Attacco mortale in Brasile
San Paolo, Brasile (Reuters) 8 Marzo 2001

Uno squalo ha ucciso un giovane Brasiliano al largo della spiaggia di Recife, nel Nord Est del Brasile, conosciuta, dicono le autorita', per gli attacchi di squalo.

Il corpo di uno studente di 20 anni e' stato rinvenuto nella famosa spiaggia di Boa Viagem due giorni dopo la sua scomparsa mentre stava notando.
"La parte anteriore del torace e tutti gli organi interno erano stati asportati", ha detto il dott. Jorge Mota dell'Istituto di Medicina Legale. " Il corpo mancava anche di un avambraccio, di una parte della faccia e della coscia". Non e' stato possibile stabilire se il giovane stesse nuotando al di la della barriera corallina che corre lungo la costa della citta', situata a 1700 miglia (2700 km) a Nordest di San Paolo. Recife infatti e' il nome Portoghese del reef. Il Governo dello Stato di Pernabuco, ha avvertito i bagnanti di non avventurarsi al di la de reef. Ha proibito il surf in tutta l'area nel 1999, dopo che un giovane aveva perduto le mani a causa dell'attacco di uno squalo, sempre a Boa Viagem. Questo e' il l'attacco n. 33 avvenuto nell coste piu' meridionali del Pernabuco, l'undicesimo mortale dal 1992.
La specie responsabile dell'attacco non e' stata identificata.

Attacco in Australia
Tratto da "Repubblica" del 6 febbraio 2001

SYDNEY - 5-2-2001 - Il morso che gli ha quasi staccato una gamba non l'ha scoraggiato. Quel grosso squalo che l'ha attaccato l'ha ferito nel corpo ma non nello spirito. E cosi', sanguinante, in mezzo al mare e con una gamba malconcia, un surfista australiano ha fatto quello che a volte si vede fare nei film d'azione. Ha preso una cima del suo windsurf, l'ha legata stretta intorno alla gamba ferita ed ha bloccato il sangue che usciva a fiotti. Poi, a nuoto, ha raggiunto la riva. A quel punto si è fatto una passeggiata fino a casa e solo allora e' stato preso in consegna da un'ambulanza. C'e' il lieto fine per questo nuovo attacco di uno squalo ai surfisti che solcano i mari dell'Australia. Stavolta e' accaduto presso la costa a nord di Sydney. Mark Butler, 48 anni, insegnante e padre di tre figli, era in mare con la tavola quando, all'improvviso e' spuntato lo squalo. Un attacco improvviso, il morso dell'animale che ferisce Butler alla gamba poco sopra al ginocchio. Lo squalo si allontana. Butler, circondato da acqua e sangue non si perde d'animo. Prende la corda di sicurezza del surfboard, la usa come laccio emostatico e raggiunge la spiaggia di Brooms Head. Tocca terra e barcollando percorre i 500 meri che lo separano da casa. A quel punto viene prelevato da un elicottero-ambulanza che lo trasporta all'ospedale di Lismore, dove i medici riescono a salvargli la gamba dopo un'operazione di quasi due ore. "E' un uomo fortunato: ha perduto oltre un litro di sangue ma lo squalo ha mancato l'osso e le arterie maggiori per un centimetro - spiega il chirurgo che lo ha operato, il dott Jack Ashworth - Non ricorda niente dello squalo, ma è molto sollevato del fatto di avere ancora la gamba sinistra. Ha perso una quantita' sostanziale di muscolo, ma potra' camminare ancora".

Catturato squalo elefante.
di Antonio Nonnis da fonte televisiva.

- 5 Febbraio 2001 - Gallipoli (lecce).
Specie catturata Cetorhinus maximus
Alcuni pescatori hanno trovato uno squalo elefante di 10 metri impigliato nelle loro reti a Porto Gaio. Hanno allertato la capitaneria e trainato fino al porto di Gallipoli il grosso squalo, che e' stato visitato e considerato in condizioni tali da poter essere liberato in breve tempo.

Attacco di squalo a Cuba
di Marc Baldwin

24 Gennaio 2001
Vittima Solie Hamalainen (femmina)
Localita' Costa Verde Resort, Guardalaucaca, Cuba.
Specie attaccante Sconosciuta

La donna nuotava col marito a 15-20 metri dalla riva, quando un grosso squalo l'ha afferrata per un braccio e trascinata sott'acqua. Il marito e' riuscito a far allontanare l'animale e l'ha soccorsa fino a metterla in salvo sulla spiaggia. Un elicottero l'ha trasportata al Toronto Hospital, dove le sono state riscontrate profonde lacerazioni nella parte superiore del braccio, al punto che le si vedeva l'osso attraverso i tessuti. E' stata sottoposta a due operazioni, e altre sono previste per il futuro. Ci sono dubbi sul recupero al 100 per 100 della funzionalita', ma la riabilitazione procede bene.

Australia, uno squalo uccide un uomo
Tratto da "La Repubblica" del 6 Novembre 2000.

Ha attaccato un gruppo di nuotatori a pochi metri dalla spiaggia. Ferito un altro bagnante.
PERTH - 6 Novembre 2000
"Era uno squalo enorme, davvero enorme. C'era un mare di sangue mentre quella bestia si accaniva su quel poveretto". Eccolo il racconto dell'orrore visto dalla spiaggia. Dieci metri più avanti, uno squalo bianco di cinque metri aveva appena finito di attaccare due uomini, uccidendone uno e ferendo in modo grave l'altro. E' successo all'alba di oggi a Perth, in Australia. Un gruppo di amici decide, come tutte le mattine, di farsi una nuotata. Vanno alla spiaggia di Cottesloe e si tuffano in mare. All'improvviso si materializza uno squalo bianco. L'enorme pesce vede i nuotatori e attacca. Si accanisce contro un uomo, lo azzanna alla gamba e lo trascina per decine di metri. Poi lo lascia e si avventa contro un altro. Il primo uomo muore, il secondo se la cava con gravi ferite alla gamba. Dalla spiaggia danno l'allarme. La polizia fa evacuare la spiaggia e cominciano le ricerche: dall'alto con gli elicotteri, in mare con decine di imbarcazioni, ma dell'animale non c'e' traccia. Scomparso. L'obiettivo e' quello di far allontanare lo squalo dalla riva. Per ucciderlo infatti sarebbe necessario un permesso speciale: lo squalo "white pointer" e' una specie protetta in Australia. Con la memoria si corre alla ricerca degli attacchi precedenti. Quello di oggi e' il primo attacco mortale di squalo a Perth in più di 30 anni, mentre poche fa settimane due attacchi mortali sono stati segnalati nel sud dell'Australia.

Moria di squali lascia perplessi gli esperti
Fonte: www.cnn.com
18 ottobre 2000 messo in linea alle 2:27 p.m. EDT (1827 GMT)

PANAMA CITY, Florida (Cnn)-- I biologi federali e della Florida perplessi dalla morte di piu' di 100 squali spiaggiati in una piccola baia a Panama City, Florida. Si tratta di due specie costiere comuni, il pinna nera (Carcharhinus brevipinna ?) e lo squalo dal naso aguzzo atlantico (Rhizoprionodon terraenovae ?). Le prime notizie della moria risalgono a Lunedi' 23-10-00. Un biologo ricercatore marino, Enric Cortes, col National Marine Fisheries Service di Panama City, esaminarono circa 50 animali. Cortes dichiaro' che non mostravano segni di ferite da parte di pescatori, che la morte potrebbe essere stata causata da una malattia e che le morie di massa negli squali sono estremamente rare. Un altro possibile imputato e' la qualita' dell'acqua, ma sembra improbabile, in quanto nessun altro animale pare coinvolto nella moria. La marea rossa, un'infiorescenza di un'alga che puo' causare la morte dei pesci, e' stata notata nell'area nelle ultime settimane. Test sui tessuti degli squali morti sono stati effettuati per capire se l'alga rossa possa essere coinvolta, e nel caso che dessero responso negativo Cortes afferma che c'e' una grande probabilita' che il fatto rimanga avvolto nel mistero.

Turista morsa da uno squalo al largo di Maui
Fonte: www.cnn.com
Venerdi', 20 ottobre 2000 messo in rete alle 10:18 AM EDT (1418 GMT)

OLOWALU, Hawaii (AP) -- Una turista californiana e' stata morsa da uno squalo al dorso e alle gambe mentre nuotava a mezzo  miglio dall'isola di Maui. Henrietta Musselwhite, 56 anni di Geyserville, California, era in condizioni stabili Giovedi'. Mercoledi' Ron Bass era in canoa col figlio della Musselwhite lontano circa 75 yards quando vide una massa grigia in acqua e udi' le grida di aiuto della donna, la soccorse e la porto' a riva. I funzionari dell'ente per la conservazione dello Stato credono che l'attacco sia stato portato da uno squalo tigre lungo dai 6 agli 8 piedi. L'area e' nota per la presenza di squali, ma a tutt'oggi un attacco in acque pulite e' inusuale, dice Russel Sparks, specialista dell'Ente Statale per le risorse acquatiche. Il luogo e' a meno di un miglio da dove, nel 1991, fu uccisa una donna da uno squalo. Le spiagge sono state chiuse per un miglio su ogni lato del piccolo villaggio di Olowalu.

Due attacchi mortali in due giorni nell'Australia meridionale
Fonte: Cnn

Elliston 25-09-2000
Un altro surfista e' scomparso, si teme che sia morto, dopo il secondo attacco in due giorni da parte di uno squalo, lungo le coste meridionali dell'Australia. Amanda Francis racconta che verso le 13:00 un ragazzo di 17 anni mentre surfava nelle vicinanze di Black Point, cinque chilometri a nord di Elliston, e' stato attaccato da uno squalo.
Amanda Francis aggiunge che ci sono numerose testimonianze che affermano che mentre il ragazzo stava surfando e' stato aggredito da uno squalo, a circa 50 metri dalla costa. La polizia non ha perso le speranze di trovare in vita il ragazzo, e per questo motivo insieme ad un numeroso gruppo di volontari sta scandagliando le acque della zona. La tavola da surf e' stata ritrovata, mentre del corpo del ragazzo non ci sono ancora notizie. La polizia non è ancora in grado di dare dettagli sull'identita' della vittima, ma il portavoce afferma che dovrebbe trattarsi di un locale.
Ieri Cameron Bayes, neozelandese di 25 anni, e' stato sbalzato via dalla tavola da uno squalo bianco a Cactus Beach, circa 150 chilometri ad ovest di Elliston.

Cactus Beach 24-09-2000
Un surfista ha raccontato l'attacco di squalo che ha portato alla morte di un Neo Zelandese in viaggio di nozze nelle spiagge del Sud Australia. Cameron Bayes, di 25 anni, era seduto sulla sua tavola in attesa di un onda nelle acque antistanti la famosa spiaggia di Cactus Beach quando, alle 7.30 circa, e' stato attaccato da uno squalo delle dimensioni di quattro, cinque metri. Jeff Hunter, di Port Lincoln, che surfa in quella località da piu' di 25 anni, stava passeggiando con il figlio lungo la spiaggia quando ha notato l'attacco. "Stava remando, seduto appena dietro la break-line" racconta Jeff che dice di aver visto lo squalo - si pensa uno squalo bianco - girare velocemente intorno a Bayes prima di gettarlo in acqua.Bayes ha cercato di reagire remando all'indietro verso la costa ma dopo qualche metro lo squalo ha attaccato nuovamente il surfista che è scomparso. "Sembrava esserci più di uno squalo, a giudicare da come l'azione si stava svolgendo", continua Hunter "l'acqua era agitata e ribolliva ... poi il ribollire si è spostato al di sotto della superficie dell'acqua" "E' stato incredibile. Lo squalo era uscito completamente dall'acqua ... non ha avuto nessuna esitazione, proprio nessuna. Tutto e' finito in cinque o sei minuti."
Pezzi della tavola sono state rinvenuti piu' tardi sulla spiaggia che e' stata immediatamente chiusa. Hunter racconta che un'ambulanza e' intervenuta per soccorrere la moglie di Bayes sotto shock e portarla al Ceduna hospital. La spiaggia si trova a circa 100 chilometri da Ceduna, in prossimita' dell'inizio di Nullarbor Plain, 1000 chilometri a nord-ovest di Adelaide; la spiaggia e' famosa per la "perfect wave" che attrae i surfisti da tutte le parti del mondo.

Testa umana trovata nello stomaco di un merluzzo
Forse appartiene a un pescatore caduto in mare
Fonte: www.cnnitalia.it

1 agosto 2000 Articolo messo in Rete alle 14:17 ora italiana (12:17 GMT)
BRISBANE (Cnn) -- Nello stomaco di un merluzzo pescato e' stata trovata la testa "completamente intatta" di un uomo, che la polizia ritiene di poter identificare in Michael Peter Edwards, 39 anni, caduto in mare domenica da un peschereccio al largo di Townsville, una citta' nel Nord dell'Australia. "Per come la vediamo noi, non puo' essere una coincidenza il ritrovamento della testa e la scomparsa di un uomo", ha spiegato il sergente Peter Wright, della polizia di Townsville, all'agenzia Reuters, precisando che pero' occorreranno circa sei settimane per stabilire con precisione, con il test del Dna, se si tratta proprio di Edwards, e che comunque le cause della morte non potranno mai essere accertate senza che rimanga un margine di dubbio. La testa e' stata trovata a Cairns, in una rivendita, dove il merluzzo, che misurava un metro e sessanta, stava per essere tagliato in filetti. Dopo la scomparsa di Edwards, i colleghi avevano avvertito la polizia ma avevano continuato a pescare. E' difficile che venga ritrovato il resto del corpo, ha spiegato il sergente Wright: "Ci sono centinaia di piccoli pescecani in acqua che possono tranquillamente averlo fatto a pezzi e mangiato, e il merluzzo e' noto per il fatto che si nutre di carogne".
Il merluzzo che aveva ingoiato la testa appartiene alla specie 'Morgan'. "Poche settimane fa - ha raccontato all'agenzia Ansa Peter Monson, il rivenditore che affettando il pesce ha trovato la testa - ne abbiamo aperto uno e vi abbiamo trovato un pesce di otto chili completamente intatto, senza neanche un graffio".

Aggredito da squalo-killer in Alabama
Fonte: Cnn Italia 15 giugno 2000
Articolo messo in Rete alle 10:28 ora italiana (08:28 GMT)

ALABAMA (CNN) -- Trovatosi faccia a faccia con uno squalo che aveva già tranciato di netto il braccio di un suo amico, Richard Watley sapeva di non poter sbagliare. "E' sbucato sotto di me e quando ho guardato e l'ho visto fissarmi dritto in viso ho pensato: 'Sto per morire' e ho deciso che non sarei morto senza combattere", dice l'uomo nella sua stanza di ospedale. Non capita spesso di poter raccontare un incontro ravvicinato con un pescecane. Watley, un barbiere americano di 55 anni, stava nuotando come tante altre volte con il suo amico Chuck Anderson, nelle acque del Golfo del Messico, quando la bestia si è materializzata. "Ha colpito prima Chuck. Non mi sono neppure reso conto di ciò che stava succedendo". Aveva visto Anderson nuotare furiosamente verso la riva e barcollare sul bagnasciuga, ma pensava a una medusa, di certo non a uno squalo.
Si trovava a una trentina di metri dalla riva quando si è reso conto di cosa si trattasse. Troppo tardi per scappare. "Mi ha morso al fianco e mi avrebbe staccato un pezzo di carne, se non avessi cominciato a colpirlo. Pensavo se ne sarebbe andato, ma continuava a farsi sotto una, due, tre volte. Lo colpivo e lui si allontanava. Riuscivo a nuotare all'impazzata per cinque, dieci secondi e dovevo di nuovo fermarmi ad affrontarlo. Mi ha inseguito fino alla riva". Sa di essere un uomo fortunato, Watley. Se l'è cavata con una ferita al fianco destro. Anderson, che di mestiere fa il vicepreside in un liceo locale, ci ha rimesso qualcosa di più, il braccio destro fino al gomito. Il pescecane, spiegano all'Archivio internazionale sugli attacchi degli squali della Florida University, era probabilmente lungo tre metri e pesante duecento chili. "Hanno dei denti capaci di staccare con un morso pezzi di carne delle prede, proprio come è successo con il braccio di Anderson", spiega George Burgess, direttore dell'Archivio. Erano 25 anni che uno squalo non si faceva vivo in questo modo nelle acque dell'Alabama. Le spiagge della zona sono state riaperte qualche ora dopo l'incidente, anche se piccoli aeroplani continuano a punteggiare il cielo di Gulf Shores alla ricerca dello squalo aggressore. Il dubbio è che sia in ottima compagnia. Ecco perché Burgess invita a non nuotare da soli, specialmente all'alba o al tramonto.

L'unione Sarda 03-05-2000
Caccia a grandi profondita', nessun pericolo per l'uomo.

Pescato uno squalo "capopiatto" al largo dell'isola di Tavolara Due metri e mezzo per 160 chili.
 Che all'amo avesse abboccato qualcosa di grosso Edoardo Varchetta l'ha capito subito. Ma che fosse uno squalo, il pescatore di Golfo Aranci l'ha potuto sapere solo al termine di una lunga battaglia.
Era uscito per mare ieri mattina. Giornata tranquilla fino all'incontro col bestione: Varchetta ci si è imbattuto in una zona che si trova a venti miglia al largo dell'isola di Tavolara. Tirarlo a bordo è stato tutt'altro che facile: lo squalo, lungo circa due metri e 50 centimetri, pesava la bellezza di 160 chilogrammi.
Nonostante le dimensioni di tutto rispetto, l'animale catturato dal pescatore di Golfo Aranci non è pericoloso per l'uomo. Si tratta, secondo i risultati delle analisi condotte dal biologo Benedetto Cristo, del dipartimento di Zoologia e antropologia dell'università di Sassari, di un esemplare di squalo "capopiatto" (Hexancus griseus). Si tratta di una specie che solitamente cerca le sue prede tra i 400 e i 1000 metri di profondità, e dunque su fondali inaccessibili all'uomo, campioni di discesa subacquea compresi.
Il "capopiatto" è piuttosto diffuso nei mari della Sardegna e della Sicilia e di tanto in tanto capita che ne venga catturato qualche esemplare. Preda nient'affatto rara, dunque, anche se pescare uno squalo, assicura Edoardo Varchetta, dà sempre una certa emozione.

