Attacco
mortale in Brasile
San Paolo, Brasile (Reuters) 8 Marzo 2001
Uno squalo
ha ucciso un giovane Brasiliano al largo della spiaggia di
Recife, nel Nord Est del Brasile, conosciuta, dicono le
autorita', per gli attacchi di squalo.
Il corpo di uno studente di 20 anni e' stato rinvenuto
nella famosa spiaggia di Boa Viagem due giorni dopo la sua
scomparsa mentre stava notando.
"La parte anteriore del torace e tutti gli organi
interno erano stati asportati", ha detto il dott.
Jorge Mota dell'Istituto di Medicina Legale. " Il
corpo mancava anche di un avambraccio, di una parte della
faccia e della coscia". Non e' stato possibile
stabilire se il giovane stesse nuotando al di la della
barriera corallina che corre lungo la costa della citta',
situata a 1700 miglia (2700 km) a Nordest di San Paolo.
Recife infatti e' il nome Portoghese del reef. Il Governo
dello Stato di Pernabuco, ha avvertito i bagnanti di non
avventurarsi al di la de reef. Ha proibito il surf in
tutta l'area nel 1999, dopo che un giovane aveva perduto
le mani a causa dell'attacco di uno squalo, sempre a Boa
Viagem. Questo e' il l'attacco n. 33 avvenuto nell coste
piu' meridionali del Pernabuco, l'undicesimo mortale dal
1992.
La specie responsabile dell'attacco non e' stata
identificata.
Attacco
in Australia
Tratto da "Repubblica" del 6 febbraio 2001
SYDNEY -
5-2-2001 - Il morso che gli ha quasi staccato una gamba
non l'ha scoraggiato. Quel grosso squalo che l'ha
attaccato l'ha ferito nel corpo ma non nello spirito. E
cosi', sanguinante, in mezzo al mare e con una gamba
malconcia, un surfista australiano ha fatto quello che a
volte si vede fare nei film d'azione. Ha preso una cima
del suo windsurf, l'ha legata stretta intorno alla gamba
ferita ed ha bloccato il sangue che usciva a fiotti. Poi,
a nuoto, ha raggiunto la riva. A quel punto si è fatto
una passeggiata fino a casa e solo allora e' stato preso
in consegna da un'ambulanza. C'e' il lieto fine per questo
nuovo attacco di uno squalo ai surfisti che solcano i mari
dell'Australia. Stavolta e' accaduto presso la costa a
nord di Sydney. Mark Butler, 48 anni, insegnante e padre
di tre figli, era in mare con la tavola quando,
all'improvviso e' spuntato lo squalo. Un attacco
improvviso, il morso dell'animale che ferisce Butler alla
gamba poco sopra al ginocchio. Lo squalo si allontana.
Butler, circondato da acqua e sangue non si perde d'animo.
Prende la corda di sicurezza del surfboard, la usa come
laccio emostatico e raggiunge la spiaggia di Brooms Head.
Tocca terra e barcollando percorre i 500 meri che lo
separano da casa. A quel punto viene prelevato da un
elicottero-ambulanza che lo trasporta all'ospedale di
Lismore, dove i medici riescono a salvargli la gamba dopo
un'operazione di quasi due ore. "E' un uomo
fortunato: ha perduto oltre un litro di sangue ma lo
squalo ha mancato l'osso e le arterie maggiori per un
centimetro - spiega il chirurgo che lo ha operato, il dott
Jack Ashworth - Non ricorda niente dello squalo, ma è
molto sollevato del fatto di avere ancora la gamba
sinistra. Ha perso una quantita' sostanziale di muscolo,
ma potra' camminare ancora".
Catturato
squalo elefante.
di Antonio Nonnis da fonte televisiva.
- 5
Febbraio 2001 - Gallipoli (lecce).
Specie catturata Cetorhinus
maximus
Alcuni pescatori hanno trovato uno squalo elefante di 10
metri impigliato nelle loro reti a Porto Gaio. Hanno
allertato la capitaneria e trainato fino al porto di
Gallipoli il grosso squalo, che e' stato visitato e
considerato in condizioni tali da poter essere liberato in
breve tempo.
Attacco
di squalo a Cuba
di Marc Baldwin
24 Gennaio
2001
Vittima Solie Hamalainen (femmina)
Localita' Costa Verde Resort, Guardalaucaca, Cuba.
Specie attaccante Sconosciuta
La donna nuotava col marito a 15-20 metri dalla riva,
quando un grosso squalo l'ha afferrata per un braccio e
trascinata sott'acqua. Il marito e' riuscito a far
allontanare l'animale e l'ha soccorsa fino a metterla in
salvo sulla spiaggia. Un elicottero l'ha trasportata al
Toronto Hospital, dove le sono state riscontrate profonde
lacerazioni nella parte superiore del braccio, al punto
che le si vedeva l'osso attraverso i tessuti. E' stata
sottoposta a due operazioni, e altre sono previste per il
futuro. Ci sono dubbi sul recupero al 100 per 100 della
funzionalita', ma la riabilitazione procede bene.
Australia,
uno squalo uccide un uomo
Tratto da "La Repubblica" del 6 Novembre 2000.
Ha
attaccato un gruppo di nuotatori a pochi metri dalla
spiaggia. Ferito un altro bagnante.
PERTH - 6 Novembre 2000
"Era uno squalo enorme, davvero enorme. C'era un mare
di sangue mentre quella bestia si accaniva su quel
poveretto". Eccolo il racconto dell'orrore visto
dalla spiaggia. Dieci metri più avanti, uno squalo bianco
di cinque metri aveva appena finito di attaccare due
uomini, uccidendone uno e ferendo in modo grave l'altro.
E' successo all'alba di oggi a Perth, in Australia. Un
gruppo di amici decide, come tutte le mattine, di farsi
una nuotata. Vanno alla spiaggia di Cottesloe e si tuffano
in mare. All'improvviso si materializza uno squalo bianco.
