominciano a volare le tegole e
qualche albero comincia ad andare giù sotto la forza del
vento. Alle 16 circa, Wilma arriva e ce ne accorgiamo. I
lampioni del campo da tennis davanti a camera nostra
vacillano, i vetri della palestra saltano, rumori sinistri
arrivano dal tetto e tegole, rami, noci di cocco, sedie
e quant’altro volano ovunque. Le sedie sul
balcone cominciano ad animarsi e ad andarsene in giro
allegramente, al che decidiamo di metterle in camera,
prima che finiscano contro i vetri spaccandoli (l’idea
di passare quattro ore chiusi in bagno non ci fa
impazzire). L’operazione non è difficoltosa, mentre
risulta parecchio difficoltoso riuscire a richiudere la
porta una volta aperta. Nel momento di massima intensità
la situazione è piuttosto impressionante ed è
amplificata dal fatto che non sappiamo se continuerà a
peggiorare o meno. Quantomeno, abbiamo avuto la brillante
idea di sistemare degli asciugamani sotto porte e finestre
così che l’acqua che viene letteralmente sparata
all’interno della camera attraverso le “guarnizioni”
delle porte non finisca per allagare tutto. Lo stratagemma
funziona e rimaniamo all’asciutto (quasi) fino alla fine
dell’avventura. Il vento inizia a diminuire di intensità,
volano meno oggetti e smette
di piovere quasi del tutto. Tentiamo una sortita e
diamo un’occhiata in giro. Alcune stanze sono
letteralmente allagate, ma le facce sono rilassate…
nessuno si è fatto male, almeno.
A
coprifuoco terminato usciamo a fare una stima dei danni.
La spiaggia è stata spostata in piscina, una buona spanna
di sabbia per tutta la lunghezza della spiaggia è stata
rimossa e si trova ora da qualche parte nel villaggio. Un
tetto di un’unità abitativa del villaggio è sparito
chissà dove, le saracinesche di metallo che tenevano
chiuso il chiosco degli hamburger (sigh!) sono state
strappate via. Tegole, ventilatori da soffitto e pezzi di
tetto sono sparsi dappertutto, i simpatici ombrelloni in
legno ancorati al terreno da una base di cemento sono
sparsi ovunque, molte delle piante del villaggio sono
state sradicate o danneggiate e molte recinzioni sono
sparite, trasportate chissà dove. Ma quel che è peggio
(e questo lo sapremo il giorno dopo) Wilma ha fatto visita
al diving, allagando la sala compressori, portandosi via
qualche bombola e, già che c’era, rovesciando e
affondando la nostra barca.
Fatti
due rapidi conti, sembrerebbe che le nostre immersioni
finiscano qui. I ragazzi del diving, molto disponibili e
gentili, tra una riparazione e l’altra riescono invece
ad accordarsi con il diving Xanadou che ci porterà in
immersione a Shark Alley un paio di giorni dopo. La
visibilità è quel che è, nonostante siano passati quasi
tre giorni dal passaggio di Wilma. C’è corrente, la
temperatura dell’acqua si è abbassata, ma gli squali ci
sono: alleluia. Sono una decina di Carcharhinus perezi,
tutte femmine, di lunghezza variabile tra i due metri e i
due e mezzo. Non molto grandi e abituate alla vista dei
subacquei. Purtroppo la sospensione non consente di fare
foto di qualità e allora tanto vale godersi lo
spettacolo, cosa che facciamo con piacere. Inginocchiati
su un fondale sabbioso sui quindici metri guardiamo gli
squali girarci intorno incuriositi, ma molto interessati
al contenitore che contiene alcuni pezzi di pesce che ci
consente di tenerli vicini a noi. I 45 minuti di
immersione scorrono in un lampo ed è tempo di trovarsi
alla cima dell’ancora per la sosta di sicurezza. Gli
squali sono sotto di noi e non ci lasciano un istante, ma
non si avvicinano mai alla superficie - atteggiamento
tipico dei grigi dei Caraibi che già avevo notato a Cuba.
Sulla
barca (freddo a parte) le espressioni sono più distese:
abbiamo visto gli squali in ogni immersione, ci abbiamo
nuotato in mezzo per oltre mezz’ora, nessuno si è fatto
male né con loro né con Wilma e, in fondo, siamo
contenti così e cominciamo a fare progetti per il futuro.
Prossima meta: il Sudafrica per immergerci con gli squali
tigre a Durban e gli squali bianchi a Dyer Island, ma non
ditelo a Wilma tanto per allora i posti saranno già tutti
prenotati. |