Nel 1999 gli attacchi di squalo non provocati dall'uomo documentati dall'ISAF (International Shark Attack File) sono stati 58, e solo in 4 casi sono risultati mortali. Spesso infatti, dopo un morso "di assaggio" (è stato provato da vari studi che gli squali sono in grado di modulare il morso) lo squalo interrompe l'attacco: probabilmente si rende conto di non avere a che fare con un leone marino, che rappresenta uno delle prede preferite dello squalo. Diversamente in altri casi, sono stati documentati attacchi di una ferocia particolare dove il predatore ha divorato la malcapitata preda. Le statistiche sugli attacchi riportano che i surfisti sono la categoria maggiormente a rischio per quanto riguarda gli attacchi da parte di squali: questo sembra dipendere dalla somiglianza della sagoma che il surfista e la sua tavola hanno con un leone marino.
Di seguito sono riportati due racconti di surfisti scampati ad un attacco:

il primo racconto è quello di un surfista attaccato da uno squalo bianco (Carcharodon Carcharias) nelle acque del nord della California, zona particolarmente frequentata da questa specie;
il secondo riguarda un giovane surfista hawaiiano a cui l'attacco di uno squalo tigre (Galeocerdo cuvier) ha riservato conseguenze più gravi.

Grande Squalo Bianco


Stavo facendo surf per la seconda volta in quel giorno a Waddel Reef (a Santa Cruz) con un paio di amici, Justy e Justin. Le onde erano tra i 6 e gli 8 piedi (tra 1,8 e 2,4 metri circa), le migliori che avevamo visto da una settimana e più. Stavamo "surfando" da circa un'ora quando stavo considerando quanto fosse bello per noi essere lì con quelle fantastiche onde: si trattava proprio di una sessione ideale. Justy ed io eravamo un poco distanti dagli altri in acqua, aspettando un buon set di onde, e Justin stava remando per tornare sulla line-up (punto in cui i surfisti aspettano le onde). Justy ed io stavamo parlando seduti sulle nostre tavole quando improvvisamente sono stato sollevato e sospinto fuori dall'acqua.
Sapevo di cosa si trattasse: Whitey (uno squalo bianco). Urlai e sentii Justy urlare; un attimo dopo ero sott'acqua. Non sapevo se le mie gambe erano nella sua bocca o andate entrambe. Un milione di pensieri si sono rincorsi nella mia mente. Ho spinto le mani verso l'alto ed ho sentito lo squalo su di me. Ho pensato di togliermi il leash (laccio che lega la tavola al surfista) e nuotare via. Allora, sono riemerso ed ho visto il lato dello squalo immergersi. Le immagini successive sono la coda della mia tavola e gli occhi di Justy schizzare fuori dalle orbite.
Capii di avere ancora le braccia, così cominciai a nuotare verso la riva, e Justy fece lo stesso. Arrivò un'onda, e Justy essendo nel punto giusto, la prese ed un attimo dopo era a riva. Rimasi solo, in quel punto e mi sentii perso. Credetti di essere finito. Pensai che lo squalo mi avrebbe visto nuotare e non avrebbe commesso lo stesso errore la seconda volta. Immaginai che "la cosa" si stava preparando per afferrarmi con le sue fauci, masticarmi un pò, per poi ingoiarmi completamente. Un'altra onda arrivò e ruppe proprio sulla mia testa. Maledii quell'onda. Continuai a nuotare, e presto un'altra onda iniziò a rompere più fuori.
Afferrai la coda della mia tavola, che stavo trascinando, la misi sotto di me e mi lasciai trasportare dalla schiuma fino in acque basse. Allora, tirai un profondo sospiro di sollievo. "Ce l'ho fatta" pensai. Caddi sulle ginocchia, controllai le mie gambe e non trovai neanche una ferita. La mia tavola invece riportava i segni dei denti dello squalo. La bocca da 14 a 16 pollici (poco meno di 50 cm) mi aveva mancato di un paio di centimetri, e se fossi stato sdraiato sulla tavola, lo squalo mi avrebbe sicuramente afferrato. Sono stato fortunato. Qualcosa su cui pensare circa la prossima volta in acqua: non sei in cima alla catena alimentare, e se sei sfortunato, puoi fare la fine di un "pasto".
Jack Wolf Santa Cruz, California

Squalo Tigre
Un'altra onda, e Jesse Spencer sarebbe uscito dall'acqua. Dopo aver surfato fino al tramonto, divertendosi su onde di 60 cm. a Old Airport, a nord di Kailua-Kona a Big Island (così è chiamata l'isola di Hawaii), il giovane stava aspettando un ultimo set di onde prima di uscire. In quel momento fu colpito. Qualcosa di grosso, potente e determinato colpì il lato destro della tavola di Spencer, facendolo capovolgere sul lato sinistro.
Spencer si girò velocemente per vedere cosa l'aveva colpito e si trovò faccia a faccia con le fauci di uno squalo tigre di circa tre metri. Il pesce era balzato così tanto fuori dall'acqua che il suo muso colpì Spencer vicino la tempia destra, lasciandogli un livido ed una abrasione circolare. "Lo squalo era sulla mia destra," dice Spencer dopo tre settimane e tre interventi dall'attacco, " ed aveva uno slancio tale che mi sollevò dall'acqua e dalla tavola, afferrandomi per il braccio e la spalla destra. Vidi quasi l'intero squalo quando fu sopra di me: non potei vedere i denti perche la bocca era chiusa intorno al mio braccio.
Il mio gomito era praticamente nella sua gola." Lo squalo asportò solo una piccola parte del braccio di Spencer e un piccolo pezzo della sua tavola, ma i dammi al braccio furono estesi. Il morso recise muscoli, tendini, legamenti, vene, nervi e arterie del suo bicipite, squarciando l'osso a 360 gradi. Le ferite all'avambraccio non furono gravi ma comunque abbastanza profonde. Spencer, surfista già da due anni, non provò panico ne paura durante l'attacco di un paio di secondi, e racconta: "lo squalo iniziò a scuotere il mio braccio avanti e dietro. Potevo sentire i denti agire come una sega sull'osso del mio braccio".
Lo squalo sparì con la stessa velocità con cui mi attaccò. Spencer tentò di remare con entrambe le braccia, ma il suo braccio destro era "penzoloni", così si tenne alla tavola con il braccio sinistro mentre tentava di raggiungere la spiaggia, a più di cento metri spingendosi col le sole gambe. "Il sangue zampillava in acqua" disse il compagno Bala Clark, che aiutò Spencer, mentre urlava alla gente sulla spiaggia di chiamare il soccorso. Un'onda ruppe proprio dietro Spencer facendolo cadere di nuovo dalla tavola. "Ero preoccupato di raggiungere la spiaggia perché sanguinavo molto e mi girava la testa" disse il ragazzo. Una volta a riva, Jesse si accasciò sulla schiena e molte persone accorsero per aiutarlo.
Un'ambulanza lo trasportò al Kona Hospital dove fu sottoposto ad una operazione di quattro ore per riattaccare le arterie e far riprendere la circolazione sanguigna.
Poi Spencer fu portato ad Honolulu il giorno successivo all'attacco, dove subì due nuove operazioni. Purtroppo sopraggiunsero due infezioni, che impedirono le successive operazioni fino ad un miglioramento della situazione. Malgrado la brutta avventura Spencer afferma che a riabilitazione avvenuta intende continuare a fare surf, ma non nella stessa spiaggia, e comunque "non all'alba e al tramonto".

Squalo punte agentee
Carcharinus albimarginatus
Cronaca di un rischio annunciato con i grandi squali dalle punte argentee.

tratto da:ACQUA N. 7 Luglio 1996
Un'ombra nel blu
Isole Tsoi, Papua/Nuova Guinea.
di Franco e Mina Banfi

Avevo letto di una localita' sperduta nel Pacifico dove squali di quasi tre metri di lunghezza si lasciano avvicinare a distanza di grandangolo. E non squali "qualunque" ma i terribili Carcharinus Albimarginatus, animali d'alto mare potenzialmente molto pericolosi perche' sono attratti dalle bolle dei sub. Foto di questi squali ne avevo viste pochissime, data la rarita' dell'incontro. E cosi' sto volando in compagnia di mia moglie Mina verso la lontana Papua Nuova Guinea, con destinazione Kavieng, capoluogo della Nuova Irlanda. Qui ci imbarcheremo sulla motobarca "Tiata" per fare una crocera che ci portera' a "Silver Tip", la secca con gli squali che si trova un miglio al largo delle Isole Tsoi.

Tra il dire e il fare ...Ma non e' cosi' semplice come a dirsi. Il terzo giorno di crocera dovremmo essere gia' arrivati. E invece siamo ancora molto lontani. Le avverse condizioni del mare ci hanno reso la navigazione difficile e cominciamo a pensare che, forse, non riusciremo mai ad immergerci su questa mitica secca.
Del tutto inaspettatamente invece, il sesto giorno il mare comincia a calmarsi. All'alba del settimo, ormeggiamo finalmente a una boa fissata sul reef di "Silver Tip". Il sommo della secca si trova a 12 metri. Decido cosi' di portare con me due custodie, per avere piu' fotogrammi ma soprattutto per disporre di due diverse ottiche con cui riprendere gli squali.

Chi va in affanno e' perduto. Siamo pronti a tuffarci. Kewin, il capitano della barca, ci ripete per l'ennesima volta il briefing, che ormai sappiamo a memoria. Ma e' importante che tutti abbiamo ben chiaro che tipo di immersione stiamo per fare. Gli squali a volte sono molto tranquilli, ma spesso non lo sono affatto. In ogni caso si avvicinano fin troppo ai subacquei e una persona che abbia un po' di paura puo' facilmente farsi prendere dal panico e perdere il controllo. "Se qualcuno si spaventa", conclude Kewin, "deve sospendere l'immersione e risalire a bordo nuotando con calma, per non attirare l'attenzione degli squali".
Guardiamo l'acqua con apprensione, cercando di intravvedere attraverso la superficie trasparente qualche sagoma affusolata. Ma e' inutile indugiare. Con un balzo ci lasciamo cadere in acqua, prendiamo le macchine fotografiche e scendiamo verso il sommo della secca. Si vedono gia' gli squali ma sono ancora lontani, nuotano a scatti sul fondo sabbioso ad una profondita' di 45 m circa. Ma appena scendiamo di pochi metri, i punta argentee piu' curiosi risalgono dal fondo per venire a osservarci. Sono ancora un po lontani, ma comincio a scattare alcuni fotogrammi affascinato dai movimenti e dalla loro forma cosi' perfetta.

Accerchiati da otto femmine. Dopo pochi minuti ci troviamo circondati da otto squali dalle punte argentee, il piu' piccolo e' lungo appena un metro e mezzo, ma il piu' grosso arriva quasi a tre. Poi ci spiegheranno che sono tutte femmine, forse in periodo di riproduzione. Si avvicinano sempre di piu' ed ho un attimo di esitazione. Poi pero' si allontanano e non si capisce se siamo noi a studiare loro o viceversa. Ci passano sopra la testa, stagliandosi contro il sole, mostrandoci la loro sagoma. Ora uno dei piu' grandi mi si avvicina. Impugno la custodia con l'ottica macro, lo inquadro perfettamente nel mirino, la testa contornata da pesci pilota e l'occhio plumbeo che osserva ogni mio movimento. Scatto. Al lampo del flash non si scompone minimamente e continua imperterrito nella sua traiettoria. Ora impugno la custodia con il grand'angolo, ma ho un po' di paura a brandeggiare il flash a mano. Non vorrei che un movimento sbagliato potesse in qualche modo innervosire i "miei modelli". Ma gli squali tengono d'occhio tutti i miei movimenti senza preoccuparsi minimamente, mostrando una perfetta sicurezza delle proprie azioni.

Finalmente ci passa la paura... Dopo un po' di tempo trascorso sott'acqua i punte argentee non ci fanno piu' paura, il loro movimento e' cosi' tranquillo che sembrano inoffensivi. Rimane da spiegare come mai questi Carcharinus Albimarginatus, una specie che di solito vive in alto mare e si spinge fino a notevoli profondita', stazionino qui, su questa secca. Forse e' perche', come Kewin mi spiega piu' tardi, Ron e Valerie Taylor, due tra i maggiori esperti di squali del mondo, hanno fatto proprio in questa zona i primi esperimenti di "shark feeding". Da allora, pare, gli squali se ne ricordano e non hanno mai piu' lasciato Silver Tip.

Un incontro a sorpresa con il Pinna Bianca Oceanico

di Chuck Babbitt
Era il Febbraio 1995 e ci trovavamo a 20 miglia ad est della baia di Kanohe, tra O'ahu e Moloka'i. Eravamo in 4, cercando di godere, ma senza successo, di una bella giornata invernale Hawaiiana su una barca di sei metri circa. Quattro...il capitano Thad, Sheila la sua fidanzata, il mio amico Dan e io.
Ci trovammo circondati da un grosso gruppo di focene, di circa 40 o 50 animali, che si dirigevano lentamente ad ovest, verso O'ahu. Le balene occupavano un paio di acri di acqua blu, muovendosi molto lentamente.Io ho afferrato la maschera, le pinne, il boccaio e la mia vecchia Nikonos e sono scivolato in acqua. Scoprii piu' tardi che questa non era la maniera di agire, e in aggiunta anche in violazione della Carta di Protezione dei Mammiferi Marini.
Nuotai fuori dalla barca in direzione di un grande maschio. Come approcciai verso di lui,giro' lentamente da una parte guardandomi con indifferenza e torno' ad andare per la sua strada. Io restai con la sua, scioccante immagine, per circa 10 minuti. Il mio cuore correva per l'emozione di essere stato a cosi' stretto contatto con un grande animale in oceano aperto, niente al di sotto di me, solo duemila piedi di acqua blu.
Nuotai indietro verso la barca e vi saltai dentro, sorridendo e ridendo, completamente divertito dall'esperienza. Thad e Dan presero ad alternarsi nell'uso della mia attrezzatura a scattare foto delle balene (grossi esemplari della famiglia delle focene) e nella conduzione dell'imbarcazione. C'era ancora pellicola, presi l'equipaggiamento a Dan e scivolai giu'.
Di nuovo vidi un grande maschio fluire attraverso il blu, ma scivolava via davanti a me con lenti e blandi colpi della sua coda. Dan mi lancio' una cima dalla poppa della barca, trainandomi attraverso l'acqua intorno e leggermente davanti al lento maschio che incrociava. Andavo e nuotavo lontano dalla barca a circa quindici piedi da lui. Ero ancora molto eccitato, ma allo stesso tempo sentivo un irreale senso di tranquillita' e di pace. Mi torno'  in mente, da racconti e video che avevo visto, che una donna era stata trascinata per un piede a circa quaranta piedi sott'acqua da un maschio "giocherellone" di focena, ma questo animale non sembrava interessato o infastidito dalla mia presenza.
Il maschio scese a circa venti piedi sotto, cosi' presi fiato e andai giu' per fargli alcuni scatti ravvicinati. Mentre nuotavo in giu', inizio' a ciarlare e cinguettare, i primi suoni che udivo da uno di questi animali. Appena inizio' a mancarmi il respiro, girai e andai verso la superficie, e guardando orizzontalmente nel blu ebbi una sorpresa. C'era un pinna bianca oceanico accompagnato da tre pesci pilota bianchi e neri. Era a una distanza di circa venti piedi, mi dava il lato sinistro, scivolando a circa cinque piedi dalla superficie. Immediatamente gli scattai una foto, e, appena ripresa aria, gridai qualcosa di incomprensibile attraverso il boccaio. Come tornai a guardare in basso, qualcosa catturo' la mia attenzione, ero stanco di girare in acqua e vidi un altro pinna bianca a circa venticinque piedi sulla mia destra. Continuando a ruotare, ne vidi un altro dietro di me. Mi stavano circondando muovendosi in senso orario. Tirai fuori la testa in superficie, sputai il boccaio e urlai alla barca che sembrava essere lontana un miglio (circa 150 piedi), "Venite qui! Sono circondato dagli squali!", chiesi con calma. Giusto. Sheila mi disse che stavo gridando come una ragazzina.
Guardai giu' verso il primo squalo, avevo notato che era piu' lontano ma che si muoveva stranamente. Le lunghe pinne pettorali erano leggermente abbassate, la sua parte posteriore arcuata e il muso era contratto e tirato da parte a parte. Scattai velocemente un'altra foto e tornai a cercare la barca.
Sentendomi gridare "Squali", Thad ha cercato di accendere il motore ingolfandolo. Per fortuna e' ripartito giusto in tempo e Dan precipitandosi verso poppa ha afferrato la cima usata per trainarmi nell'acqua. Dan volo' quasi fuori quando Thad alla fine mise in moto e si precipito' verso di me.
Io afferai la cima appena la barca scivolo' verso di me, e tra il vigore di Dan e la mia Adrenalina per poco non levito fuori dall'acqua. Guardammo indietro mentre uno dei predatori scivolava sulla poppa della barca, certamente contrariato dal fatto che cio' che sembrava assomigliare ad una facile preda improvvisamente fosse scomparsa nell'aria.
Risi per quasi tutto il tragitto fino alla scaletta della barca, suonato dall'overdose di adrenalina. Piu' tardi appresi leggendo un libro sulla storia naturale di Palau, che non e' consigliabile entrare in acqua con le focene, in quanto "spesso sono accompagnate da grandi squali pelagici". E me lo dicono adesso ...
I pinna bianca oceanici (Carcharhinus longimanus) sono grandi predatori dell'oceano aperto, comuni nelle profonde acque tropicali di tutto il mondo. Sono considerati fra i quattro squali piu' pericolosi per l'uomo, insieme allo squalo bianco, il tigre e il bull (ndr. C. Leucas). Non avvicinandosi alla terra ferma, sono piuttosto un pericolo per le vittime dei naufragi (e degli idioti che nuotano im mare aperto con le focene).
Riguardo alla taglia degli squali da me incontrati, e' facile esagerare, ma potrei dire che erano tra i 6 gli 8 piedi. Sono riuscito a fotografarne soltanto uno, un maschio, (identificato dalle appendici che aveva sotto), accompagnato da tre pesci pilota. Gli altri due li ho visti brevemente mentre mi rigiravo. Non mi sono fermato per guardare le appendici o contare i pesci pilota. Ha divertito molto i miei amici il fatto che ero cosi' eccitato nel girarmi tre volte che ho visto sempre lo stesso squalo. Ma io ne visti tre... quello e' accaduto e cosi' lo racconto.
Quanti reali pericoli ho corso ? E' difficile sostenere che io fossi in procinto di essere attaccato, ma la situazione non era buona. I movimenti fisici dello squalo che stavo guardando indicavano un'eccitazione crescente e una crescente minaccia, e non avrei potuto guardare anche gli altri due nello stesso momento. Sono sicuro che i miei movimenti nel raggiungere la superficie un paio di volte e la semplice carica elettrica che diffondevo nell'acqua per la paura e l'adrenalina deve averli almeno incuriositi. Gli squali tendono ad essere cauti e probabilmente mi avrebbero toccato un paio di volte per valutare la mia resistenza prima di provare ad assagiarmi. Fortunatamente per me queste sono tutte congetture.
Oh si, ancora qualche dettaglio. Le focene hanno continuato ad incrociare lentamente per mezz'ora o quarantacinque minuti circondandoci. Ma i miei amici mi hanno detto che appena prima che sentissero le mie richieste di soccorso, l'intero gruppo aveva iniziato ad agitarsi e poi a saltare e nuotare verso la mia direzione. Cosa questo avesse a che fare con me e i miei piccoli incontri, io non lo so. Ma questo e' successo nel momento in cui ho sentito il maschio di focena sotto di me iniziare ad emettere dei suoni.
Ho le foto digitalizzate e posso spedirle elettronicamente. Sfortunatamente sono un po sotto esposte, ma non troppo considerando le circostanze.
Mi interessa chiunque abbia avuto un incontro col pinna bianco oceanico, o che conososca le sue abitudini. Perche' seguono le focene ? E' una relazione cacciatore/preda o semplicemente viaggiano insieme nutrendosi delle stesse prede? Che relazione hanno con i pesci pilota? Gli squali traggono qualche beneficio dai loro piccoli compagni o sono i pesci pilota semplicemente li per nutrirsi dei resti di cibo ?