L'enorme pesce vede i nuotatori e attacca. Si accanisce
contro un uomo, lo azzanna alla gamba e lo trascina per
decine di metri. Poi lo lascia e si avventa contro un
altro. Il primo uomo muore, il secondo se la cava con
gravi ferite alla gamba. Dalla spiaggia danno l'allarme.
La polizia fa evacuare la spiaggia e cominciano le
ricerche: dall'alto con gli elicotteri, in mare con decine
di imbarcazioni, ma dell'animale non c'e' traccia.
Scomparso. L'obiettivo e' quello di far allontanare lo
squalo dalla riva. Per ucciderlo infatti sarebbe
necessario un permesso speciale: lo squalo "white
pointer" e' una specie protetta in Australia. Con la
memoria si corre alla ricerca degli attacchi precedenti.
Quello di oggi e' il primo attacco mortale di squalo a
Perth in più di 30 anni, mentre poche fa settimane due
attacchi mortali sono stati segnalati nel sud
dell'Australia.
Moria
di squali lascia perplessi gli esperti
Fonte: www.cnn.com
18 ottobre 2000 messo in linea alle 2:27 p.m. EDT (1827
GMT)
PANAMA
CITY, Florida (Cnn)-- I biologi federali e della Florida
perplessi dalla morte di piu' di 100 squali spiaggiati in
una piccola baia a Panama City, Florida. Si tratta di due
specie costiere comuni, il pinna nera (Carcharhinus
brevipinna ?) e lo squalo dal naso aguzzo atlantico
(Rhizoprionodon terraenovae ?). Le prime notizie della
moria risalgono a Lunedi' 23-10-00. Un biologo ricercatore
marino, Enric Cortes, col National Marine Fisheries
Service di Panama City, esaminarono circa 50 animali.
Cortes dichiaro' che non mostravano segni di ferite da
parte di pescatori, che la morte potrebbe essere stata
causata da una malattia e che le morie di massa negli
squali sono estremamente rare. Un altro possibile imputato
e' la qualita' dell'acqua, ma sembra improbabile, in
quanto nessun altro animale pare coinvolto nella moria. La
marea rossa, un'infiorescenza di un'alga che puo' causare
la morte dei pesci, e' stata notata nell'area nelle ultime
settimane. Test sui tessuti degli squali morti sono stati
effettuati per capire se l'alga rossa possa essere
coinvolta, e nel caso che dessero responso negativo Cortes
afferma che c'e' una grande probabilita' che il fatto
rimanga avvolto nel mistero.
Turista
morsa da uno squalo al largo di Maui
Fonte: www.cnn.com
Venerdi', 20 ottobre 2000 messo in rete alle 10:18 AM EDT
(1418 GMT)
OLOWALU,
Hawaii (AP) -- Una turista californiana e' stata morsa da
uno squalo al dorso e alle gambe mentre nuotava a mezzo
miglio dall'isola di Maui. Henrietta Musselwhite, 56 anni
di Geyserville, California, era in condizioni stabili
Giovedi'. Mercoledi' Ron Bass era in canoa col figlio
della Musselwhite lontano circa 75 yards quando vide una
massa grigia in acqua e udi' le grida di aiuto della
donna, la soccorse e la porto' a riva. I funzionari
dell'ente per la conservazione dello Stato credono che
l'attacco sia stato portato da uno squalo tigre lungo dai
6 agli 8 piedi. L'area e' nota per la presenza di squali,
ma a tutt'oggi un attacco in acque pulite e' inusuale,
dice Russel Sparks, specialista dell'Ente Statale per le
risorse acquatiche. Il luogo e' a meno di un miglio da
dove, nel 1991, fu uccisa una donna da uno squalo. Le
spiagge sono state chiuse per un miglio su ogni lato del
piccolo villaggio di Olowalu.
Due
attacchi mortali in due giorni nell'Australia meridionale
Fonte: Cnn
Elliston
25-09-2000
Un altro surfista e' scomparso, si teme che sia morto,
dopo il secondo attacco in due giorni da parte di uno
squalo, lungo le coste meridionali dell'Australia. Amanda
Francis racconta che verso le 13:00 un ragazzo di 17 anni
mentre surfava nelle vicinanze di Black Point, cinque
chilometri a nord di Elliston, e' stato attaccato da uno
squalo.
Amanda Francis aggiunge che ci sono numerose testimonianze
che affermano che mentre il ragazzo stava surfando e'
stato aggredito da uno squalo, a circa 50 metri dalla
costa. La polizia non ha perso le speranze di trovare in
vita il ragazzo, e per questo motivo insieme ad un
numeroso gruppo di volontari sta scandagliando le acque
della zona. La tavola da surf e' stata ritrovata, mentre
del corpo del ragazzo non ci sono ancora notizie. La
polizia non è ancora in grado di dare dettagli sull'identita'
della vittima, ma il portavoce afferma che dovrebbe
trattarsi di un locale.
Ieri Cameron Bayes, neozelandese di 25 anni, e' stato
sbalzato via dalla tavola da uno squalo bianco a Cactus
Beach, circa 150 chilometri ad ovest di Elliston.
Cactus Beach 24-09-2000
Un surfista ha raccontato l'attacco di squalo che ha
portato alla morte di un Neo Zelandese in viaggio di nozze
nelle spiagge del Sud Australia. Cameron Bayes, di 25
anni, era seduto sulla sua tavola in attesa di un onda
nelle acque antistanti la famosa spiaggia di Cactus Beach
quando, alle 7.30 circa, e' stato attaccato da uno squalo
delle dimensioni di quattro, cinque metri. Jeff Hunter, di
Port Lincoln, che surfa in quella località da piu' di 25
anni, stava passeggiando con il figlio lungo la spiaggia
quando ha notato l'attacco. "Stava remando, seduto
appena dietro la break-line" racconta Jeff che dice
di aver visto lo squalo - si pensa uno squalo bianco -
girare velocemente intorno a Bayes prima di gettarlo in
acqua.Bayes ha cercato di reagire remando all'indietro
verso la costa ma dopo qualche metro lo squalo ha
attaccato nuovamente il surfista che è scomparso.