Potete scrivermi all'indirizzo e-mail <cbabbitt@concentric.net>.

P.S. Se fai parte del Marine Mammals Protection Act, nulla di tutto cio' e' mai avvenuto, e non avverra' di nuovo. :)

Lo Squalo Bianco visto da vicino
Carcharodon Carcharias
Tratto da Airone N. 95 Marzo 1989

Pochi esseri al mondo sono temuti come il piu' perfetto tra gli squali, uno dei piu' efficienti organismi prodotti dalla natura, diventati improvvisamente famoso dopo la mortale aggressione a un sub nel mar Tirreno. Su di lui circolano infinite leggende, ma gli scienziati stanno cercando ben altre risposte. Ecco il mosaico che consente di conoscerlo meglio e di temerlo di meno.

Il terrore degli abissi. Di Rossana Rossi
Giovedi' 2 Febbraio 1989: un giorno perfetto per uscire in mare. L'acqua e' limpida e tranquilla, il cielo sereno in questo inverno ostinatamente senza nuvole. Luciano Costanzo, della compagnia portuale di Piombino, sale sulla barca di undici metri che ha noleggiato, con il figlio diciannovenne Gianluca e un amico. Meta: il golfo di Baratti, a nord di Piombino (Livorno), per una immersione. Sono le 11 quando il subacqueo si tuffa nel tirreno, in un punto in cui il fondale e' profondo venti metri, e scompare sotto il pelo dell'acqua. All'improvviso, pochi minuti dopo, gianluca vede affiorare a una quindicina di metri dalla prua una sagoma scura, enorme: a occhio raggiunge i sei, forse sette metri di lunghezza. E poi, ecco due pinne fendere rapidamente l'acqua: e' uno squalo gigantesco, terrificante. "Proprio in quel momento", racconta il ragazzo, "ho visto mio padre riemergere. Si trovava a pochi metri dallo squalo e ha cominciato a nuotare disperatamente verso di noi. Il pescecane gli ha girato due volte intorno, poi lo ha attaccato. Lui e' riuscito a scansarlo, non so come, una prima volta. Ma al secondo attacco, mentre gridava aiuto, lo abbiamo visto scomparire: lo squalo doveva averlo afferrato per le gambe e trascinato sott'acqua con se. Disperati, abbiamo avviato il motore, cercando di ritrovarlo li intorno. Ma tutto e' stato inutile. Mio padre era scomparso". Incredibilmente, dopo la tragedia, sul mare scende il silenzio. Sgomenti, i due tornano in porto. Da principio, nessuno gli crede, ma il terrore che traspare dal loro racconto, dai loro volti fa pensare che quello che si credeva quasi impossibile e' accaduto: in Mediterraneo un uomo e' morto in seguito all'attacco di un animale raro nelle nostre acque, ma notissimo come interprete di uno dei piu' celebri film di Steven Spielberg, l'enorme squalo bianco, o Carcharodon Carcharias, uno dei piu' efficienti organismi mai prodotti dalla natura.
Personificazione di qualcosa di terrificante e affascinante, di repulsivo e invitante, il grande squalo bianco puo' essere riconosciuto basandosi anche su un singolo dente o un suo frammento: quel caratteristico, simmetrico e seghettato triangolo che si ritrova all'interno dei tessuti della vittima identifica immediatamente il colpevole. Grigio sul dorso e bianco sporco sul ventre, Carcharodon Carcharias e' tuttora un mistero per il mondo della scienza perche' e' stato finora impossibile studiarlo nel suo ambiente naturale. La maggior parte di cio' che sappiamo riguarda le sue abitudini alimentari. "Quello che fa quando non e' alla ricerca di cibo", commentano Ron e Valerie Taylor, i due fotografi australiani che , dall'interno delle gabbie antisqualo, sono riusciti a ottenere i ritratti piu' terrificanti, "lo possiamo soltanto immaginare. Ma come 'macchina per mangiare' e' estremamente efficiente: quando attacca, modifica la forma stessa della testa aprendo smisuratamente la bocca, mentre l'estremita' del muso si incurva verso l'alto per meglio estroflettere i denti. E in quel momento il suo aspetto e' davvero spaventoso. Dopo il morso, la bocca riprende la sua posizione originale, ma intanto una vittima delle dimensioni di una balena si puo' trovare uno squarcio nel fianco largo piu' di un metro".
Due mesi senza mangiare. Ma la sua efficienza si rivela soprattutto in un'altra particolarita': il fare buon uso del cibo. Francis Carey, un fisiologo marino dell'istituto oceanografico di Woods Hole, nel Massachusets, ha calcolato il bilancio energetico di uno squalo bianco, cioe' la quantita' di energia che e' in grado di ricavare da cio' che mangia o, piu' semplicemente, i chilometri che puo' percorrere per ogni foca divorata. Sorprendentemente, i suoi risultati preliminari indicano che questo animale necessita di molto meno cibo di altri pesci piu' piccoli: una volta fatto il "pieno", puo' resistere anche due mesi senza mangiare. Questo perche', a differenza della maggioranza degli squali, il grande squalo bianco, come anche il mako (Isurus oxyrhynchus) e lo smeriglio (Lamna nasus), e' un pesce a sangue caldo. Ha sviluppato cioe' un complesso sistema di vene e arterie strettamente connesse le une alle altre, chiamato "rete mirabile", che lo mette in condizione di mantenere la temperatura del sangue 5 gradi al di sopra di quella dell'acqua circostante. I vantaggi che ne derivano sono enormi, perche' la temperatura corporea elevata consente una velocita' di risposta muscolare e una potenza notevoli. E questo, per un pesce che deve dare la caccia a guizzanti delfini o foche a sangue ancora piu' caldo, puo' significare la differenza tra sopravvivenza ed estinzione. Un altro elemento utile e' l'analisi di cio' che lo squalo mangia. "Io ricordo con particolare interesse", ricorda John McCosker, direttore dell'acquario Steinhart di San Francisco, "il taglio della pancia di un grande squalo morto nel film di Spielberg: dal suo ventre uscivano, fra l'altro, pezzi di barche, rotoli di fili di rame e una targa della Luisiana con la scritta Sportman's Paradise. Era una buona imitazione della realta', perche' effettivamente gli squali bianchi hanno una curiosa propensione per gli oggetti metallici. La loro abitudine quasi maniacale di attaccare le parti in metallo delle barche e' ben nota e io penso che possa essere spiegata in termini bioelettrici".
Dalle ampolle un "sesto senso". Gli squali infatti hanno in comune con le razza, un altro genere di pesci cartilaginei, un antenato che risale al lontano Siluriano, 420 milioni di anni fa. Questo pesce primitivo deve aver avuto caratteristiche comuni a entrambi, compresi particolari organi sensori, disposti sul capo intorno al rostro, che sono chiamati ampolle di Lorenzini, dal nome del medico toscano che le descrisse nel Seicento. Ogni ampolla e' collegata a un foro sulla pelle attraverso un lungo canale pieno di sostanza gelatinosa ed e' innervata in modo da trasmettere al cervello la presenza di campi elettrici deboli (fino 0,001 microvolt per centimetro). "Un campo debolissimo", spiega McCosker, "pari a quello che si atterrebbe distribuendo la corrente della batteria di una lampada tascabile su un filo di rame lungo 1.600 chilometri, oppure a quello prodotto da metalli non uguali immersi in acqua di mare, come nel caso delle barche. Ma pari anche a quello generato dall'attivita' muscolare di un pesce che sta nuotando o, a maggior ragione, di un subacqueo terrorizzato che si sta dibattendo". Ecco perche' lo squalo bianco sembra possedere un radar che funziona tanto meglio quanto piu' frenetici sono i tentativi di fuga. Forse per lo stesso motivo, la Marina americana consiglia ai piloti ai quali succeda di cadere in mare di "colpire lo squalo con forza sul suo strategico naso": il problema, ovviamente, e' quello di riuscirci. Probabilmente abbiamo tanta paura degli squali perche' sappiamo cosi' poco di loro. Come la definizione di mammifero e' inadeguata a definire la eterogea tipologia che comprende sia l'uomo sia la giraffa, sia il topo sia l'elefante, cosi' il termine squalo si riferisce a circa 350 specie diffuse nei mari di tutto il mondo ancor piu' dissimili fra loro.
Un difficile enigma La nostra ignoranza riguardo agli squali non e' pero' da attribuire a mancanza di interesse. E' dovuta solo al fatto che e' impossibile tenerli sotto costante osservazione. "Gli squali sono un enigma difficile da decifrare", ammette Samuel Gruber, esperto di oceanografia biologica dell'Universita' di Miami. "La maggior parte delle specie non soppravvive a lungo in cattivita' e l'oceano e' un ambiente per cosi' dire 'opaco'. Per fare un esempio 'terrestre', sarebbe come sperare di studiare gli struzzi guardandoli attraverso la nebbia". Di conseguenza, quasi tutto quello che la maggior parte della gente crede di sapere sugli squali e' con ogni probabilita' vero solo a meta', se non completamente sbagliato. Prima di tutto, lo squalo non e' un mostro come si crede comunemente, ma solo un pesce un po' speciale. E' dotato di branchie e pinne e vive sott'acqua, ma differisce dai pesci piu' evoluti soprattutto perche' manca di uno scheletro osseo. Il suo corpo e' costituita da una sacca di visceri e muscoli tenuti insieme da una pelle molto dura e coperta da migliaia di dentelli zigrinati. Lo rinforzano un cranio e una colonna vertebrale cartilaginei, ricoperti da uno strato superficiale simile a tessuto osseo frammentato in tanti prismi di fosfato di calcio. La parte piu' robusta dello scheletro sono i denti, che hanno la straordinaria caratteristica di venire sostituiti in continuazione per tutta la vita. Distribuiti parallelamente su piu' file, si formano in una specie di gronda nella parte interna della cartilagine mascellare e si muovono progressivamente in avanti fino ad inserirsi, forando la mucosa, nella loro posizione funzionale. Con un morso tanto potente, e' molto facile che lo squalo ci rimetta qualche dente a ogni pasto, ma la natura, come abbiamo visto, ha trovato un sistema per risolvere il problema lascinado cosi' poche speranze alle vittime. A differenza della maggior parte dei pesci, inoltre, lo squalo non ha le branchie protette da un opercolo ne una vescica natatoria per regolare la spinta idrostatica, e le sue pinne sono spesse e rigide invece di sottili e flessibili. Eppure e' un campione di nuoto. Uno squalo tipo, come il carcarino, e' snello, con muso e pinne pettorali allungate, pinna caudale con il lobo superiore piu' lungo di quello inferiore, parte anteriore del corpo appiattita per ridurre la resistenza dell'acqua "in curva". Il suo modo di nuotare e' ondulatorio, sinuoso quasi come quello delle anguille. I muscoli si contraggono secondo onde trasversali che si trasmettono fino alla coda, dove raggiungono il massimo dell'ampiezza. Al pari di un aereo, lo squalo "vola" sott'acqua usando le pinne pettorali come ali. Non possedendo vescica natatoria, per mantenere la posizione corretta di galleggiamento ha risolto il problema grazie sia a un fegato voluminoso e ricco d'olio sia a tessuti corporei meno densi degli altri pesci. In genere, la velocita' di crocera di uno squalo e' relativamente bassa: da uno a due metri al secondo (cioe' da 3,5 a 7 chilometri orari). Ma c'e' chi e' capace anche di eccezionali prestazioni: il mako, per esempio, puo' toccare i 32 chilometri orari. Nuotare troppo velocemente, pero', stanca presto gli squali: non sono fatti per mantenere a lungo alte velocita', che richiedono un dispendio energetico eccessivo, ma per lenti vagabondaggi che possono coprire distanze di migliaia di chilometri.
Il cervello e l'intelligenza. All'altezza di un fisico tanto eccezionale, il cervello degli squali, un tempo ritenuto primitivo, e' piu' grande rispetto al peso corporeo di quello della maggior parte degli altri pesci, conferendo loro una certa capacita' di apprendimento: molti squali, per esempio, hanno imparato a riconoscere pannelli dipinti a strisce orizzontali da altre a strisce verticali e a destreggiarsi in un labirinto come i conigli da laboratorio (che non sono quel che si dice "brillanti", ma apprendono di piu' di un comune pesce). Non che la loro intelligenza sia particolarmente evidente dallo sguardo terrificante e inespressivo nella sua fissita' (forse perche' molto spesso sono privi di palpebre). Eppure, l'occhio degli squali e' un organo profondamente simile a quello di molti altri vertebrati. Contrariamente a quanto molti credono, consente una eccellente visione: la retina contiene sia coni, che presiedono all'acutezza visiva e alla percezione del colore, sia bastoncelli, che migliorano per esempio la capacita' di vedere con scarsita' di luce e di distinguere un oggetto in movimento rispetto a uno sfondo indistinto. Lo dimostra il grande squalo bianco, l'unico a sporgere tutta la testa fuori dall'acqua per scrutare dalla superficie la sua preda ed afferrarla senza sbagliare il colpo. "Ma anche sott'acqua", racconta un pescatore australiano, "la caratteristica che colpisce di piu' chi ha visto gli squali bianchi in azione e' il loro spaventoso occhio nero. E' grande come il palmo di una mano e ti si fissa nella mente perche' sembra guardarti con intenzione e ferocia, senza mai perderti di vista". L'efficienza degli squali si manifesta anche per un altro aspetto: contrariamente agli altri pesci, che depongono enormi quantita' di minuscole uova fecondate nell'acqua dallo sperma, hanno scelto una diversa strategia riproduttiva. Le uova vengono fecondate all'interno del corpo materno, dando poi origine a una prole meno numerosa ma meglio protetta, con un tasso di sopravvivenza piu' elevato. Dopo la fecondazione, pero', lo sviluppo della futura vita puo' seguire vie diverse. Alcune specie, come il gattuccio, sono ovipare, cioe' depongono le uova fecondate sul fondale marino, dove l'embrione crescera' nutrito dal tuorlo. Altre, come il mako, lo squalo martello e lo squalo limone, sono vivipare, cioe' partoriscono piccoli completamente sviluppati. In particolare, lo squalo bianco genera fino a una decina di figli alla volta. "Alcuni pescatori", commenta McCosker, "sostengono che i neonati di squalo bianco sono lunghi alla nascita da 120 a 180 centimetri. Certo e' che la taglia piu' piccola che si conosca corrisponde a 16 chili di peso per una lunghezza di poco piu' di un metro. Ma io sospetto che si trattasse di un esemplare insolitamente piccolo". Se questa ipotesi e' corretta, gli squali bianchi nascono con forme molto simili a quelle degli adulti e poco dopo la nascita devono essere gia' in grado di nutrirsi da soli. Naturalmente non sono ancora abbastanza grandi o agili per inseguire o azzannare leoni marini, foche, balene od otarie, e cosi' si nutrono soprattutto di pesci che vivono sul fondo. I piccoli di squalo bianco che McCosker ha avuto modo di esaminare in California contenevano nel loro stomaco soltanto resti di molve, sogliole, razze e altri squali. Ma non appena raggiunge l'eta' adulta, la "morte bianca" si fa molto piu' audace. Ecco la sua tecnica di caccia come l'ha costruita McCosker.
Immaginate le acque costiere al largo della California o dell'Australia meridionale, acque che gli squali prediligono perche' ricche di cibo. Una foca adulta nuota pacificamente sul dorso agitando le acque di superficie con il movimento delle sue pinne. Al posto della foca si puo' benissimo trovare un sub in fase di iperventilazione o un surfista che "pagaia" con le mani. Una decina di metri piu' sotto sta incrociando un pesce lungo cinque metri con lo sguardo fisso alla superficie. Il profilo scuro della foca, contornato da un alone di luce tremolante, attrae lo squalo. Si gira, e con un rapido colpo di coda punta verso la superficie. Non appena arriva a un paio di metri dalla preda, icomincia ad alzare la mascella superiore: questo compromette leggermente la sua idrodinamicita', ma fa si che sia gia' pronto a mordere. Gli occhi ruotano nelle orbite all'indietro, verso la coda, e a questo punto lo squalo e' completamente cieco: non vede piu' la sua vittima, e tuttavia puo' localizzarla sulla base delle piccole scariche elettriche che riceve attraverso le ampolle di Lorenzini. La foca e' colta di sorpresa, e difficilmente riesce a eludere quel pesce da una tonnellata che si sta avventando su di lei. Se invece di un pinnepede si tratta di un uomo, la sequenza degli avvenimenti sembra essere apparentemente diversa. I nuotatori che hanno avuto questa avventura raccontano per lo piu' di non aver visto il loro aggressore. Ricordano di essere stati tirati sott'acqua da un grande pesce dal muso conico per poi ritrovarsi inaspettatamente liberi da quella terribile morsa, riuscendo cosi' ad essere soccorsi. Questo farebbe pensare che la nostra specie abbia qualcosa di sgradevole per lo squalo bianco. O che sia il sapore delle mute in neoprene a disgustarlo; ma se si considera che la sua dieta include praticamente di tutto, compresi rifiuti di qualsiasi genere, non sembra logico che una sola sostanza gli impedisca di continuare un pasto iniziato. McCosker ritiene invece che proprio in questo consiste la tecnica dello squalo bianco: attacca di sorpresa e assesta uno o due morsi micidiali. Poi l'attesa che la vittima si dissangui: solo quando si accorge che non si muove piu', si sente tranquillo e la divora. Altrimenti preferisce allontanarsi. Ma quanto dobbiamo temere che si verifichi un attacco di questo tipo ? In realta', pochissimo. Il mare medesimo, come semplice elemento e' molto piu' pericoloso di uno squalo. Nelle stesse acque australiane, che abbondano di squali, dal 1901 (anno in cui si comincio' a raccogliere segnalazioni precise) a oggi, si sono verificati solo 250 attacchi con poco piu' di un centinaio di casi mortali. Negli Stati Uniti ogni anno si registrano meno di dodici attacchi e soltanto uno o due sono mortali. Nel Mediterraneo, secondo le statistiche dell'International Shrark Attak File, negli ultimi 100 anni si sono avuti venti attacchi, di cui quattordici mortali: sette in acque italiane, una presso Montecarlo, tre in Jugoslavia, tre nei mari della Grecia, quattro lungo le coste africane, uno a Malta e uno in una localita' non precisata. Certo nessuno si sentira' molto rassicurato da questi dati statistici: il terrore di essere divorati e' troppo forte per essere vinto dalla ragione. Che cosa si puo' fare, allora, di concreto ?
Anche se qualcuno ha commentato che l'unico modo di salvarsi dall'aggressione di uno squalo e' quello di stare a debita distanza dal mare , e' sicuramente possibile prendere alcune precauzioni. Prima fra tutte, naturalmente, quella di evitare le acque in cui siano gia' stati segnalati degli squali o che ne sono notoriamente frequentate; poi, non fare mai il bagno da soli perche' le persone isolate vengono attaccate piu' spesso; stare in guardia da insolite aggregazioni di pesci che possono attirare uno squalo; evitare le acque torbide, in modo da avere sempre un'ottima visibilita'; mai tirarsi dietro pesci sanguinanti quando si fa caccia subacquea; mai immergersi senza protezione vicino a foche e otarie, cibo preferito degli squali (proprio il recente aumento di popolazione di questi pinnepedi sulle coste americane dell'oceano Pacifico, in Oregon e California, avrebbe favorito il moltiplicarsi dei grandi predatori); se si vede avvicinare lo squalo non agitarsi disordinatamente, ma cercare di allontanarsi con calma o, se si e' in immersione, mantenersi vicino al fondo. Una buona serie di istruzioni, secondo gli esperti, in testa alla quale e' sicuramente la raccomandazione di non lasciarsi prendere dal panico. In effetti, l'elemento piu' critico a proposito degli squali, e cioe' la loro cosiddetta imprevedibilita' , e' in gran parte conseguenza della nostra incapacita' di interpretare le loro intenzioni. Ma questo vale anche per il nostro avversario. Se si capovolgesse la situazione, e fossero gli squali a cercare di capire il comportamento dell'uomo, ci considererebbero probabilmente essere assolutamente incomprensibili: un giorno, ecco il grande Jacques-Yves Cousteau che vi osserva da dietro una macchina da presa e vi offre un ricco pasto a base di sgombri; la prossima volta, qualche bel tipo vi aggancia con un amo in bocca e vi da una mazzata sulla testa.

Squalo Bianco
Carcharodon Carcharias
tratto da AQVA N. 26 Luglio 1988
Nota: tutte le notizie sono riferite all'epoca di pubblicazione dell'articolo pertanto alcuni riferimenti potrebbero non essere piu' validi.


In Australia il Carcharodon carcharias, cacciato in modo impressionante, e' specie in via di estinzione. Ma Rodney Fox, lunico uomo ad essere sopravvissuto ad un attacco del Grande Squalo Bianco, sta lanciando un movimento per la protezione del piu' vorace abitatore degli abissi. E l'idea sta avendo successo.
AQUA pubblica in esclusiva le prime immagini, scattate in acque libere, dell'incontro fra fotografi appassionati e un Carcharodon di quasi cinque metri.

Testo di Howard Hall
Un freddo pomeriggio d'aprile del 1973. Terry Manual sta pescando le abalone, un mollusco gasteropodo molto apprezzato dai frequentatori dei ristoranti chic. Se ne sta sott'acqua, con l'autorespiratore, fuori Capo Catastrofe, nell'Australia del sud. L'acqua e' chiara, ma non trasparente come le acque tropicali. Il "kelp" scuro che ricopre il fondale roccioso assorbe la maggior parte della rimanente luce del sole non riflessa del tutto dalla superficie o assorbita dal plancton. Terry cerca con gesti rapidi tra le alghe addensate, afferrando con destrezza le abalone aggrappate alle rocce del fondo e cacciandole nella sua grande borsa di rete. In superficie, il compagno di lavoro di Terry gli mantiene ben teso il tubo dell'aria e segue col battellino i suoi spostamenti sul fondo. Terry non era un subacque sportivo, era un pescatore professionista di abalone. Il suo lavoro consisteva nel raccogliere quante piu' abalone gli fosse possibile prima che i suoi tessuti assorbissero troppo azoto o che le sue membra cominciassero a sentire gli effetti dell'ipotermia. Cosi' soltanto di tanto in tanto distoglieva lo sguardo dalle rocce e lo spingeva lontano, in fondo ai canaloni dalle pareti ricoperte di alghe verdi e rosse. Se avesse guardato, avrebbe visto una enorme forma oscura levarsi lentamente sul "kelp" lontano. Con la sua borsa di rete colma di abalone e il tempo di permanenza sul fondo concessogli dalle regole quasi scaduto, Terry comincio' la sua ascesa verso la superficie. Durante la risalita non s'avvide dello squalo, lungo piu' di cinque metri, dietro di lui, a quasi cinquanta chilometri l'ora di velocita'. E non riusci' nemmeno a capire che cosa lo avesse colpito con tanta forza da sollevarlo completamente fuori dall'acqua. Il suo compagno di lavoro vide apparire Terry pochi mentri piu' in la'. Lo tiro' a se con la manichetta dell'aria fin quando fu accanto al battello. Allora lo afferro' per le braccia e successe qualcosa che libero' Terry dalle mandibole dello squalo. Ma Terry era morto. Lo squalo lo aveva spezzato in due. 
Nel 1973, prima della morte di Terry Manual, c'erano una sessantina di pescatori di abalone che lavoravano lungo le coste dell'Australia del Sud. Subito dopo quella morte, venti di costoro lasciarono perdere per sempre la loro attivita' e gli altri non tornarono al lavoro prima di sei mesi. Non erano molti quelli che avevano fatto la fine di Terry mentre pescavano abalone. I sommozzatori storpiati o uccisi dalla malattia da decompressione, l'embolia, erano molti di piu' di quelli attaccati dagli squali. Ma un'embolia e'  la conseguenza di un errore del sommozzatore, e la si puo'evitare facendo tutto quello che bisogna fare. Se un sub e' disattento, si prende l'embolia. I numerosi casi di embolia e di annegamento non facevano effetto agli altri sommozzatori. Ma la disgrazia capitata a Terry era qualcosa di molto diverso. Era stato attaccato da un Grande Squalo Bianco, la Morte Bianca. Non c'era nulla che egli avrebbe potuto fare per sfuggire al proprio destino. Non c'era niente e nessuno che avrebbe potuto aiutarlo. Niente di strano, percio', che la morte di Terry Manual avesse fatto uscire dall'acqua per sempre tanti pescatori di abalone, inorriditi. C'era qualcosa di primordialmente terrificante nell'attacco di uno squalo. Il pensiero di essere divorati vivi mentre si e' completamente privi di difesa e' qualcosa di infinitamente peggio che finire massacrati in un incidente d'auto o annegati. Un esempio clamoroso di questa paura cosi' insinuante fu il successo mondiale e senza precedenti del romanzo di Peter Benchley "Jaws", e del film omonimo, "Lo Squalo", anche nella versione italiana, che ne fu tratto. 
"Jaws" ebbe due grandi effetti sulla gente. Per prima cosa, la mise in allarme per una paura gia' insita, istintiva, in ciascuno di noi. E poi fece del Grande Squalo Bianco l'assoluto mostro dei mari, una sorta di demone soprannaturale da cacciare e distruggere prima che qualcuno possa ancora avvicinarsi in assoluta sicurezza all'oceano. La "squalomania" ebbe effetti devastanti sul Grande Bianco, soprattutto nell'Australia del Sud e negli Stati Uniti. Pescatori sportivi e professionisti cominciarono una caccia allo Squalo Bianco come se avessero una vendetta da compiere. I pescatori sportivi non badarono a spese per partecipare a spedizioni distruttive. I parchi marini stipendiarono lautamente pescatori professionisti per avere carcasse di squali bianchi congelate da esporre al pubblico. Una di queste "mostre" fece aumentare del 30 per cento il numero dei visitatori del Seaworld di San Diego in California. Nell'Australia del Sud le mandibole del Grande Squalo Bianco si vendono a 5000 dollari, e un solo dente per 200. 
Rodney Fox e' la piu' famosa del mondo, tra le vittime di un attacco di squalo. Nel 1963 gareggiava per difendere il suo titolo di campione australiano di caccia subacquea quando fu attaccato da un Grande Bianco che lo lascio' mezzo morto. Sorprendentemente, durante la stessa gara dell'anno prima, il campione in carica era stato attaccato e ferito molto seriamente dal Morte Bianca. E l'anno seguente, ancora il campione in carica della categoria "junior" fu ucciso da un Grande Squalo Bianco. Questa sequela di inconsuete coincidenze sembra altrettanto incredibile di certe sequenze del film "Jaws". Certamente, nuotare in superficie in pieno oceano con appesa alla cintura una corona di pesci infilzati e sanguinanti e' un richiamo irresistibile per uno Squalo Bianco. In effetti la maggior parte degli attacchi sono provocati dalla caccia sub. Tuttavia, gli attacchi di squali ai cacciatori subacquei sono sorprendentemente rari, e di attacchi a sommozzatori con autorespiratore impegnati in incruente attivita' sottomarine non si e' sentito quasi mai parlare. La serie di attacchi ai campioni australiani dureante le gare e' una sconcertante anomalia statistica. 
Nonostante le terribili ferite riportate, Rodney Fox e' diventato abbastanza entusiasta del Grande Squalo Bianco. 
"Sono davvero quasi belli, belli in modo brutto", dice, sorridendo, mentre getta fuori bordo un miscuglio di sangue di tonno e di frattaglie nelle acque scure del Dangerous Reef. Durante gli ultimi venti anni, Rodney ha guidato centinaia di turisti subacquei e di cineasti, professionisti e dilettanti, al largo del Dangerous Reef, fuori Capo Catastrofe, a vedere e fotografare il Grande Squalo Bianco in liberta'. In tutto questo tempo il suo atteggiamento verso questo animale e' mutato dall'odio e dal desiderio di ucciderne quanti piu' fosse possibile a uno sforzo comune con altri amanti della natura per far approvare in Australia una legge per la protezione del Grande Squalo Bianco. Rodney si e' reso conto che le catture sportive stanno causando un rapido depauperamento della popolazione di questi squali. E ha capito che, se questo impegno di ottenere una legge protettiva non dovesse avere successo, questo magnifico predatore potrebbe presto svanire dalle acque dell'Australia del Sud. Naturalmente, questo gran lavoro di Rodney ha incontrato una certa resistenza da parte di tutta quella gente che ancora crede che il film "Jaws" fosse piu' un documentario che un'opera della fantasia. Ma il consenso per la sua idea sta crescendo. Esperti naturalisti e di diritto da tutto il mondo scrivono a Rodney Fox e ai legislatori australiani per sollecitarela legge di protezione del Grande Squalo Bianco. Benche' un provvedimento nazionale di protezione d'una specie di squalo possa sembrare quanto meno inusuale, esso non e' senza precedenti. I documentaristi australiani Ron e Valerie Taylor hanno avuto successo con la loro iniziativa tendente a far approvare una legge per la protezione dello squalo nutrice grigio in Australia. 
Sembra impossibile che l'atteggiamento verso gli squali possa cambiare, prima o poi; piu' o meno com'e' cambiato l'atteggiamento verso i grandi felini "feroci" negli ultimi decenni. In tutto il mondo, meno di 50 persone rimangono ogni anno vittime degli squali: molte di meno di quante ne periscano per attacchi di cani domestici e di maiali d'allevamento. Nel 1985, 13 persone furono uccise dagli squali nelle acque degli Stati Uniti. Nello stesso periodo, furono complessivamente 385 le vittime delle punture delle api e dei fulmini. Un'occhiata alla statistiche basta a convincere che quel residuo orrore rimasto dopo la visione e la lettura di "Jaws" non ha proprio ragione di essere. 
Durante i sei mesi che i pescatori australiani di abalone trascorsero lontano dal mare, fu messo a punto uno strumento che avrebbe dovuto indurre molti sommozzatori a ritornare sulla propria decisione. Lo strumento era una gabbia anti-squalo, mobile e individuale, mossa da un motore idraulico e munita di galleggianti regolabili. La gabbia poteva portare piu' abalone di quante un sommozzatore potesse metterne nella sua borsa di rete, ed era equipaggiata persino con una sorgente di acqua calda che il sub poteva pompare nella sua muta per mantenersi a temperatura confortevole. 
Herb Illic comincio' a pescare professionalmente le abalone proprio nel 1973, l'anno in cui Terry Manual fu ucciso. Durante una delle sue prime immersioni, alzando lo sguardo verso la superficie, vide un enorme squalo di piu' di cinque metri di lunghezza, almeno una tonnellata e mezzo di peso, che nuotava velocemente verso di lui. Giunto come un fulmine a pochi metri da lui, lo squalo si arresto' di colpo e comincio' a girargli intorno. 
"Era cosi' grande e cosi' vicino che riempiva completamente il mio campo visivo", disse in seguito Herb. Il Grande Squalo Bianco compi' un paio di circoli intorno a lui, e poi nuoto' via. 
"Me la feci addosso", ricorda Herb. "E, dopo che Terry era stato ucciso, pensai che quello era lo stesso squalo. Avrei voluto essere certo che ogni Squalo Bianco d'Australia fosse stato fatto fuori, prima di immergermi ancora". L'acquisto, per dodicimila dollari, della gabbia, restitui' la serenita' ad Herb. Ma nei quindici anni trascorsi da allora non ha piu' visto un altro squalo, e conosce ben pochi altri pescatori di abalone che ne abbiano incontrato uno. Oggi Herb usa la gabbia di tanto in tanto. Benche' si renda conto che col suo lavoro e' sempre esposto al rischio di essere attaccato da un Grande Bianco, molto di piu' di un pescatore sportivo, d'un nuotatore, di un appassionato di surf, e' giunto alla conclusione che gli attacchi da parte di squali sono una eventualita' remota e che non vale la pena di spendere soldi per la manutenzione della gabbia. 
L'anno scorso Herb Illic ha avuto occasione di raggiungere Rodney Fox al Dangerous Reef per la realizzazione di un film. Dopo tre settimane di immersioni insieme ai grandi predatori Herb ha finito per apprezzare la bellezza e la magnificenza dell'animale che una volta lo aveva terrorizzato. 
"E' difficile averne paura dopo che si e' avuta la possibilita' di guardarne uno sott'acqua per un po'", dice Herb. "Io non sono sicuro di voler vedere il Grande Squalo Bianco protetto come una specie in pericolo, ma certamente non mi va di vederlo scomparire per sempre" . 