"Sembrava esserci più di uno squalo, a giudicare da
come l'azione si stava svolgendo", continua Hunter
"l'acqua era agitata e ribolliva ... poi il ribollire
si è spostato al di sotto della superficie
dell'acqua" "E' stato incredibile. Lo squalo era
uscito completamente dall'acqua ... non ha avuto nessuna
esitazione, proprio nessuna. Tutto e' finito in cinque o
sei minuti."
Pezzi della tavola sono state rinvenuti piu' tardi sulla
spiaggia che e' stata immediatamente chiusa. Hunter
racconta che un'ambulanza e' intervenuta per soccorrere la
moglie di Bayes sotto shock e portarla al Ceduna hospital.
La spiaggia si trova a circa 100 chilometri da Ceduna, in
prossimita' dell'inizio di Nullarbor Plain, 1000
chilometri a nord-ovest di Adelaide; la spiaggia e' famosa
per la "perfect wave" che attrae i surfisti da
tutte le parti del mondo.
Testa
umana trovata nello stomaco di un merluzzo
Forse appartiene a un pescatore caduto in mare
Fonte:
www.cnnitalia.it
1 agosto
2000 Articolo messo in Rete alle 14:17 ora italiana (12:17
GMT)
BRISBANE (Cnn) -- Nello stomaco di un merluzzo pescato e'
stata trovata la testa "completamente intatta"
di un uomo, che la polizia ritiene di poter identificare
in Michael Peter Edwards, 39 anni, caduto in mare domenica
da un peschereccio al largo di Townsville, una citta' nel
Nord dell'Australia. "Per come la vediamo noi, non
puo' essere una coincidenza il ritrovamento della testa e
la scomparsa di un uomo", ha spiegato il sergente
Peter Wright, della polizia di Townsville, all'agenzia
Reuters, precisando che pero' occorreranno circa sei
settimane per stabilire con precisione, con il test del
Dna, se si tratta proprio di Edwards, e che comunque le
cause della morte non potranno mai essere accertate senza
che rimanga un margine di dubbio. La testa e' stata
trovata a Cairns, in una rivendita, dove il merluzzo, che
misurava un metro e sessanta, stava per essere tagliato in
filetti. Dopo la scomparsa di Edwards, i colleghi avevano
avvertito la polizia ma avevano continuato a pescare. E'
difficile che venga ritrovato il resto del corpo, ha
spiegato il sergente Wright: "Ci sono centinaia di
piccoli pescecani in acqua che possono tranquillamente
averlo fatto a pezzi e mangiato, e il merluzzo e' noto per
il fatto che si nutre di carogne".
Il merluzzo che aveva ingoiato la testa appartiene alla
specie 'Morgan'. "Poche settimane fa - ha raccontato
all'agenzia Ansa Peter Monson, il rivenditore che
affettando il pesce ha trovato la testa - ne abbiamo
aperto uno e vi abbiamo trovato un pesce di otto chili
completamente intatto, senza neanche un graffio".
Aggredito
da squalo-killer in Alabama
Fonte: Cnn Italia 15 giugno 2000
Articolo messo in Rete alle 10:28 ora italiana (08:28 GMT)
ALABAMA
(CNN) -- Trovatosi faccia a faccia con uno squalo che
aveva già tranciato di netto il braccio di un suo amico,
Richard Watley sapeva di non poter sbagliare. "E'
sbucato sotto di me e quando ho guardato e l'ho visto
fissarmi dritto in viso ho pensato: 'Sto per morire' e ho
deciso che non sarei morto senza combattere", dice
l'uomo nella sua stanza di ospedale. Non capita spesso di
poter raccontare un incontro ravvicinato con un pescecane.
Watley, un barbiere americano di 55 anni, stava nuotando
come tante altre volte con il suo amico Chuck Anderson,
nelle acque del Golfo del Messico, quando la bestia si è
materializzata. "Ha colpito prima Chuck. Non mi sono
neppure reso conto di ciò che stava succedendo".
Aveva visto Anderson nuotare furiosamente verso la riva e
barcollare sul bagnasciuga, ma pensava a una medusa, di
certo non a uno squalo.
Si trovava a una trentina di metri dalla riva quando si è
reso conto di cosa si trattasse. Troppo tardi per
scappare. "Mi ha morso al fianco e mi avrebbe
staccato un pezzo di carne, se non avessi cominciato a
colpirlo. Pensavo se ne sarebbe andato, ma continuava a
farsi sotto una, due, tre volte. Lo colpivo e lui si
allontanava. Riuscivo a nuotare all'impazzata per cinque,
dieci secondi e dovevo di nuovo fermarmi ad affrontarlo.
Mi ha inseguito fino alla riva". Sa di essere un uomo
fortunato, Watley. Se l'è cavata con una ferita al fianco
destro. Anderson, che di mestiere fa il vicepreside in un
liceo locale, ci ha rimesso qualcosa di più, il braccio
destro fino al gomito. Il pescecane, spiegano all'Archivio
internazionale sugli attacchi degli squali della Florida
University, era probabilmente lungo tre metri e pesante
duecento chili. "Hanno dei denti capaci di staccare
con un morso pezzi di carne delle prede, proprio come è
successo con il braccio di Anderson", spiega George
Burgess, direttore dell'Archivio. Erano 25 anni che uno
squalo non si faceva vivo in questo modo nelle acque
dell'Alabama. Le spiagge della zona sono state riaperte
qualche ora dopo l'incidente, anche se piccoli aeroplani
continuano a punteggiare il cielo di Gulf Shores alla
ricerca dello squalo aggressore. Il dubbio è che sia in
ottima compagnia. Ecco perché Burgess invita a non
nuotare da soli, specialmente all'alba o al tramonto.
L'unione
Sarda 03-05-2000
Caccia a grandi profondita', nessun
pericolo per l'uomo.
Pescato
uno squalo "capopiatto" al largo dell'isola di
Tavolara Due metri e mezzo per 160 chili.
Che all'amo avesse abboccato qualcosa di grosso
Edoardo Varchetta l'ha capito subito. Ma che fosse uno
squalo, il pescatore di Golfo Aranci l'ha potuto sapere
solo al termine di una lunga battaglia.
Era uscito per mare ieri mattina. Giornata tranquilla fino
all'incontro col bestione: Varchetta ci si è imbattuto in
una zona che si trova a venti miglia al largo dell'isola
di Tavolara. Tirarlo a bordo è stato tutt'altro che
facile: lo squalo, lungo circa due metri e 50 centimetri,
pesava la bellezza di 160 chilogrammi.
Nonostante le dimensioni di tutto rispetto, l'animale
catturato dal pescatore di Golfo Aranci non è pericoloso
per l'uomo. Si tratta, secondo i risultati delle analisi
condotte dal biologo Benedetto Cristo, del dipartimento di
Zoologia e antropologia dell'università di Sassari, di un
esemplare di squalo "capopiatto" (Hexancus
griseus). Si tratta di una specie che solitamente cerca le
sue prede tra i 400 e i 1000 metri di profondità, e
dunque su fondali inaccessibili all'uomo, campioni di
discesa subacquea compresi.
Il "capopiatto" è piuttosto diffuso nei mari
della Sardegna e della Sicilia e di tanto in tanto capita
che ne venga catturato qualche esemplare. Preda
nient'affatto rara, dunque, anche se pescare uno squalo,
assicura Edoardo Varchetta, dà sempre una certa emozione.
Nel 1999 gli
attacchi di squalo non provocati dall'uomo documentati
dall'ISAF (International Shark Attack File) sono stati 58,
e solo in 4 casi sono risultati mortali. Spesso infatti,
dopo un morso "di assaggio" (è stato provato da
vari studi che gli squali sono in grado di modulare il
morso) lo squalo interrompe l'attacco: probabilmente si
rende conto di non avere a che fare con un leone marino,
che rappresenta uno delle prede preferite dello squalo.
Diversamente in altri casi, sono stati documentati
attacchi di una ferocia particolare dove il predatore ha
divorato la malcapitata preda. Le statistiche sugli
attacchi riportano che i surfisti sono la categoria
maggiormente a rischio per quanto riguarda gli attacchi da
parte di squali: questo sembra dipendere dalla somiglianza
della sagoma che il surfista e la sua tavola hanno con un
leone marino.
Di seguito sono riportati due racconti di surfisti
scampati ad un attacco:
il primo racconto è quello di un surfista
attaccato da uno squalo bianco (Carcharodon Carcharias)
nelle acque del nord della California, zona
particolarmente frequentata da questa specie;
il secondo riguarda un giovane surfista hawaiiano a
cui l'attacco di uno squalo tigre (Galeocerdo cuvier) ha
riservato conseguenze più gravi.
Grande Squalo
Bianco
Stavo facendo surf per la seconda volta in quel
giorno a Waddel Reef (a Santa Cruz) con un paio di amici,
Justy e Justin. Le onde erano tra i 6 e gli 8 piedi (tra
1,8 e 2,4 metri circa), le migliori che avevamo visto da
una settimana e più. Stavamo "surfando" da
circa un'ora quando stavo considerando quanto fosse bello
per noi essere lì con quelle fantastiche onde: si
trattava proprio di una sessione ideale. Justy ed io
eravamo un poco distanti dagli altri in acqua, aspettando
un buon set di onde, e Justin stava remando per tornare
sulla line-up (punto in cui i surfisti aspettano le onde).
Justy ed io stavamo parlando seduti sulle nostre tavole
quando improvvisamente sono stato sollevato e sospinto
fuori dall'acqua.
Sapevo di cosa si trattasse: Whitey (uno squalo
bianco). Urlai e sentii Justy urlare; un attimo dopo ero
sott'acqua. Non sapevo se le mie gambe erano nella sua
bocca o andate entrambe. Un milione di pensieri si sono
rincorsi nella mia mente. Ho spinto le mani verso l'alto
ed ho sentito lo squalo su di me. Ho pensato di togliermi
il leash (laccio che lega la tavola al surfista) e nuotare
via. Allora, sono riemerso ed ho visto il lato dello
squalo immergersi. Le immagini successive sono la coda
della mia tavola e gli occhi di Justy schizzare fuori
dalle orbite.
Capii di avere ancora le braccia, così cominciai a
nuotare verso la riva, e Justy fece lo stesso. Arrivò
un'onda, e Justy essendo nel punto giusto, la prese ed un
attimo dopo era a riva. Rimasi solo, in quel punto e mi
sentii perso. Credetti di essere finito. Pensai che lo
squalo mi avrebbe visto nuotare e non avrebbe commesso lo
stesso errore la seconda volta. Immaginai che "la
cosa" si stava preparando per afferrarmi con le sue
fauci, masticarmi un pò, per poi ingoiarmi completamente.
Un'altra onda arrivò e ruppe proprio sulla mia testa.
Maledii quell'onda. Continuai a nuotare, e presto un'altra
onda iniziò a rompere più fuori.
Afferrai la coda della mia tavola, che stavo
trascinando, la misi sotto di me e mi lasciai trasportare
dalla schiuma fino in acque basse. Allora, tirai un
profondo sospiro di sollievo. "Ce l'ho fatta"
pensai. Caddi sulle ginocchia, controllai le mie gambe e
non trovai neanche una ferita. La mia tavola invece
riportava i segni dei denti dello squalo. La bocca da 14 a
16 pollici (poco meno di 50 cm) mi aveva mancato di un
paio di centimetri, e se fossi stato sdraiato sulla
tavola, lo squalo mi avrebbe sicuramente afferrato. Sono
stato fortunato. Qualcosa su cui pensare circa la prossima
volta in acqua: non sei in cima alla catena alimentare, e
se sei sfortunato, puoi fare la fine di un
"pasto".