Biologia dello Squalo Bianco
Ndr: tutte le notizie sono riferite all'epoca di pubblicazione dell'aricolo pertanto alcuni riferimenti potrebbero non essere piu' validi.

Testo di William Arrigoni
Se la Natura decidesse di stampare in proprio un catalogo il soggetto del nostro articolo verrebbe senza dubbio presentato come "un modello insuperato da 25 milioni di anni, veloce, idrodinamico, efficiente, a grande autonomia, adatto per tutte le stagioni e munito di impianto di riscaldamento". Molto sinteticamente questo risulterebbe essere una verosimile scheda di presentazione del grande squalo bianco Carcharodon Carcharias. I miti, le avventure, le storie che hanno per protagonista questo che sembra essere lo squalo per antonomasia, non si contano. Non esiste praticamente libro in cui si tratti di Elasmobranchi (questo e' il nome scientifico della sottoclasse cui gli squali appartengono, insieme a razze e torpedini) che non dedichi a questa specie, piu' pagine che a qualunque altra. Tuttavia buona parte dello spazio e' dedicato a descrizioni di incontri ravvicinati con questo pesce, da elenchi piu' o meno lunghi di che cosa si sia trovato nello stomaco di questo o quel pescecane e di quanto siano grossi e cattivi. Per questo motivo approfitteremo dello spazio a disposizione per cercare una volta tanto di capire un po' meglio chi sia e che cosa faccia il C. Carcharias, tralasciando, almeno in questa parte, di prendere in considerazione la sua fama di antropofago. Nel "Who's who" dei Condritti (la classe che raggruppa i pesci cartilaginei come gli squali) il grande squalo bianco risulta iscritto all'ordine dei Lamniformi, "il gruppo piu' dinamico e diversificato di squali", almeno secondo la definizione di una check-list di questi animali. I Lamnidi hanno il corpo cilindro conico, molto vicino alla forma idrodinamica perfetta dello squalo ideale. E' forse per questo che, nonostante esistano squali dall'aspetto curioso e apparentemente fatto apposta per essere ricordato dalla gente come il pesce martello (Sphyrna mokarran) o il pesce sega (Pristiophorus cirratus), il Carcharodon ci rimane in mente, indelebilmente associato al termine "squalo".
Il corpo dello squalo bianco e' affusolato con il diametro massimo spostato verso la parte anteriore, piu' o meno all'altezza delle pinne laterali. Il muso e' appuntito, moderatamente lungo e tipicamente conico. I denti larghi, piatti, triangolari e tipicamente dentellati come la lama di un seghetto sono simili in ambedue le mascelle e facilmente riconoscibili per la loro forma particolare. Curiosamente durante la crescita lo squalo bianco modifica la forma dei suoi denti; nei giovani esemplari, infatti, sono allungati e appuntiti come quelli dei mako (Isurus sp.) e adatti per la cattura dei piccoli pesci di cui si nutrono. La forza posseduta dalle mascelle di uno squalo bianco e' incredibile. Un esemplare di quasi 5 m e' in grado di esercitare una pressione di 3 t/cmq, piu' che sufficiente, se abbinato ad una dentatura affilata, per mangiarsi bocconi di 30 cm di lato. Alcune carcasse di balene avevano addosso squarci di 50 x 60 cm provocati da morsi di Carcharodon che in base ad opportuni calcoli risultavano inferti da animali di quasi 8 m di lunghezza. Lo spiracolo puo' essere molto piccolo o del tutto assente. Le fessure branchiali sono alte e ben evidenti. La pinna dorsale e' larga e con il bordo inferiore posteriormente libero. La seconda dorsale e l'anale sono piccole e molto flessibili. Le pettorali sono elegantemente falciformi. Il peduncolo caudale, verticalmente apiattito, porta due fossette precaudali, e una carena prominente su ogni lato che si prolunga in parte sui fianchi. La presenza di queste caratteristiche strutture indica che ci troviamo di fronte ad un possente nuotatore. Le carene infatti hanno il compito di accrescere la stabilita' e aumentare l'idrodinamicita' degli animali e sono appunto distintive di questi e di altri pesci come tonni, sgombri, e pesci spada, che hanno nella velocita' una delle loro qualita' principali. La caudale e' semilunata e ha i lobi superiore e inferiore all'incirca della stessa lunghezza. La colorazione e' quella tipica di un animale di acque profonde. Il dorso puo' essere grigio plumbeo oppure color ardesia con sfumature brune, bluastre o verdastre. Sui fianchi la tinta si schiarisce fino a diventare bianca ventralmente da cui appunto il nome di squalo bianco datogli soprattutto per la sua abitudine di girarsi con il ventre verso l'alto al momento di mordere. Al di sopra dell'inserzione delle pinne pettorali si puo' scorgere una tipica macchia nera. La punta delle pettorali e i margini posteriori della dorsale e della caudale hanno una tonalita' piu' scura rispetto al resto del corpo. Per quanto riguarda le dimensioni massime raggiunte da questa specie, esiste tuttora una certa confusione anche se esami seri e condotti criticamente hanno portato ad un ridimensionamento di molte delle misure citate un tempo nella letteratura.
Ad esempio presso le collezioni del British Museum of Natural History di Londra sono conservate le mascelle di uno squalo bianco catturato prima del 1870 nelle acque di Port Fairy in Australia. Il relativo cartellino, che sempre accompagna i reperti delle collezioni museologiche, riportava tra i dati anche la lunghezza dell'esemplare che risultava essere di 36,5 piedi, pari a circa 11 metri.
Per anni tale misura venne riportata del tutto acriticamente fino a quando il prof. Perry Gilbert, un'autorita' in materia di squali, chiese ed ottenne il permesso di esaminare il campione. Confrontando le famose mascelle con i dati a sua disposizione, il prof. Gilbert si accorse che molto probabilmente, all'epoca in cui era stato preparato il cartellino, era avvenuto un errore di trascrizione e che la misura corretta e piu' probabile doveva essere di 16,5 piedi pari a 5 m, quindi meno della meta' di quanto fino ad allora ritenuto. Attualmente il registro delle catture riporta come misura massima quella di uno squalo bianco arpionato alle Azzorre nel maggio 1978 da alcuni pescatori. L'esemplare misurava 9 m di lunghezza, 4,17 m tra le punte delle pinne pettorali e aveva i denti lunghi 76 mm. Le dimensioni medie dei grossi esemplari avvistati o catturati oscillano tra i 4 e i 5 m con pesi variabili da 1,5 a 2 tonnellate. Per chi volesse calcolare a tavolino il peso di uno squalo bianco in base alla sua lunghezza possiamo riportare una formula messa a punto dagli studiosi per questo scopo: peso totale = 4,34 x 10alla-6 x lunghezza totale alla 3,14.
Nonostante queste misure ragguardevoli lo squalo bianco puo' essere catturato anche con canna e mulinello, proprio come la trota. L'I.G.F.A. (International Game Fish Association) riporta infatti la cattura di uno squalo bianco di 1208 Kg avvenuta nelle acque australiane da parte di Alfred Dean. Si tratta a quanto pare del piu' grande pesce mai catturato con canne e mulinello. Cio' che resta per certi aspetti incomprensibile e' che la cattura venne effettuata con un filo di nylon con un carico di rottura di poco piu' di 60 kg, un'inezia di fronte alla tremenda forza che questi animali possono sviluppare. E' questo un altro mistero da aggiungere ai tanti che circondano questi esseri. La sua distribuzione geografica e' assai ampia e comprende praticamente tutti gli oceani. Specie di acque temperate, il Carcharodon si mantiene in prossimita' delle acque costiere senza spingersi, se non raramente, in acque decisamente pelagiche. La massima profondita' registrata per uno squalo bianco e' stata di 1280 m e si riferisce alla cattura di un individuo appunto a quella quota. Leggermente negativo, uno squalo bianco deve continuamente nuotare per non affondare. La sua velocita' media, registrata seguendo per alcuni giorni degli esemplari marcati, e' risultata essere di poco superiore ai 3 km/h. Della sua vita privata e delle sue abitudini si sa pero' ancora molto poco. Apparentemente esistono delle regole che condizionano la sua presenza in certe acque. In alcune zone il numero degli squali bianchi tende ad aumentare col variare della temperatura.
In California ad esempio sembrano diventare piu' frequenti quando la temperatura dell'acqua raggiunge i 14-15°C e secondo le statistiche gli attacchi sono infatti piu' frequenti nei mesi estivi. A questo proposito occorre sottolineare come non sia affatto chiaro se il maggior numero di attacchi sia imputabile all'aumento del numero di squali o ad una maggiore densita' di "prede". Un altro problema insoluto e' quello della sua riproduzione.
Nonostante le centinaia di esemplari catturati, l'unico esemplare femmina gravida risulta ancora quello catturato nel 1934 in mediterraneo, nella acque di Alessandria d'Egitto. Una volta sventrato l'animale si scopri' che si trattava appunto di una femmina il cui utero conteneva 9 embrioni lunghi 60 cm ciascuno e pesanti complessivamente 480 kg. Questa cattura, essendo l'unica, viene citata in tutti i testi di squali, ma in quelli piu' scientifici viene riportato con qualche perplessita' sia perche' l'unico dato sulla specie sembra essere una fotografia dell'epoca sia perche' il peso degli embrioni risulta essere esagerato. I piu' piccoli squali bianchi fino ad oggi catturati misurano un metro o poco piu' e il loro peso si aggira sui 20 kg circa con un'evidente e sostanziale differenza con il peso di quei famosi embrioni.
Per analogia a quanto avviene negli altri lamnidi si ritiene che anche gli embrioni di squalo bianco siano oofagi, che cioe' pratichino una sorta di cannibalismo intrauterino nutrendosi prima di uova emesse in sovrappiu' dalla madre e poi nutrendosi dei propri fratelli, ma questo lo fanno soltanto uno o due soltanto, di solito i piu' sviluppati. Purtroppo, per quanto ragionevoli e probabilmente vere, queste sono solo ipotesi, e come si amino gli squali bianchi, quando e come nascano e come crescano almeno fino ad un metro di lunghezza, non e' ancora dato di sapere. Un altro motivo per cui si sa poco di questa specie e' l'impossibilita' di mantenerla in cattivita'. Un piccolo esemplare di 2,5 m, fu catturato in Florida e portato immediatamente a Marineland, rimase immobile sul fondo della vasca destinata ad ospitarlo per 35 ore prima di morire.
Una femmina di 132 kg catturata a San Francisco e portata al Golden Gate Park Aquarium, fu liberata dopo tre giorni per evitarle una morte certa, dato il rapido peggioramento delle sue condizioni. In compenso grazie all'elettronica si sono scoperte molte cose curiose sulla fisiologia dello squalo bianco. In esperimenti di telemetria (e' consigliabile studiare questi squali ad una certa distanza) si scopri' che la loro temperatura corporea era di 6°C superiore a quella dell'acqua ambiente grazie ad una efficiente vascolarizzazione dei muscoli che funziona come uno scambiatore di calore. Tramite altre sonde si e' potuto osservare che anche lo stomaco e' caldo e che durante la digestione la sua temperatura si innalza di 7°C. Questo potrebbe spiegare la fame perenne dello squalo bianco, visto che il calore favorisce una rapida assimilazione del cibo e che la sua produzione richiede un consumo di energia che gli altri pesci, eterotermi in senso stretto, non hanno. Il C. Carcharias e' per lo piu' un solitario, ma in zone ricche di cibo non e' difficile scorgerne anche una decina contemporaneamente. Per quanto siano tendenzialmente dei vagabondi tuttavia secondo alcuni studiosi certi esemplari dimostrerebbero di avere preferenze per zone particolari che tenderebbero a visitare con regolarita' anno dopo anno. Nata per cacciare e costruita per questo scopo, questa specie e' senza dubbio il piu' efficace dei predatori marini. Si nutre praticamente di tutto e non dimostra di avere particolari gusti per questo o quel cibo. Cadaveri di cetacei, pesci presi all'amo, salmoni, merluzzi, tonni, sgombri, squali dei piu' svariati generi (Squalus, Sphyrna, Mustelus, Carcharinus), testuggini, foche, elefanti e leoni marini trovano tutti ospitalita' nel capace stomaco dello squalo bianco. A proposito dei pinnipedi, alcuni ritengono che la protezione di cui godono in alcune aree e il conseguente aumento delle loro popolazioni siano la causa e la spiegazione dell'aumentata presenza degli squali in queste aree, un tipico esempio delle quali pare essere la California. In verita' la cattiva fama di cui gode lo squalo bianco ha fatto si che la sua eliminazione sia stata considerata un dovere sociale e il risultato e' che in molte zone il numero degli avvistamenti e delle catture si e' oggi ridotto enormemente. Vedendo le cose dalla parte degli squali non c'e' dubbio che per loro l'uomo sia un pericolo molto maggiore di quanto non lo siano essi per noi e a questo punto viene spontaneo domandarsi se quando lo squalo bianco emerge con la testa dall'acqua, comportamento tipico di questa specie, non lo faccia per vedere che scherzi gli stia preparando l'uomo e cerchi di capire in che direzione gli conviene fuggire.
Al di la di questa battuta, effettivamente lo squalo bianco e' in pericolo e una recente statistica indica anche una diminuzione degli studiosi di questi animali che costituiscono obiettivamente un soggetto difficile e costoso per le ricerche.
Senza arrivare a una vera e propria campagna di protezione integrale del Carcharodon bisognerebbe cominciare a pensare in modo diverso e cioe' che la protezione dell'uomo passa attraverso la conoscenza di questa specie e non attraverso il suo sterminio. Sembra logico e banale scrivere cosi', ma non sono in molti a pensarla in questo modo a proposito di squali, quelli bianchi in particolare.

Lo squalo che mangio' i motori Johnsons
by Dr. Ray McAllister, Professore di Ocean Engineering (Emeritus) presso il Departimento di Ingegneria Oceanica dell'Universita' Atlantica della Florida, Boca Raton, Florida 33431.

Qualche volta i migliori racconti sui pesci sono veri. Ho frequentato per quanche tempo l'autore di uno di questi e mi sono convinto della sua sincerita'. I dettagli possono essere esagerati nell'esposizione, ma io credo nel racconto e vi piacciono le storie vere, questa lo e' quasi quanto fosse appena successa.
Il mio amico, che chiameremo Bob allo scopo del racconto, e tre fanatici pescatori, due chirurghi ortopedici e un anestesista, erano al Club Pacifico, sull'isola Panamense di Coiba, dove battevano un'area un'area a circa 30 miglia ad Ovest. Tutto cio' accadeva nel Marzo del 1973, o giu' di li. In Marzo i "congrejos", simili ai nostri granchi blu, vengono in superficie in gran numero, per nutrirsi o accoppiarsi, e naturalmente si tirano dietro un enorme seguito di predatori che di loro si nutrono. Tra questi predatori ci sono i grandi "silk snappers" (??), i quali sono loro estessi eccellenti prede per la pesca sportiva. Con questi arrivano i loro predatori, i "cubera snappers" (??), normalmente non avvistati in superficie tranne che in talune circostanze. I cuberas di nutrono degli "silk snappers" e dei congrejos e pesano dai 30 ai 120 pounds. Quest'abbondanza di silk e cuberas richiama anche altri predatori.
Bob mi disse che mai , in molti anni di pesca in tutto l'emisfero nord, aveva visto un cosi' gran numero di squali di grandi dimensioni tutti insieme nello stesso posto.
C'erano li, nello stesso momento, da 10 a 20 squali e molti di loro superavano i 10 piedi. Egli ne vide da 15 a 18 piedi, paragonandoli con la barca (anche mako da 20 piedi), e la cosa gli sembrava incredibile. Uno in particolare e' stato notato dai quattro pescatori e dalla loro guida. Tutti concordarono che lo squalo avesse una lunghezza di 30 piedi (sebbene ridotta a 25 nel racconto perche' a uno squalo di 30 piedi non crede nessuno). Sarebbe potuto essere solo un grande squalo bianco, e per tale lo identificarono.
In ogni caso l'animale scomparve e dopo una mattinata di pesca in cui oltre agli snapper presero due mako, da 10 e 15 piedi, si misero a pranzare. Mentre mangiavano
la parte anteriore di uno dei mako torno' su iniziando a muoversi. Bob si trovava al centro dei comandi e si sostenne afferrando il suo amico che stava scivolando verso poppa. In un momento si riebbero abbastanza per guardarsi intorno e vedere la testa di uno squalo bianco gigante che aveva in bocca l'intera parte posteriore del mako e i due motori da 55 cavalli. La guida si sosteneva con le mani sul naso dello squalo per evitare di scivolare verso poppa. Stando molto attenta, si stacco' dal naso dell'animale, afferro' la console e con una mano mise in moto prima un motore e poi l'altro, e ingrano' la marcia.
Grandi nuvole di carne, cartilagine, denti e sangue investirono gli uomini, la barca e l'acqua. La barca ondeggio' spingendosi in avanti. Si fermo' quasi subito con un motore maciullato malamente e l'altro ancora parzialmente funzionante.
Quando i pescatori e la guida si ripulirono dal sangue e dalla carne e poterono riguardare intorno, cercarono lo squalo e lo videro affondare lentamente, mentre tremolava, attraverso le profonde e molto limpide acque blu. Dappertutto, il sangue colorava l'acqua.
Rientrarono con fatica al Club Pacifico con una delle piu' incredibili storie che io abbia mai sentito. Credo che uno dei protagonisti abbia ancora uno dei denti. Se riusciro' ad ottenerlo, lo fotografero' a dimensioni naturali per chiunque sia interessato.

Circeo, settembre 1962
Fonte: Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di Fabio Fino e Antonio Giudici.