Jack Wolf Santa Cruz, California
Squalo
Tigre
Un'altra onda, e Jesse Spencer sarebbe uscito
dall'acqua. Dopo aver surfato fino al tramonto,
divertendosi su onde di 60 cm. a Old Airport, a nord di
Kailua-Kona a Big Island (così è chiamata l'isola di
Hawaii), il giovane stava aspettando un ultimo set di onde
prima di uscire. In quel momento fu colpito. Qualcosa di
grosso, potente e determinato colpì il lato destro della
tavola di Spencer, facendolo capovolgere sul lato
sinistro.
Spencer si girò velocemente per vedere cosa l'aveva
colpito e si trovò faccia a faccia con le fauci di uno
squalo tigre di circa tre metri. Il pesce era balzato così
tanto fuori dall'acqua che il suo muso colpì Spencer
vicino la tempia destra, lasciandogli un livido ed una
abrasione circolare. "Lo squalo era sulla mia
destra," dice Spencer dopo tre settimane e tre
interventi dall'attacco, " ed aveva uno slancio tale
che mi sollevò dall'acqua e dalla tavola, afferrandomi
per il braccio e la spalla destra. Vidi quasi l'intero
squalo quando fu sopra di me: non potei vedere i denti
perche la bocca era chiusa intorno al mio braccio.
Il mio gomito era praticamente nella sua
gola." Lo squalo asportò solo una piccola parte del
braccio di Spencer e un piccolo pezzo della sua tavola, ma
i dammi al braccio furono estesi. Il morso recise muscoli,
tendini, legamenti, vene, nervi e arterie del suo
bicipite, squarciando l'osso a 360 gradi. Le ferite
all'avambraccio non furono gravi ma comunque abbastanza
profonde. Spencer, surfista già da due anni, non provò
panico ne paura durante l'attacco di un paio di secondi, e
racconta: "lo squalo iniziò a scuotere il mio
braccio avanti e dietro. Potevo sentire i denti agire come
una sega sull'osso del mio braccio".
Lo squalo sparì con la stessa velocità con cui mi
attaccò. Spencer tentò di remare con entrambe le
braccia, ma il suo braccio destro era
"penzoloni", così si tenne alla tavola con il
braccio sinistro mentre tentava di raggiungere la
spiaggia, a più di cento metri spingendosi col le sole
gambe. "Il sangue zampillava in acqua" disse il
compagno Bala Clark, che aiutò Spencer, mentre urlava
alla gente sulla spiaggia di chiamare il soccorso. Un'onda
ruppe proprio dietro Spencer facendolo cadere di nuovo
dalla tavola. "Ero preoccupato di raggiungere la
spiaggia perché sanguinavo molto e mi girava la
testa" disse il ragazzo. Una volta a riva, Jesse si
accasciò sulla schiena e molte persone accorsero per
aiutarlo.
Un'ambulanza lo trasportò al Kona Hospital dove fu
sottoposto ad una operazione di quattro ore per
riattaccare le arterie e far riprendere la circolazione
sanguigna.
Poi Spencer fu portato ad Honolulu il giorno
successivo all'attacco, dove subì due nuove operazioni.
Purtroppo sopraggiunsero due infezioni, che impedirono le
successive operazioni fino ad un miglioramento della
situazione. Malgrado la brutta avventura Spencer afferma
che a riabilitazione avvenuta intende continuare a fare
surf, ma non nella stessa spiaggia, e comunque "non
all'alba e al tramonto".
Squalo
punte agentee
Carcharinus albimarginatus
Cronaca di un rischio annunciato con i grandi squali
dalle punte argentee.
tratto
da:ACQUA N. 7 Luglio 1996
Un'ombra nel blu
Isole Tsoi, Papua/Nuova Guinea.
di Franco e Mina Banfi
Avevo letto di una localita' sperduta nel Pacifico dove
squali di quasi tre metri di lunghezza si lasciano
avvicinare a distanza di grandangolo. E non squali
"qualunque" ma i terribili Carcharinus
Albimarginatus, animali d'alto mare potenzialmente molto
pericolosi perche' sono attratti dalle bolle dei sub. Foto
di questi squali ne avevo viste pochissime, data la
rarita' dell'incontro. E cosi' sto volando in compagnia di
mia moglie Mina verso la lontana Papua Nuova Guinea, con
destinazione Kavieng, capoluogo della Nuova Irlanda. Qui
ci imbarcheremo sulla motobarca "Tiata" per fare
una crocera che ci portera' a "Silver Tip", la
secca con gli squali che si trova un miglio al largo delle
Isole Tsoi.
Tra il dire e il fare ...Ma non e' cosi' semplice come a
dirsi. Il terzo giorno di crocera dovremmo essere gia'
arrivati. E invece siamo ancora molto lontani. Le avverse
condizioni del mare ci hanno reso la navigazione difficile
e cominciamo a pensare che, forse, non riusciremo mai ad
immergerci su questa mitica secca.
Del tutto inaspettatamente invece, il sesto giorno il mare
comincia a calmarsi. All'alba del settimo, ormeggiamo
finalmente a una boa fissata sul reef di "Silver
Tip". Il sommo della secca si trova a 12 metri.
Decido cosi' di portare con me due custodie, per avere
piu' fotogrammi ma soprattutto per disporre di due diverse
ottiche con cui riprendere gli squali.
Chi va in affanno e' perduto. Siamo pronti a tuffarci.
Kewin, il capitano della barca, ci ripete per l'ennesima
volta il briefing, che ormai sappiamo a memoria. Ma e'
importante che tutti abbiamo ben chiaro che tipo di
immersione stiamo per fare. Gli squali a volte sono molto
tranquilli, ma spesso non lo sono affatto. In ogni caso si
avvicinano fin troppo ai subacquei e una persona che abbia
un po' di paura puo' facilmente farsi prendere dal panico
e perdere il controllo. "Se qualcuno si
spaventa", conclude Kewin, "deve sospendere
l'immersione e risalire a bordo nuotando con calma, per
non attirare l'attenzione degli squali".