I fondali prospicenti il promontorio del Circeo furono per anni il regno quasi incontrastato di numerosi squali appartenenti alle specie più pericolose dei nostri mari, come lo squalo bianco e lo smeriglio. I ripetuti incontri, più o meno cruenti per il subacqueo (e anche per lo squalo) culminarono con il drammatico attacco del 2 settembre 1962, che costò la vita al fotografo subacqueo romano Maurizio Sarra. Maurizio Sarra fu uno dei pionieri dell'attività subacquea in Italia e seppur giovane, acquistò rapidamente una grande notorietà come fotografo subacqueo. In un'epoca in cui l'attività subacquea era praticamente sinonimo di caccia, Sarra fu uno dei primi a lasciare il fucile per sostituirlo con la macchina fotografica, diventando famoso soprattutto grazie alle sue splendide foto naturalistiche. Era comunque un grande cacciatore e profondo conoscitore dei fondali della sua regione, soprattutto quelli del Circeo, all'epoca e forse ancora oggi i più belli e ricchi di tutto il litorale laziale. Era solito effettuare le sue immersioni sulla grande e bella secca del Quadro, qualche miglio a largo del lato orientale del promontorio, di solito nei suoi posti "segreti", dove cioè era sicuro di fare ottime fotografie e soprattutto di portare a paiolo sempre qualche cernia. 
La secca del Quadro è un grande bassofondo di forma triangolare, con la base rivolta verso il Circeo, che si estende per molte miglia quadrate, con una profondità media di 20-40 metri e caratterizzata da gruppi sparsi di massi e qualche roccione tra vaste praterie di Posidonia. Giunto il giorno precedente da Roma, passò il sabato a fare progetti per l'immersione del giorno successivo e soprattutto per il grande viaggio in Polinesia che avrebbe dovuto intraprendere di lì a poco. La mattina della domenica, Sarra si incontra con il suo amico Massimo Gemini verso le sette e mezzo circa. L'accordo era che sarebbero dovuti andare prima a prendere una loro amica, Donatella Morandi, alla Baia d'Argento, dall'altra parte del promontorio. Sarra decide però di non perdere ulteriormente tempo, per poter sfruttare appieno la giornata e convince Massimo ad andare da solo. Prende il mare allora con la sua piccola imbarcazione, dal buffo nome di "O Maria Vergine I", dotata di un piccolo fuoribordo Johnson da 6 cavalli, in compagnia del giovane pescatore Benito Di Genova, che gli farà da assistenza rimanendo a bordo durante le sue battute di pesca. I due si allontanano dalla costa finchè riescono a prendere i rilevamenti: "la cima del Circeo aperta di mezzo palmo col Semaforo, la Villa Auget è addosso all'ultima casa di San Felice e l'albergo Neanderthal si trova sotto il sentiero spartifuoco". Cominciano a scandagliare per trovare esattamente il "Taglio di Levante" della Secca del Quadro, ad una profondità di 30 metri. Sarra inizia a vestirsi e, proprio nel momento in cui stava controllando l'erogatore, lo scandaglio a mano "batte" i fatidici 30 metri. Erano le dieci. Nel frattempo Massimo Gemini era andato a prendere l'amica Donatella alla Baia d'Argento ed era tornato al porto. Ancora vedevano in lontananza la barchetta di Sarra. Partono quasi alle dieci con un daycruiser "Bermuda", motoscafo semicabinato di 6 metri costruito dai cantieri Posillipo e dotato di un potente motore da 60 cavalli. Coprire tre miglia con una barca di quel tipo fu questione di pochi minuti e i due raggiungono la barchetta di Sarra mentre lui era immerso da una decina di minuti.
Alle dieci e un quarto si affianca alle due barche un altro motoscafo, che proviene dalla terra e che avverte i tre che poco prima avevano avvistato sotto lo sperone del faro un pescecane, con una grossa pinna dorsale grigia che svettava alta e dritta fuori dall'acqua. In quel momento riemerge Sarra che, aiutato da Benîto, butta in barca una cernia di circa 12 chilogrammi malamente arpionata. Massimo gli comunica che è stato visto nelle vicinanze un grosso squalo, ma lui facendo una smorfia si riimmerge subito, probabilmente per recuperare il fucile che stranamente era rimasto sul fondo. Sono le dieci e venti e l'immersione si preannuncia come al solito ancora lunga e ricca di altre prede. Sarra invece torna in superficie quasi subito, caccia un urlo soffocato dal boccaglio dell'erogatore, annaspa con un frenetico movimento delle braccia, poi un altro urlo e l'acqua che ribolle intorno a lui si tinge di rosso. Ma la quantità di sangue è sicuramente eccessiva per essere quella di un pesce. Sarra viene allora tirato su, mentre tiene ancora in mano la macchina fotografica, ancora non si rende conto della gravità della ferita. Prima di perdere i sensi, ha ancora lo spirito di pronunciare una battuta scherzosa tipo "però, mordono bene questi squali". La gamba sinistra era ridotta in condizioni tremende: interi fasci muscolari erano stati asportati e l'osso era messo a nudo in più parti.
Il subacqueo viene portato immediatamente al porto a bordo del veloce motoscafo dell'amico Massimo Gemini e dal Circeo, con una veloce automobile, fino all'ospedale di Terracina, raggiunto dopo mezz'ora. Immediatamente viene soccorso e, vista la grande quantità di sangue perduto, viene sottoposto a numerose trasfusioni. Il dottor De Cesare, dopo avergli riscontrato molte gravi ferite alla gamba sinistra, dalla caviglia alla coscia, tra cui la quasi completa asportazione del polpaccio, e altre meno gravi alla gamba destra, inizia l'operazione, che si protrae per 4 ore. Dopo avergli applicato ben 250 punti di sutura, il medico, vista la gravità delle ferite e il grave stato di choc in cui versa Maurizio Sarra, si riserva la prognosi. In base alle deduzioni fatte dal medico dell'Ospedale di Terracina osservando le ferite, lo squalo con il primo morso deve avergli squarciato la gamba sinistra dalla coscia al polpaccio, poi si devono essere susseguiti altri attacchi approssimativamente nello stesso punto, quando era già in superficie e si era accorto della presenza dell'animale. Maurizio Sarra rimane in vita fino a tarda notte, quando sopraggiunge una crisi che non verrà superata. Il dottor De Cesare ha riferito che il subacqueo non è morto in seguito alle ferite riportate, giudicate non estremamente gravi, ma per il forte choc irreversibile che non è regredito, nonostante le intense terapie applicate dallo staff medico.
Non è stato possibile stabilire, né allora né in seguito, l'esatta meccanica dell'attacco né tantomeno conoscere la specie di squalo responsabile della morte di Sarra. Massimo Gemini è l'unico testimone a vedere la sagoma scura di un grosso pesce che si avvicinava velocemente al subacqueo e subito dopo, una grande macchia di sangue che si spandeva nell'acqua. Le ipotesi fatte dopo l'incidente hanno identificato lo squalo come un probabile smeriglio (Lamna nasus) di grandi dimensioni. Lo proverebbero sia la caratteristica del morso sulla gamba di Sarra, sia gli evidenti segni lasciati dai denti dello squalo sul fodero del coltello che il fotografo portava allacciato sulla gamba destra. A favore di questa ipotesi anche le testimonianze di due anni prima dei fratelli Bucher e dello stesso Sarra, che ripetutamente osservarono un grande esemplare di squalo, che tentò anche di attaccare anche un subacqueo. La responsabilità dell'attacco, vista l'esperienza di Goffredo Lombardo del 1956 e l'avvistamento di due grandi esemplari nel 1964 potrebbe ricadere anche su un Carcharodon carcharias che si aggirava in quel vasto tratto di mare. In ogni caso, di qualsiasi specie si trattasse, lo squalo non fu più avvistato nei giorni successivi l'incidente.

Quaranta anni fa nelle acque dell'Elba.

fonte: Sig. Giuliano Chiocca. Periodo imprecisato dell'anno 1960. Localita': Isola D'Elba - Miniera del Ginepro a 200 mt. dalla costa. Cattura effettuata dai fratelli Chiocca: Gennaro , Alfonso e Giacomo. Squalo bianco (Carcharodon Carcharias) di lunghezza e di peso imprecisati, catturato in una mattinata limpida, con mare calmo. Lo squalo era avvolto in circa 150 mt. di rete e probabilmente percorreva la scia di un branco di delfini. All'interno del suo stomaco furono rinvenuti 2 delfini del peso di circa 15 Kg; uno dei due delfini praticamente integro senza segni di decomposizione.

Valutazione del rapporto di cattura a cura di Fabio Fino, consulente per il Mar Mediterraneo dello Shark Research Committee di Ralph Collier dal 1990 al 1993, in base al racconto ed al supporto fotografico.
1-sesso non distinguibile;
2-lunghezza approssimativa 350/380 cm.;
3-peso approssimativo 750/780 Kg.;
4-il periodo dell'anno potrebbe essere compreso tra maggio e giugno (vedi abbigliamento delle persone presenti sulle foto), anche se le condizioni climatiche dell'epoca sono imparagonabili con quelle attuali.

E mori' di domenica.
Circeo, settembre 1956

fonte: Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di Fabio Fino e Antonio Giudici. Originale: Goffredo Lombardo - Mondo Sommerso -anno II n.12 dicembre 1960, pagg.l0-15.
 Era un venerdi' sera del settembre 1956. Avevo finito da poco di lavorare e m'ero precipitato in macchina al Circeo perché il mio amico Marcello Sarra m'aveva indicato un pescatore, Felice, il quale conosceva un buon punto della secca del Faro, un miglio e mezzo fuori del Circeo.
Avevo comprato da poco un motoscafo che dovevano portarmi giù da Fiumicino. L'appuntamento era davanti alla Maga Circe, quel pomeriggio: ma trovai solo il pescatore, del motoscafo nessuna traccia. Perciò caricai bombole, tuta (allora avevo quella bianca di Cousteau a mezze maniche senza gambe), fucile e tutto sulla barca di Felice e ci avviammo a remi verso il punto indicato. Avevo fatto prendere a Felice anche un grosso sasso al quale avevo legato una sagola e un galleggiante in modo da poter individuare il posto per l'indomani, se, dopo una prima esplorazione sott'acqua, mi fosse parso buono. Eravamo quasi arrivati quando vedemmo venire il motoscafo. Vi trasbordammo una parte del materiale, e il resto lo lasciammo sulla barca con Felice, fino al momento in cui ci disse che eravamo sul posto. Saranno state le 6.30, mi vestii in fretta, presi il fucile e scesi giù. Il sole era già calato sulle montagne del Circeo,l' acqua era un po' torbida e la visibilità non troppo buona. In quel punto la secca era profonda solo 16 metri, c'erano alghe, massi e rivoli di sabbia: il tipo di fondale che chiamano «chiana»; e cominciai ad esplorare una parte pinneggiando piano raso terra. All'imporvviso sentii un gran colpo dietro la nuca. Il mio primo pensiero fu che avessero buttato su di me la pietra per l'indicazione della secca; poi subito intuii che si trattava d'altro. Ma di che? Mentre sbandavo per qualche metro verso destra, spinto da una forza sconosciuta, ebbi la sensazione che un'elica di motoscafo mi passasse sopra sfiorandomi. A raccontarlo fa un altro effetto, sembra che tutte queste impressioni siano durate almeno qualche secondo; in realtà s'accavallarono in meno di quel che occorre per schioccare le dita.
 Senza capire ancora che accadesse girai la testa per guardarmi intorno. Di fronte a me si profila una massa grigia oblunga che mi scorre davanti alla maschera a circa 3 metri e della quale non vedo la fine; è un attimo, e dopo distinguo una gran coda asimmetrica dalla quale mi sembra di individuare uno squalo. Non ci credo ancora, mi giro di colpo e vedo venire, adesso frontalmente verso di me, un grosso pescecane dall'occhio sonnolento e stupido e con una bocca enorme piena di denti triangolari che s'apre e si chiude ritmicamente come ad assaporare un pasto prelibato. Sarebbe stupido dire che non ho avuto paura. Il mio primo pensiero in quel momento, fu uno solo: che schifo questa bocca, che schifo! Goffredo, stai attento, non scappare, perché ci lasci la pelle. Con questa idea fissa strinsi il fucile in mano (mi sembrava di avere uno stecchino a confronto con la mole del pescecane) e aspettai che s'avvicinasse di più. Quando fu a circa mezzo metro, scartai verso destra e con tutto il peso del corpo, senza sparare, colpii col fucile, che aveva un arpione stellare, la zona immediatamente vicina all'occhio. Avevo pensato che sparando avrei potuto provocare nello squalo riflessi troppo violenti, e sarebbe bastata una codata per spezzarmi in due. In realtà, e me ne sono accorto dopo, la freccia non sarebbe neppure entrata, per la durezza della sua pelle. Il mio attacco lasciò lo squalo turbato. Dalle aperture branchiali con un fremito, uscì quasi uno strano brontolio. Poi il bestione s'allontanò con un colpo di coda e mi fece intorno un largo giro. Mi girai anch'io senza staccargli gli occhi di dosso; e di nuovo mi vidi venire incontro la bocca che s'apriva e si chiudeva. I miei nervi erano tesi fino allo spasimo, ma mi comportai come prima e per la seconda volta ebbi ragione. Stessa reazione dello squalo: fastidio, branchie che si contraggono, largo giro e nuovo attacco. Nel frattempo avevo cercato poco a poco di riavvicinarmi alla superficie. Prima di arrivare al pelo dell'acqua contai in tutto cinque attacchi; e l'ultimo mi fu portato quand'ero già a galla. Ricordo infatti benissimo che sentii le bombole emergere e che approfittai del momento in cui lo squalo s'era voltato, per guardare se c'era il motoscafo. Non riuscii a vederlo, rituffai subito la testa e mi ritrovai il bestione a dieci centimetri dal corpo. Feci letteralmente un salto all'indietro sull'acqua (sarebbe saltato in quel momento anche un paralitico! ) e ancora una volta picchiai forte col fucile contro l'occhio del pescecane. Seguì un sesto attacco con identico risultato. Ormai avevo capito che non potevo togliere lo sguardo dal pescecane, perciò cominciai ad agitare il braccio fuori dell'acqua, sperando che dal motoscafo mi vedessero. Passò un tempo che oggi, a ricordarlo, mi sembra un'eternità e durante il quale respinsi ancora una volta un altro attacco: l'ultimo e il più pericoloso perché il pescecane aveva fatto un giro piu' largo del solito e non riuscivo a capire da che parte mi venisse addosso. Finalmente notai il suo gran corpo che mi voltava la coda di colpo e s'inabbissava. Il motore del motoscafo che arrivava in quel momento l'aveva spaventato. «Dotto' ma che ha visto un pescecane?»: il mio marinaio, e Felice, che era anche lui salito a bordo, mi guardavano e ridevano. Non s'erano accorti di niente: ma dovevo essere terreo anche dietro il vetro della maschera. Issato a bordo raccontai quello che mi era successo e rn'accorsi che la manica sinistra della tuta era strappata dal colpo avuto sul braccio, che per fortuna s'era solo scorticato senza sanguinare. La maniglia di ferro che è sopra all'erogatore dell'AGA e che in immersione mi riparava la nuca, era morsicata in tre punti ben visibili e abbastanza contorta. Era la prova tangibile che la mia avventura non me l'ero sognata. Eppure quando verso le otto e mezza tornammo a terra, il mio racconto lasciò molta gente poco convinta. Io intanto dovevo sfogare il mio nervosismo e mi gettai in acqua per fare una lunga nuotata. Non fu certo un bagno allegro: mi sembrava d'essere attaccato da tutte le parti; ogni bracciata, ogni colpo di pinna mi dava l'impressione di dovermi chiamare addosso mostri famelici; ma mi dicevo che se non avessi seguitato, forse non sarei più sceso in acqua. Nuotai al buio per una mezz'ora spingendomi abbastanza al largo, e tornai deciso ad avere la pelle di quel pescecane. (...) Il lunedì tornai a Roma. Gli affari mi riprendono, parto per Venezia per due giorni, e giovedì incontro al Lido un amico, il produttore Franco Cristaldi, che mi chiede se mi fermo ancora un po'. «Macché» gli dico, «non è possibile. Sabato mattina devo andare al Circeo a catturare il pescecane che mi ha attaccato». (...) Sabato mattina mi presentai al Circeo attrezzato in modo perfetto. Ero andato al mattatoio, avevo preso 40 litri di sangue in bidoni di latta, venti chili di mammella di vacca, un amo da pescecane, una lunga corda, sagole, gavitelli, un fucile Greener ed anche un fucile da caccia con cartucce a pallettoni per grosse prede. (...) Mandai a chiamare Felice, salii in motoscafo col mio amico Pino Bennati e sua moglie, e mi feci portare al punto esatto dove una settimana prima ero stato attaccato. Sistemai l'esca (non posso dire come, perché è un mio segreto), sparsi il sangue nell' acqua tutto intorno e me ne andai a pescare a tre miglia sotto un relitto dove c'era un po' di pesce bianco (oggi non c'è più né il pesce né il relitto). Dopo un paio d'ore dico a Be ati: ,ndi~ ~o a dere m ;e c'è l'amico». Arriviamo sul posto, mi calo in acqua e cerco di scendere in apnea. Ma sento che sono un po' raffreddato, compenso male, per cui ritorno su e mi faccio dare il respiratore. L'indosso, scendo a perpendicolo lungo il cavo dei gavitelli e vedo l'altra corda tesissima che oscilla.
 A momenti mi pare che sia la corrente a farla oscillare: comunque proseguo e, sempre attaccato alla corda, pinneggiando leggermente, vado... e già, vado dritto addosso al pescecane che ha abboccato. È un attimo: il bestione appena mi vede con tutto l'amo e la catena in bocca mi si lancia contro. Faccio appena in tempo ad appiattirmi dietro una bassa roccia, che mi passa sopra: per un pelo non mi storce la mano che tiene ancora stretta la corda dell'amo. Prima che la corda si tenda tutta e che lo squalo ripeta la manovra, schizzo fuori dall'acqua, m'aggrappo al motoscafo. Grido: «C'è un pescecane!». A bordo non se l'aspettavano e per un attimo sono presi dal panico. Nessuno sa più che fare: la moglie di Bennati quasi sviene; Bennati parla, si agita senza concludere niente, e nessuno m'aiuta a salire. Io resto coi piedi nell'acqua e le bombole che mi pesano sulle spalle bestemmiando come un turco. Finalnrente si ristabilisce la calma e cominciamo a salpare tutto il sistema di corde che avevamo messo in acqua per tirare a galla la bestia. Ci vuole una mezz'ora buona di lavoro prima che il grande squalo appaia in superficie dibattendosi con furia. Prendo il fucile Greener, assicuro l'arpione ad una grossa sagola e sparo: l'acciaio penetra tutto nelle carni della bestia, senza provocarne un sussulto.
Ora è in tensione anche la sagola. Tiriamo ancora, e lo squalo a poco a poco cede, arriva quasi sotto bordo. «Evviva! » grida Bennati: ma proprio in quel momento uno scossone lo fa quasi cadere in mare. È una codata dello squalo che riprende a dimenarsi come un ossesso. Carico il fucile a pallettoni e sparo sette colpi. Solo quando l'ho imbottito di piombo, la bestia si decide a non dare più segni di vita. Così la lotta è finita, ma resta il problema di trascinare la preda fino a riva. «Bisogna legarlo per la coda» dice Bennati; e mi guarda sorridendo; «Ci pensi tu?». «Senz'altro» dico «tanto sono già bagnato»; e presa una cima mi getto in mare. Che bevuta! Nella fretta ho dimenticato la maschera e boccaglio e me n'accorgo solo quando mi sono riempito d'acqua lo stomaco. Comincio a legare la coda con un nodo a cappio. Ho quasi finito quando un ultimo sussulto dello squaló mi sega a sangue la spalla con una codata. (...) Il ritorno fu un trionfo: il pescecane era lungo 4 metri e 20 centimetri e pesava più di 6 quintali.