Guardiamo l'acqua con apprensione, cercando di
intravvedere attraverso la superficie trasparente qualche
sagoma affusolata. Ma e' inutile indugiare. Con un balzo
ci lasciamo cadere in acqua, prendiamo le macchine
fotografiche e scendiamo verso il sommo della secca. Si
vedono gia' gli squali ma sono ancora lontani, nuotano a
scatti sul fondo sabbioso ad una profondita' di 45 m
circa. Ma appena scendiamo di pochi metri, i punta
argentee piu' curiosi risalgono dal fondo per venire a
osservarci. Sono ancora un po lontani, ma comincio a
scattare alcuni fotogrammi affascinato dai movimenti e
dalla loro forma cosi' perfetta.
Accerchiati da otto femmine. Dopo pochi minuti ci troviamo
circondati da otto squali dalle punte argentee, il piu'
piccolo e' lungo appena un metro e mezzo, ma il piu'
grosso arriva quasi a tre. Poi ci spiegheranno che sono
tutte femmine, forse in periodo di riproduzione. Si
avvicinano sempre di piu' ed ho un attimo di esitazione.
Poi pero' si allontanano e non si capisce se siamo noi a
studiare loro o viceversa. Ci passano sopra la testa,
stagliandosi contro il sole, mostrandoci la loro sagoma.
Ora uno dei piu' grandi mi si avvicina. Impugno la
custodia con l'ottica macro, lo inquadro perfettamente nel
mirino, la testa contornata da pesci pilota e l'occhio
plumbeo che osserva ogni mio movimento. Scatto. Al lampo
del flash non si scompone minimamente e continua
imperterrito nella sua traiettoria. Ora impugno la
custodia con il grand'angolo, ma ho un po' di paura a
brandeggiare il flash a mano. Non vorrei che un movimento
sbagliato potesse in qualche modo innervosire i "miei
modelli". Ma gli squali tengono d'occhio tutti i miei
movimenti senza preoccuparsi minimamente, mostrando una
perfetta sicurezza delle proprie azioni.
Finalmente ci passa la paura... Dopo un po' di tempo
trascorso sott'acqua i punte argentee non ci fanno piu'
paura, il loro movimento e' cosi' tranquillo che sembrano
inoffensivi. Rimane da spiegare come mai questi
Carcharinus Albimarginatus, una specie che di solito vive
in alto mare e si spinge fino a notevoli profondita',
stazionino qui, su questa secca. Forse e' perche', come
Kewin mi spiega piu' tardi, Ron e Valerie Taylor, due tra
i maggiori esperti di squali del mondo, hanno fatto
proprio in questa zona i primi esperimenti di "shark
feeding". Da allora, pare, gli squali se ne ricordano
e non hanno mai piu' lasciato Silver Tip.
Un incontro a
sorpresa con il Pinna Bianca Oceanico
di
Chuck Babbitt
Era il Febbraio 1995 e ci trovavamo a 20 miglia ad est
della baia di Kanohe, tra O'ahu e Moloka'i. Eravamo in 4,
cercando di godere, ma senza successo, di una bella
giornata invernale Hawaiiana su una barca di sei metri
circa. Quattro...il capitano Thad, Sheila la sua
fidanzata, il mio amico Dan e io.
Ci trovammo circondati da un grosso gruppo di focene, di
circa 40 o 50 animali, che si dirigevano lentamente ad
ovest, verso O'ahu. Le balene occupavano un paio di acri
di acqua blu, muovendosi molto lentamente.Io ho afferrato
la maschera, le pinne, il boccaio e la mia vecchia Nikonos
e sono scivolato in acqua. Scoprii piu' tardi che questa
non era la maniera di agire, e in aggiunta anche in
violazione della Carta di Protezione dei Mammiferi Marini.
Nuotai fuori dalla barca in direzione di un grande
maschio. Come approcciai verso di lui,giro' lentamente da
una parte guardandomi con indifferenza e torno' ad andare
per la sua strada. Io restai con la sua, scioccante
immagine, per circa 10 minuti. Il mio cuore correva per
l'emozione di essere stato a cosi' stretto contatto con un
grande animale in oceano aperto, niente al di sotto di me,
solo duemila piedi di acqua blu.
Nuotai indietro verso la barca e vi saltai dentro,
sorridendo e ridendo, completamente divertito
dall'esperienza. Thad e Dan presero ad alternarsi nell'uso
della mia attrezzatura a scattare foto delle balene
(grossi esemplari della famiglia delle focene) e nella
conduzione dell'imbarcazione. C'era ancora pellicola,
presi l'equipaggiamento a Dan e scivolai giu'.
Di nuovo vidi un grande maschio fluire attraverso il blu,
ma scivolava via davanti a me con lenti e blandi colpi
della sua coda. Dan mi lancio' una cima dalla poppa della
barca, trainandomi attraverso l'acqua intorno e
leggermente davanti al lento maschio che incrociava.
Andavo e nuotavo lontano dalla barca a circa quindici
piedi da lui. Ero ancora molto eccitato, ma allo stesso
tempo sentivo un irreale senso di tranquillita' e di pace.
Mi torno' in mente, da racconti e video che avevo
visto, che una donna era stata trascinata per un piede a
circa quaranta piedi sott'acqua da un maschio
"giocherellone" di focena, ma questo animale non
sembrava interessato o infastidito dalla mia presenza.
Il maschio scese a circa venti piedi sotto, cosi' presi
fiato e andai giu' per fargli alcuni scatti ravvicinati.
Mentre nuotavo in giu', inizio' a ciarlare e cinguettare,
i primi suoni che udivo da uno di questi animali. Appena
inizio' a mancarmi il respiro, girai e andai verso la
superficie, e guardando orizzontalmente nel blu ebbi una
sorpresa. C'era un pinna bianca oceanico accompagnato da
tre pesci pilota bianchi e neri. Era a una distanza di
circa venti piedi, mi dava il lato sinistro, scivolando a
circa cinque piedi dalla superficie. Immediatamente gli
scattai una foto, e, appena ripresa aria, gridai qualcosa
di incomprensibile attraverso il boccaio. Come tornai a
guardare in basso, qualcosa catturo' la mia attenzione,
ero stanco di girare in acqua e vidi un altro pinna bianca
a circa venticinque piedi sulla mia destra. Continuando a
ruotare, ne vidi un altro dietro di me. Mi stavano
circondando muovendosi in senso orario. Tirai fuori la
testa in superficie, sputai il boccaio e urlai alla barca
che sembrava essere lontana un miglio (circa 150 piedi),
"Venite qui! Sono circondato dagli squali!",
chiesi con calma. Giusto. Sheila mi disse che stavo
gridando come una ragazzina.