Dal bollettino della societa' zoologica italiana -1909 vol.X.
fonte: Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di Fabio Fino e Antonio Giudici
Testo integrale rinvenuto da Fabio Fino e dal Dott. Luca Marini nel museo Garzirri (Messina)

Notizie zoologiche sul Carcharodon Carcharias

Sotto il titolo di Macabra pesca, i giornali cittadini del 28 gennaio annunziavano che due giorni prima sette pescatori catanesi, imbarcati in un battello peschereccio, si dirigevano verso Augusta, quando in prossimita' del Capo S.Croce, col grosso amo  d'una nassa da gamberi, veniva catturato un delfino di mezzo quintale circa. A brevissima distanza forti sbuffi di acqua si sollevavano impetuosamente a grande  altezza e veniva a galla un enorme mostro marino, che, con i suoi movimenti metteva in serio pericolo l'imbarcazione. S'impegno' subito una lotta impari fra i due abitatori del mare, nella quale com'e' facile prevedere, tocco' la peggio al delfino, che al primo assalto, ebbe la coda recisa di netto,e , al secondo, fu inghiottito.  I marinai, rimessisi alquanto dal primo sgomento, si diedero all caccia del vincitore e colle fiocine riuscirono ad ucciderlo. Tosto fu rimorchiato nel porto di Catania, e trascinato alla deriva in prossimita' del gazometro. La mattina, in cui appresi della notizia, impedito da doveri scolastici, non mi fu possibile recarmi sul luogo del riconoscimento della specie; nel pomeriggio poi, con grande rincrescimento, venni a sapere che l'animale era gia' stato distrutto alla "sardigna municipale". Da un accurata inchiesta, da me fatta, raccogliendo notizie attendibilissime, favoritemi da colleghi medici, che presenziarono il reperto del contenuto gastrico e da intelligenti marinai e pescatori, risultava trattarsi d'uno squalo avente i seguenti caratteri: corpo fusiforme, alquanto piu' grosso anteriormente, della lunghezza di 4,50 m. e  del peso approssimativo di 800 kg; testa robusta,conica, lunga un metro, con muso piuttosto corto ed ottuso all'apice, occhi piccoli relativamente alla mole del corpo, cinque paia di fessure branchiali, pinna caudale a mezzaluna ed eterocerca; pelle finemente zigrinata; colore del dorso grigio-nero-verdastro, ardesiaco, dal ventre biancastro. Per cortesia degli egregi colleghi dott. Salvatore Privitera,Ufficiale Sanitario Capo, e Dott. Salvatore Tiralongo, Ispettore Sanitario Municipale, ebbi la fortuna di osservare lo scheletro della testa, risparmiato all'opera di distruzione nella "sardigna". L lunghezza totale di esso e' di cm.80, misura questa che accresciuta di quel tanto da attribuirsi alle parti molli, corrsponde a circa il quinto della lunghezza complessiva dell'animale (m.4,50). Le mascelle ampie, fortemente arcuate a ferro di cavallo, robustissime, sono congiunte sulla linea mediana per mezzo di robusto ligamento fibroso; e mentre l'inferiore misura cm. 61 di ampiezza massime e cm.38 di lunghezza(presa questa sulla perpendicolare condotta dalla sinfisi del mento alla retta che congiunge le estremita' posteriori della mandibola), la superiore e' un poco meno ampia e piu' lunga, misurando  rispettivamente cm.57 per cm.40. Lo squarcio trasversale della bocca e' di cm.45. Ambo le mascelle sono provvedute d'un doppio ordine di denti bianchissimi, grandi, larghi, triangolari, diritti, terminati a punta, pianeggianti nella faccia esterna, convessi in quella interna, a margini taglienti e finemente seghettati con dentellini piccolissimi, larghi appena un mm. e poco piu' profondi. Tale dentellatura manca in corrispondenza dell'apice del dente, il quale quindi si presenta liscio anche ai lati. Le due file dei denti sono impiantate con simmetria ai lati di ogni mascella, ed essi, gradatamente, diminuiscono di volume dall'avanti all'indietro, conservando pero' la forma tipica sopra descritta. Nella mascella superiore i denti della prima fila sono 24 (12 per lato), quelli della seconda fila 22 (11 per lato); i primi sono rivolti all'esterno, i secondi all'interno, gli uni e gli altri leggermente in basso. Il dente piu' grande e' il primo che e' lungo 4 cm. ed altrettanto largo alla base, ove viene quasi in contatto col corrispondente del lato opposto; il piu' piccolo e' l'ultimo , che misura appena 4 mm. di altezza. Nella prima fila mancano a sinistra il secondo ed il terzo dente, dei quali pero' si osserva l'impronta della recente caduta; a destra il terzo e' rotto, ma misurato in corrispondenza della base, ben conservata, lascia vedere che esso e' meno grande del secondo e del quarto dello stesso lato; non esiste dente mediano. Nel mascellare inferiore i denti della prima fila guardano esternamente, quelli della seconda fila all'interno, gli uni e gli altri volgono al punta alquanto in basso. E' incompleta la seconda fila di denti, dei quali ne esistono 5 a destra e due a sinistra; i mancanti sono quelli posteriori, e quindi i piu' piccoli. Dei denti della prima fila il piu' grande e' il secondo, che e' lungo 3.5 cm. e largo cm.3; il primo e' appena piu' piccolo, e dista dal corrispondente del lato opposto 4.5 cm. Non esiste al pari che nel mascellare superiore, alcun dente mediano.Il numero delle fessure branchiali (5 paia), riscontrate nello squalo in discorso, ci dispensa dal dubitare che esso possa riferirsi al genere Hexanchus, che ne ha 6 paia, o al genere Heptanchus con 7 paia; ne' abbiamo alcun sospetto possa trattarsi del Prionace  glauca o del Carcharinus lamia, non tanto per la minor mole del proprio corpo, quanto per la conformazione della testa, che in essi e' terminata da un lungo muso, e provvista di denti, i quali invero non hanno altro di somiglianza con quelli della nostra specie che la dentellatura ai margini, mentre poi sono diversissimi per la conformazione generale, e per giunta esiste un dente mediano impari, almeno nella mascella inferiore.
Non e' nemmeno il caso di pensare al Cetorhinus maximus adulto, lungo dai 6 ai 13 m., con la testa proporzionalmente piccola, conica, e denti piccoli, numerosi, conici, uncinati, lisci, ricurvi indietro; e neanche alla medesima specie allo stato giovanile, ancora piu' diversa per il lungo rostro prismatico o piramidale, onde e' provveduta la testa.
Indubbiamente l'individuo, di cui ci occupiamo, deve appartenere ad una delle seguenti specie: Lamna cornubica, Lamna oxyrhinchus, Carcharodon carcharias, delle quali taluna e' frequente, altra alquanto rara o accidentale, non soltanto nei nostri mari siciliani, ma anche in tutto il Mediterraneo e l'Adriatico.
Le tre superiori specie, quantunque per mole e per colorazione e, direi pure, per l'aspetto generale, abbiano caratteri di una certa rassomiglianza fra loro, pur nondimeno qualunque dilettante di ittiologia, col ricordo dei caratteri inerenti alla speciale conformazione del capo, della bocca, dei denti, delle fessure branchiali e delle pinne, fa una facile ed immediata distinzione. Io non vidi l'animale, soltanto, mediante accurata inchiesta riuscii a raccogliere taluni caratteri zoologici, che ho ragione di ritenere esatti o quanto meno attendibili; e questi unitamente a quelli della dentatura, da me personalmente studiati, sono sufficienti per avviare ad una diagnosi certa. Per brevita' e migliore intelligenza del lettore, riassumo in uno specchietto i caratteri zoologici delle tre superiori specie, secondo le indicazioni di Doderlein (Doderlein P. - Manuale ittiologico del Mediterraneo, fascicolo I Palermo 1881 - pag. 60-68), da Bonaparte (Bonaparte C.L. - Iconografia della Fauna Italiana per le quattro classi degli Animali Vertebrati vol.III,Pesci,Roma,1832-1841) e da altri autori; coll'intesa pero' che trascrivo soltanto una parte di essi, quelli cioe' che si riferiscono ai sopra elencati, da me raccolti, tacendo delle branchie, delle quali non posso dire altro, che esse erano in numero di 5 paia.

  LAMNA CORNUBICA LAMNA OXYRHINCHUS CARCHARODON CARCHARIAS
Corpo Fusiforme, arrotondato, turgido nel mezzo Fusiforme, arrotondato,alquanto più rigonfio dietro le pettorali Grosso, fusiforme, piu' turgido anteriormente
Testa Subconica, appianata sulla fronte, con muso piramidale, acuto, ad apice arrotondato e leggermente rivolto all'insu' Piramidale, quadrangolare,allungata, con muso molto lungo piramidale, rettilineo, appuntito all'apice Grossa, conica, un poco appianata superiormente, con muso breve, ottuso, piramidale, diritto
Occhi Rotondi Grandi e ovali Proporzionatamente piccoli
Denti Lunghi, stretti, triangolari, acutissimi, appianati anteriormente, convessi posteriormente, a margini taglienti, lisci; provvisti negli adulti di uno o due piccoli rialzi conici alla base e di uno solo nei giovani; eguali in ambo le mascelle Generalmente lunghi, lanceolati, lisci, taglienti; privi di rialzi basali e di dentelli laterali varianti di forma nelle due mascelle e secondo la posizione Grandi, larghi, appiattiti, triangolari, diritti, taglienti, coi margini profondamente seghettati, della lunghezza talvolta di 3-4 cm.; decrescenti in dimensione dall'avanti all'indietro simili in ambo le maschelle; nessun dente mediano
Pinna caudale Semilunare, col segmento superiore due volte più lungo dell'inferiore Semilunare, con lobo superiore alquanto più lungo dell'inferiore Semilunare con lobo superiore un quarto più lungo dell'inferiore
Pelle Finemente zigrinata Finemente zigrinata Finissimamente zigrinata
Colore del corpo Superiormente ardesiaco-cupo, inferiormente bianco Grigio ardesiaco-cupo superiormente, biancastro inferiormente Ardesiaco superiormente, biancastro inferiormente
Lunghezza 3-4 fino a 6 m 2-4 m 4-7 fino 12 m

Se noi conforntiamo i caratteri zoologici dello Squalo pescato nelle acque di Augusta, con quelli delle tre specie sopra elencate, pur non tenendo conto di quelli che riguardano la lunghezza, il colore del corpo, il grado di zigrinatura della pelle e la conformazione generale delle pinna caudale, che su per giu' poco differiscono da l'una all'altra specie, e  nell'esemplare in studio, per quanto riguarda i rapporti di lunghezza fra i due lobi della caudale, non abbiamo potuto precisare, acquistiamo la certezza che il nostro esemplare e' un individuo adulto di Carcharodon carcharias.
Siamo autorizzati a fare tale diagnosi dai caratteri che riguardano la forma e la dimensione del corpo, della testa, degli occhi e dei denti specialmente. E difatti il corpo e' grosso e piu' turgido anteriormente; la testa voluminosa, conica, un poco depressa sulla fronte, con muso corto, ottuso e dritto; gli occhi piccoli relativamente alla mole del corpo; i denti poi hanno tutte quante le caratteristiche di quelli del Carcharodon per grandezza, forma, disposizione ecc. A conferma della diagnosi, mostrai a marinai, pescatori e colleghi in medicina, che avevano visto il grosso pesce, le tavole cromolitografiche degli squali, comprese nella classica opera di Bonaparte; ed eglino, senza esitanza alcuna, furono tutti concordi nell'indicarmi la figura del Carcharodon carcharias. IL Carcharodon carcharias e' tra gli squali nostrani una delle specie meno frequenti. Secondo Doderlein oltre che raro nelle coste del Portogallo, lo e' pure nell'Adriatico (Venezia e Trieste), non pero' nella Dalmazia, ove, secondo Perugia ne furono catturati otto individui dal 1877 al 1879. Anche raramente si rinviene nel mediterraneo(Nizza, Marsiglia,Sicilia), meno a Cette, dove invece da Moreau e' ritenuto piuttosto frequente. In talune localita' delle coste sicule, come a Messina, sarebbe accidentale, e cio' in contraddizione con quanto asseri' Tuttolomondo (Tuttolomondo A. - Fauna ittiologica del compartimento marittimo di Catania). E' possibile, come pensa Doderlein, che alcuni di quei grossi Pescicani, che Massa e Moggitori danno presenti nelle acque di Sicilia, insidiando i pescatori nelle loro battaglie, si riferiscano ad individui di Carcharodon, ma da cio' all'esser questa specie frequente mi pare che ci corra. Infatti Doderlein stesso afferma che deal 1862 al 1881, anno in cui fu pubblicato il suo 'Manuale ittiologico del Mediterraneo', il Carcharodon Carcharias non "venne colto in nessuno dei circondari marittimi settentrionali dell'isola"; e riferirsi due sole osservazioni non sue, riguardanti l'una la cattura nel golfo di Catania di un individuo di 10 piedi di lunghezza, descritto brevemente, ma con chiarezza, sotto nome di Squalus carcharias, dal prof. Carlo Gemmellaro (GEMMELLARO C. - Saggio d'Ittiologia del Golfo di Catania;in "Atti dell'Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania", serie II,vol. XIX, anno 1864, pag. 120), e l'altra l'avvertimento nel canale di Messina di un grosso individuo, che tento' di aggredire una barchetta di pescatori. Marinai e pescatori, vecchi ed esperti, da me accuratamente interrogati, mi assicurano che nel golfo di Catania "u tunnu palamitu di funnu", come essi chiamano il Carcharodon Carcharias, e' stato pescato un'altra volta circa undici anni addietro. Possiamo pero' ritenere, non per la specie in discorso, in genere per gli Squali di grossa mole, chiamati volgarmente col nome di Piscicani, essere piu' rari nel golfo di Catania, anziche' nelle acque di Messina, ove, d'estate, costituiscono serio pericolo per i bagnanti, soprattutto nella localita' di Timpazzi. Sono pochi i Musei Zoologici Italiani ,che posseggono un gigantesco Squalo: in quello di Padova figura un esemplare di m. 4.90, e in quello di Genova un altro, piccolo, di m. 2.23; a Palermo esiste soltanto una mascella, ceduta in cambio dal direttore del Museo dei Vertebrati di Firenze, prof. Giglioli. In una delle grandi sale superiori del Museo Zoologico di Roma trovasi sospeso un bell'esemplare della lunghezza di m. 6, catturato a Porto S. Giorgio (Marche). Altro esemplare forse un poco piu' grande del precedente, e' quello avuto dal prof. Carruccio, e che si conserva nel Museo Zoologico di Modena. Esso fu catturato nel golfo di Genova, e ancor fresco spedito a Modena, ove venne studiato dal direttore di allora , chiarissimo prof. Antonio Carruccio, che, oltre la preparazione tassidermica, fece eseguire vari preparati anatomici.Lo stomaco, in cui fu rinvenuto un vero bazar sui generis (cani, gatti, molluschi, un paio di vecchi pantaloni da marinaio, un paio di stivali pure vecchi, pezzi di canovaccio, ecc.), ripulito accuratamente e preparato, era cosi' ampio, da potere ospitare, con comodita', un individuo adulto; come, scherzosamente, volle provare il compianto prof. Bergonzini, a quell'epoca I° Assistente alla Cattedra, il quale, introdottosi di nascosto, salto' fuori di botto, destando la sorpresa e l'ilarita' dei compagni di studio, che lo salutarono novello Giona. Cio' avveniva verso il 1879-1880, come mi assicura il mio caro ed antico direttore dell'Istituto Zoologico di Roma. Leggendo l'interessante monografia del prof. G.G.Gemmellaro (GEMMELLARO G. G. - Ricerche sui pesci fossili della Sicilia; in "Atti dell'Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania", serie II,vol. XIII, anno 1857, pag. 299-310) ,si apprende che il genere Carcharodon, adesso divenuto raro nei nostri mari, nell'epoca miocenica e pliocenica doveva essere comunissimo e di mole 4-5 volte maggiore della' attuale; e rappresentato da diverse specie, piu' o meno affini, ma non identiche al C. carcharias. Cio' vien dimostrato dal rinvenimento nei depositi marini di quelle epoche, in parecchie localita' siciliane, d'una notevole quantita' di grossi denti triangolari a margini seghettati lunghi fino a 10 e 12 cm. In generale i Pescicani sono esseri robusti, arditi, rapaci e voraci nel vero senso della parola: "afflitti da una fame che nulla mai satolla", rigettano "gli alimenti, che inghiottono, digeriti a meta', per cui sono costretti a riempire lo stomaco di continuo vuoto. Divorano quanto e' divorabile, e si sono trovati in essi gli oggetti piu' diversi", stracci, scarpe, pezzi di legno, caffettiere di stagno, che a dire di Bennet, vengono facilmente attaccate e sciolte dal succo gastrico. Gessner, a Marsiglia, vi trovo' un uomo armato di tutto punto. La fortuna, toccata al profeta Giona di rivedere le stelle dopo tre giorni di pacifica dimora nell'ampio stomaco, e quella pur essa mirabolante del marinaio che, ingoiato da un Pescecane, venne vomitato vivo, in seguito all'uccisione di questo per mezzo di un colpo di cannone, disgraziatamente e' cosa che non si ripete piu'! Purtroppo chi entra vivo nelle ampie fauci d'un grosso Squalo, vi trova sempre la tomba, come generalmente accade a quei poveri infelici, che nel Mediterraneo precipitano da bordo. E l'insaziabile voracita' di tali pesci non si manifesta tanto pei vivi, ma anche pei morti; difatti quando "la febbre gialla fa strage a bordo, ed un cadavere dopo l'altro dev'essere buttato in mare, il loro aspetto e' ben fatto per infondere lo spavento ai piu' coraggiosi. Durante la battaglia navale di Abukir si vedevano i pescicani circolare in mezzo ai vascelli delle due flotte, ed aspettare i soldati, che cadevano dal bordo". Il C. carcharias, senza dubbio ,e' fra gli Squali una delle specie piu' voraci. "La maggior parte delle carneficine" dice Bonaparte (Brehm A. E. - La vita degli animali, vol. V. Napoli, 1872, pag. 845-863), " che si raccontano operate da grandi pesci lungo la spiaggia del Mediterraneo, si deggiono ripetere dalla voracita' di costui. La sua bocca certamente, la sua gola, i suoi denti sono oltremodo opportuni a lacerare qualunque corpo assai duro, ad inghiottire un uomo sano intero: di che non mancano lagrimevoli esempi, tra i quali si narra che gli estraessero dallo stomaco talun corpo umano con tutte le vestimenta, come lo aveva trangugiato ".  Una simile macabra scoperta pur troppo ce l'offri' lo Squalo, pescato nelle acque di Augusta, nel cui tubo digerente furono rinvenuti, in mezzo ad altro materiale, avanzi di parecchi cadaveri umani, illustrati, dal punto di vista della medicina forense, dal chiarissimo prof. Gian Giacomo Perrando.