Guardai giu' verso il primo squalo, avevo notato che era
piu' lontano ma che si muoveva stranamente. Le lunghe
pinne pettorali erano leggermente abbassate, la sua parte
posteriore arcuata e il muso era contratto e tirato da
parte a parte. Scattai velocemente un'altra foto e tornai
a cercare la barca.
Sentendomi gridare "Squali", Thad ha cercato di
accendere il motore ingolfandolo. Per fortuna e' ripartito
giusto in tempo e Dan precipitandosi verso poppa ha
afferrato la cima usata per trainarmi nell'acqua. Dan
volo' quasi fuori quando Thad alla fine mise in moto e si
precipito' verso di me.
Io afferai la cima appena la barca scivolo' verso di me, e
tra il vigore di Dan e la mia Adrenalina per poco non
levito fuori dall'acqua. Guardammo indietro mentre uno dei
predatori scivolava sulla poppa della barca, certamente
contrariato dal fatto che cio' che sembrava assomigliare
ad una facile preda improvvisamente fosse scomparsa
nell'aria.
Risi per quasi tutto il tragitto fino alla scaletta della
barca, suonato dall'overdose di adrenalina. Piu' tardi
appresi leggendo un libro sulla storia naturale di Palau,
che non e' consigliabile entrare in acqua con le focene,
in quanto "spesso sono accompagnate da grandi squali
pelagici". E me lo dicono adesso ...
I pinna bianca oceanici (Carcharhinus longimanus) sono
grandi predatori dell'oceano aperto, comuni nelle profonde
acque tropicali di tutto il mondo. Sono considerati fra i
quattro squali piu' pericolosi per l'uomo, insieme allo
squalo bianco, il tigre e il bull (ndr. C. Leucas). Non
avvicinandosi alla terra ferma, sono piuttosto un pericolo
per le vittime dei naufragi (e degli idioti che nuotano im
mare aperto con le focene).
Riguardo alla taglia degli squali da me incontrati, e'
facile esagerare, ma potrei dire che erano tra i 6 gli 8
piedi. Sono riuscito a fotografarne soltanto uno, un
maschio, (identificato dalle appendici che aveva sotto),
accompagnato da tre pesci pilota. Gli altri due li ho
visti brevemente mentre mi rigiravo. Non mi sono fermato
per guardare le appendici o contare i pesci pilota. Ha
divertito molto i miei amici il fatto che ero cosi'
eccitato nel girarmi tre volte che ho visto sempre lo
stesso squalo. Ma io ne visti tre... quello e' accaduto e
cosi' lo racconto.
Quanti reali pericoli ho corso ? E' difficile sostenere
che io fossi in procinto di essere attaccato, ma la
situazione non era buona. I movimenti fisici dello squalo
che stavo guardando indicavano un'eccitazione crescente e
una crescente minaccia, e non avrei potuto guardare anche
gli altri due nello stesso momento. Sono sicuro che i miei
movimenti nel raggiungere la superficie un paio di volte e
la semplice carica elettrica che diffondevo nell'acqua per
la paura e l'adrenalina deve averli almeno incuriositi.
Gli squali tendono ad essere cauti e probabilmente mi
avrebbero toccato un paio di volte per valutare la mia
resistenza prima di provare ad assagiarmi. Fortunatamente
per me queste sono tutte congetture.
Oh si, ancora qualche dettaglio. Le focene hanno
continuato ad incrociare lentamente per mezz'ora o
quarantacinque minuti circondandoci. Ma i miei amici mi
hanno detto che appena prima che sentissero le mie
richieste di soccorso, l'intero gruppo aveva iniziato ad
agitarsi e poi a saltare e nuotare verso la mia direzione.
Cosa questo avesse a che fare con me e i miei piccoli
incontri, io non lo so. Ma questo e' successo nel momento
in cui ho sentito il maschio di focena sotto di me
iniziare ad emettere dei suoni.
Ho le foto digitalizzate e posso spedirle
elettronicamente. Sfortunatamente sono un po sotto
esposte, ma non troppo considerando le circostanze.
Mi interessa chiunque abbia avuto un incontro col pinna
bianco oceanico, o che conososca le sue abitudini. Perche'
seguono le focene ? E' una relazione cacciatore/preda o
semplicemente viaggiano insieme nutrendosi delle stesse
prede? Che relazione hanno con i pesci pilota? Gli squali
traggono qualche beneficio dai loro piccoli compagni o
sono i pesci pilota semplicemente li per nutrirsi dei
resti di cibo ?
Potete scrivermi all'indirizzo e-mail <cbabbitt@concentric.net>.
P.S. Se fai parte del Marine Mammals Protection Act, nulla
di tutto cio' e' mai avvenuto, e non avverra' di nuovo. :)
Lo
Squalo Bianco visto da vicino
Carcharodon Carcharias
Tratto da Airone N. 95 Marzo 1989
Pochi
esseri al mondo sono temuti come il piu' perfetto tra gli
squali, uno dei piu' efficienti organismi prodotti dalla
natura, diventati improvvisamente famoso dopo la mortale
aggressione a un sub nel mar Tirreno. Su di lui circolano
infinite leggende, ma gli scienziati stanno cercando ben
altre risposte. Ecco il mosaico che consente di conoscerlo
meglio e di temerlo di meno.
Il terrore degli abissi. Di Rossana Rossi
Giovedi' 2 Febbraio 1989: un giorno perfetto per uscire in
mare. L'acqua e' limpida e tranquilla, il cielo sereno in
questo inverno ostinatamente senza nuvole. Luciano
Costanzo, della compagnia portuale di Piombino, sale sulla
barca di undici metri che ha noleggiato, con il figlio
diciannovenne Gianluca e un amico. Meta: il golfo di
Baratti, a nord di Piombino (Livorno), per una immersione.