Osservazioni medico-legali sui resti umani scoperti nel tubo digerente del "Carcharodon"

L'accurata relazione zoologica dell'egregio collega Condorelli sulla interessante cattura del Carcharodon carcharias nelle acque di Augusta ,acquista particolare interesse anche dal punto di vista medico-forense. Perrocche' la diligente identificazione di simile voracissima specie, fatta nella luttuosa circostanza dell'immane ecatombe Calabro-sicula del 28 dicembre u.s., ci riconduce col pensiero alle insormontabili difficolta' in cui oggi si trovano lo stato civile ed i rapporti di diritto privato delle citta' cosi' miseramente distrutte in pochi secondi. Alla pietosa ricerca dei resti mortali di tante povere vitime, alla affannosa speranza di ristrovare tanti cari congiunti, alla nobile ansia di veder risorgere a nuovi vincoli sociali quelle terre desolate, al dolore muto che paralizza, al sentimento dei piu' cari affetti che oggi ancora soffoca ogni altra iniziativa, subentreranno, con la nuova vita, fra le tristi rimembranze, le pratiche necessita' di ricostruzione dello stato civile e dei rapporti economici dei successori. La vita sociale che deve risorgere dai secolari robustissimi tronchi abbattuti, anche economicamente, germogliera' dalle povere radici, disperse, ancor vive e feconde. Si potra' discutere se queste disgraziate persone siano state inghiottite, cosi' come io penso, durante il terribile maremoto, oppure siano state inghiottite dopo morte sia perche' annegate, sia perche' buttate in mare nella tremenda confusione della catastrofe. Si potra' discutere ancora se sono state inghiottite dal Carcharodon durante o subito dopo la loro morte, oppure dopo breve tempo; ma e' certo pero' che quei corpi rimasero nel tubo digerente del pesce pressoche' per tutto il tempo che intercorse fra la loro tragica morte ed il momento del rinvenimento dei loro resti disgraziati. Tutto cio', del resto, meglio risultera' dai caratteri descrittivi di cui passiamo a far cenno sommario. Appena sventrato il Carcharodon i resti umani vennero pietosamente raccolti in due casse mortuarie e trasportati alla camera mortuaria del cimitero di Catania, ove ebbi l'opportunita' di poterli esaminare poco prima che venissero esaminati. Come si puo' vedere dall'annessa zincotipia, tratta da una fotografia eseguita alla meglio in ambiente chiuso con giornata piovosa, quell'informe carname umano giaceva sopra un carro mortuario municipale. E' da notarsi anzitutto che furono rinvenuti nel ventre del pesce e commiste alle carni umane, anche dei resti di animali che ne furono separati durante una prima cernita. Tuttavia sul carro di carname umano che si apprestava all'inumazione trovammo ancora qualche altro resto residuo animalesco e precisamente alcune ossa lunghe ed un cranio di cane adulto, parecchie vertebre dorsali di un grosso mammifero quale potrebbe essere un bovino. Queste ossa erano completamente denudate di parti molli e corrose dai succhi digestivi, cosicche' non credo che potessero appartenere alla stessa epoca dei resti umani e, cioe', credo che dovessero appartenere a preda anteriormente fatta dal Carcharodon. Il materiale umano, come si vede dalla figura, consisteva principalmente in pezzi di arti e di un tronco ancora rivestiti dalle loro parti molli, per quanto orribilmente sfragellati, sbrandellati, e cincischiati in modo indescrivibile. Questo carname era nel complesso di reazione debolmente acida, inodoro, molliccio, quasi gelatinoide, viscido, scorrevole, di colorito roseo-cinereo, senza alcun indizio di processo putrefattivo. La mollezza e la viscidita' dei tessuti era la nota caratteristica predominante, tantoche' la cute, i muscoli, le interiora, e tutti gli organi, perduta ogni loro consistenza, si accavallavano gli uni sugli altri cosi' come un ammasso di budella. Altra caratteristica era lo sbrandellamento cutaneo tanto che larghi tratti di arti presentavano le masse muscolari completamente decorticate. Contuttocio' i singoli tessuti erano tuttavia riconoscibili nella loro struttura. Le Ossa erano in gran parte stritolate, specialmente quelle di una testa di uomo adulto che era convertita in un sacchetto informe di frantumi ossei. Le ossa lunghe, anche se denudate delle parti molli, erano ancora intaccate dai succhi digestivi, altre ossa invece piu' tenere e specialmente quelle piatte di un teschietto disfatto di bambino, erano alquanto corrose dai succhi digestivi e talune convertite in lamine pieghevoli fibrose per l'avanzata decalcificazione. I Muscoli erano di un roseo-pallido tendente al cinereo, d'aspetto uniforme, mollicci, come lungamente macerati nell'acqua. Per quanto molli ed imbibiti, erano pero' assottigliati nel volume dei loro ventri carnosi, cosi' come nella struttura delle loro fibre. La cute sbrandellata era ben riconoscibile nei suoi caratteri, per quanto in gran parte mancante degli strati cornei. La superficie del derma era pero' bianchissima, tumida per imbibizione, viscida e slavata, cosi' come avviene per protratta macerazione. Gli sbocchi delle glandole ed i bulbi piliferi spiccavano notevolmente come punticini salienti. I peli erano caduti o cadenti con tutta facilita', ma, come le unghie, le produzioni cornee erano ben riconoscibili. Il grasso ed i connettivi erano ben conservati per quanto scoloriti e viscidi. I Vasi erano vuoti di sangue. Le matasse sbrandellate, che furono trovate annesse allo stomaco sbrandellato di un uomo, erano di aspetto quasi normale, fatta eccezione del solito scoloramento esangue. Si noti che gli intestini erano ancora integri e contenevano ancora masse fecali consistenti brunastre, cosi' come integro trovammo lo stomaco contenente scarsa quantita' di un materiale poltaceo biancastro. Il Fegato, che era annesso al tronco suddetto, era invece di colorito rosso-bruno intenso, quasi nerastro e specialmente interessante e' il fatto di averlo ancora trovato intatto nelle sue forme ed abbastanza ben conservato. Il suo volume era pero' alquanto ridotto. Non era sede di alcuna alterazione anatomo-patologica e la sua ottima conservazione faceva anche contrasto col rammollimento di molti altri tessuti piu' resistenti e faceva meraviglia data l'epoca del decesso. Il cuore ed i grossi vasi, annessi a questo tronco, erano pure ben conservati, per quanto scoloriti. Il miocardio pero' era molto flaccido, friabile e simile ai muscoli in quanto rigurda i caratteri delle sue carni. Le cavita' cardiache erano completamente vuote di sangue. La milza era flaccidissima, molle, spappolabile, scolorita e di volume ridotto. Altrettanti caratteri si trovano in un unico rene rinvenuto isolatamente in mezzo al carname descritto. Dato il numero sterminato delle vittime ignorate del terremoto, forse, nessuno sapra' mai con certezza a quali persone abbiano appartenuto i resti mortali da noi esaminati, perrocche' mille e mille altre vittime sconosciute potrebbero presentare caratteri anatomici di eta', di sesso, di condizione sociale, ecc., uguali a quelli che si possono desumere dalle nostre constatazioni necroscopiche. Per questo, ripeto, si rendeva superfluo ogni tentativo di identificazione personale, gia' per se' stessa difficile a rilevarsi date le alterazioni e specialmente lo strazio comminutivo di queste misere carni. Diremo quindi sommariamente che queste membra dilaniate appartennero almeno a tre distinte persone. Basta dare un'occhiata alla annessa figura per riscontrare a destra due arti inferiori stritolati di adulto, i cui piedi, disposti in basso, si mostrano tuttavia calzati di robuste e grossolane scarpe. A sinistra e' pure visibile, nella fotografia, un altro arto inferiore di adulto, non calzato, cui stava vicino l'altro arto corrispondente sminuzzato appartenente, di certo alla stessa persona. Al centro era disposto un tronco d'adulto colla testa sminuzzata, irriconoscibile in alto e le interiora scorrenti in basso. Molto in alto ed al centro si riconosce un pezzo di colonna vertebrale dorsale con annesse arcate costali appartenenti certamente ad un bambino. Non riferiremo in dettaglio i rilievi fatti per stabilire i caratteri d'eta', di sesso, e di condizione sociale delle persone cui si riferiscono questi principali pezzi anatomici, non potendo avere alcuna importanza ne' pratica, ne' scientifica per le ragioni gia' dette. Diremo soltanto che da questi rilievi e' risultato che il bambino, cui apparteneva l' accennato pezzo di gabbia toracica, e di cui si trovarono ancora un corrispondente omero, due ulne ed una tibia con parti molli sbrandellate , nonche' qualche osso piatto del cranio, fra cui un osso occipitale decalorificato visibile nella figura in alto ed a sinistra come una macchietta biancheggiante, risulto' della eta' di circa cinque o sei anni. Ci risulto' poi che gli arti addominali, ancora calzati posti a destra della nostra figura, appartennero allo stesso individuo cui appartenne il tronco con annessi visceri addominali che si vedono nella parte infero-mediana del carro. Cio' si desume da raffronti fatti sulle dimensioni del corpo e specialmente pei caratteri della cute e dei peli. Quest'individuo era dell'eta' di circa cinquant'anni e di sesso maschile. Cio' risulta non tanto dai caratteri delle ossa e dei denti, quanto dai residui di barba che ancora si vedevano sulle guancie della testa stritolata; il cui cuoio capelluto e' ancora rivestito di capelli forti, castagni scuri, ormai brizzolati e tagliati corti alla lunghezza di circa 3 cm. E' probabile che la condizione sociale di quest'uomo non fosse certo elevata, perocche' le grossolane scarpe di cui e' calzato portavano chiodi e rattoppi, cosi' come portavano rattoppi misere e grossolane calza corte di maglia di cotone che si trovarono sotto le scarpe. Un particolare relativo alle scarpe, che merita altro rilievo, e' quello relativo al loro colore. Il cuoio di cui erano formate risultava di colorito naturale, come conciato di recente, senza lucidatura o tinzione. E' da credere che l'azione macerativa e digestiva del Carcharodon abbia indotto quest'aspetto specie nella suola delle scarpe che, peraltro, in origine poteva essere tinta con lucido nero od altro che poi si e' disperso. I chiodi delle scarpe erano splendenti, come limati di fresco, e cio' sempre in dipendenza dell'azione dei succhi digestivi. Gli arti addominali, di cui uno figura a sinistra della nostra fotografia appartennero, verosimilmente, ad una donna per i caratteri della cute, sia per quelli di un pezzo di osso iliaco, sia infine per un lembo di veste che ancora copre il fianco e l'arto, veste costituita da una falda di lana, rattoppata, di sottile tela di cotone di colore bleu o a disegni. Non e' lecito stabilire l'eta' di questa donna che dovea essere di media statura e certamente adulta. Sono quindi nel numero minimo di tre persone quelle cui appartennero i pezzi anatomici estratti dal Carcharias da noi segnalato. Dico in numero minimo di tre, perche' i frammenti ossei di carne umana dilaniata erano cosi' cospicui da non potersi escludere che qualche altro brandello potesse appartenere a qualche altra persona. Questa molteplicita' di cadaveri umani trovati nello stomaco del mastodontico pesce e' altro indizio che le straziate vittime sono riferibili alla tremenda ecatombe Calabro-sicula del 28 Dicembre u.s.; essendo inverosimile datare ad altra circostanza favorevole al macabro pasto da noi descritto al di fuori della coincidenza della cattura del Carcharodon nelle acque di Augusta appena un mese dopo del terremoto e maremoto verificatosi nelle spiaggie siciliane. Ho detto non essere facile il decidere se queste altre vittime umane, cosi' stranamente inumate nel corpo di un pesce, siano state inghiottite viventi o dopo la morte riscontrata per annegamento od in altra maniera. Pensando pero' che questi disgraziati dovevano essere vestiti dei loro indumenti (gonna di donna,piedi calzati di uomo) allorche' vennero inghiottiti dal Carcharodon, e' lecito arguire che non si tratti di vittime schiacciate dalle macerie e buttate poi in mare, giacche' quasi tutte le vittime furono colte dalla tremenda catastrofe all'alba luttuosa, mentre i piu' dormivano nei loro letti e percio' erano svestiti. Probabilmente si tratta di persone sorprese alla spiaggia od in qualche piccolo scafo durante il maremoto, come purtroppo avvenne per tanta povera gente. Ancor vivi, o magari, appena annegati furono dilaniati ed inghiottiti dal Carcharodon. Non credo d'altronde che fosse intercorso un tempo lungo fra il momento della loro morte ed il momento in cui i miseri corpi dilaniati vennero inghiottiti; perche' le carni e specialmente i visceri non presentavano alcun indizio di comuni e pregressi processi putrefattivi o cadaverici inoltrati; il fegato, la milza, gli intestini erano, meravigliosamente, in codizioni di buona conservazione e privi assolutamente di qualsiasi infiltrazione gassosa putrida. Da quanto ho esposto restano dunque stabiliti i piu' grossolani caratteri di resti umani dopo la loro permanenza per circa un mese nel tubo digerente di un Carcharodon carcharias. Molte altre particolarita', specialmente istologiche, sarebbe stato opportuno di raccogliere se le circostanze di tempo e di luogo ce lo avessero consentito. I caratteri rilevanti dimostrano frattanto: 1) che per quanto si tratti di specie marina orribilmente voracissima, i succhi digestivi, in un mese di tempo, attaccarono debolmente le ossa decalcificandone soltanto quelle piu' sottili e piu' tenere; dimostrandosi inoltre che le attivita' assimilative, piu' che per azione chimico-digestiva si svolgono per graduale diretta estrazione assorbente di succhi solubili; 2) che i visceri ed i muscoli umani si conservano assai bene identificabili nei loro speciali caratteri, per quanto presentassero un tipico e notevole rammollimento viscido, macerativo ed un marcato assottigliamento per probabile estrazione di lor parti protoplasmatiche solubili; 3)che di fronte all'orribile maciullamento e sbrandellamento dei corpi umani, fa contrasto la relativa integrita' e conservazione anatomica di delicati organi parenchimali e specialmente del fegato, della milza e degli intestini; 4)che questa conservazione dei caratteri anatomici e perfino la conservazione di resti di indumenti (veste, scarpe, calze) permette ancora, dopo un mese, utilissimi rilievi per la identificazione personale dei soggetti inghiottiti.