Sono le 11 quando il subacqueo si tuffa nel tirreno, in un
punto in cui il fondale e' profondo venti metri, e
scompare sotto il pelo dell'acqua. All'improvviso, pochi
minuti dopo, gianluca vede affiorare a una quindicina di
metri dalla prua una sagoma scura, enorme: a occhio
raggiunge i sei, forse sette metri di lunghezza. E poi,
ecco due pinne fendere rapidamente l'acqua: e' uno squalo
gigantesco, terrificante. "Proprio in quel
momento", racconta il ragazzo, "ho visto mio
padre riemergere. Si trovava a pochi metri dallo squalo e
ha cominciato a nuotare disperatamente verso di noi. Il
pescecane gli ha girato due volte intorno, poi lo ha
attaccato. Lui e' riuscito a scansarlo, non so come, una
prima volta. Ma al secondo attacco, mentre gridava aiuto,
lo abbiamo visto scomparire: lo squalo doveva averlo
afferrato per le gambe e trascinato sott'acqua con se.
Disperati, abbiamo avviato il motore, cercando di
ritrovarlo li intorno. Ma tutto e' stato inutile. Mio
padre era scomparso". Incredibilmente, dopo la
tragedia, sul mare scende il silenzio. Sgomenti, i due
tornano in porto. Da principio, nessuno gli crede, ma il
terrore che traspare dal loro racconto, dai loro volti fa
pensare che quello che si credeva quasi impossibile e'
accaduto: in Mediterraneo un uomo e' morto in seguito
all'attacco di un animale raro nelle nostre acque, ma
notissimo come interprete di uno dei piu' celebri film di
Steven Spielberg, l'enorme squalo bianco, o Carcharodon
Carcharias, uno dei piu' efficienti organismi mai prodotti
dalla natura.
Personificazione di qualcosa di terrificante e
affascinante, di repulsivo e invitante, il grande squalo
bianco puo' essere riconosciuto basandosi anche su un
singolo dente o un suo frammento: quel caratteristico,
simmetrico e seghettato triangolo che si ritrova
all'interno dei tessuti della vittima identifica
immediatamente il colpevole. Grigio sul dorso e bianco
sporco sul ventre, Carcharodon Carcharias e' tuttora un
mistero per il mondo della scienza perche' e' stato finora
impossibile studiarlo nel suo ambiente naturale. La
maggior parte di cio' che sappiamo riguarda le sue
abitudini alimentari. "Quello che fa quando non e'
alla ricerca di cibo", commentano Ron e Valerie
Taylor, i due fotografi australiani che , dall'interno
delle gabbie antisqualo, sono riusciti a ottenere i
ritratti piu' terrificanti, "lo possiamo soltanto
immaginare. Ma come 'macchina per mangiare' e'
estremamente efficiente: quando attacca, modifica la forma
stessa della testa aprendo smisuratamente la bocca, mentre
l'estremita' del muso si incurva verso l'alto per meglio
estroflettere i denti. E in quel momento il suo aspetto e'
davvero spaventoso. Dopo il morso, la bocca riprende la
sua posizione originale, ma intanto una vittima delle
dimensioni di una balena si puo' trovare uno squarcio nel
fianco largo piu' di un metro".
Due mesi senza mangiare. Ma la sua efficienza si rivela
soprattutto in un'altra particolarita': il fare buon uso
del cibo. Francis Carey, un fisiologo marino dell'istituto
oceanografico di Woods Hole, nel Massachusets, ha
calcolato il bilancio energetico di uno squalo bianco,
cioe' la quantita' di energia che e' in grado di ricavare
da cio' che mangia o, piu' semplicemente, i chilometri che
puo' percorrere per ogni foca divorata. Sorprendentemente,
i suoi risultati preliminari indicano che questo animale
necessita di molto meno cibo di altri pesci piu' piccoli:
una volta fatto il "pieno", puo' resistere anche
due mesi senza mangiare. Questo perche', a differenza
della maggioranza degli squali, il grande squalo bianco,
come anche il mako (Isurus oxyrhynchus) e lo smeriglio
(Lamna nasus), e' un pesce a sangue caldo. Ha sviluppato
cioe' un complesso sistema di vene e arterie strettamente
connesse le une alle altre, chiamato "rete
mirabile", che lo mette in condizione di mantenere la
temperatura del sangue 5 gradi al di sopra di quella
dell'acqua circostante. I vantaggi che ne derivano sono
enormi, perche' la temperatura corporea elevata consente
una velocita' di risposta muscolare e una potenza
notevoli. E questo, per un pesce che deve dare la caccia a
guizzanti delfini o foche a sangue ancora piu' caldo, puo'
significare la differenza tra sopravvivenza ed estinzione.
Un altro elemento utile e' l'analisi di cio' che lo squalo
mangia. "Io ricordo con particolare interesse",
ricorda John McCosker, direttore dell'acquario Steinhart
di San Francisco, "il taglio della pancia di un
grande squalo morto nel film di Spielberg: dal suo ventre
uscivano, fra l'altro, pezzi di barche, rotoli di fili di
rame e una targa della Luisiana con la scritta Sportman's
Paradise. Era una buona imitazione della realta', perche'
effettivamente gli squali bianchi hanno una curiosa
propensione per gli oggetti metallici. La loro abitudine
quasi maniacale di attaccare le parti in metallo delle
barche e' ben nota e io penso che possa essere spiegata in
termini bioelettrici".
Dalle ampolle un "sesto senso". Gli squali
infatti hanno in comune con le razza, un altro genere di
pesci cartilaginei, un antenato che risale al lontano
Siluriano, 420 milioni di anni fa. Questo pesce primitivo
deve aver avuto caratteristiche comuni a entrambi,
compresi particolari organi sensori, disposti sul capo
intorno al rostro, che sono chiamati ampolle di Lorenzini,
dal nome del medico toscano che le descrisse nel Seicento.
Ogni ampolla e' collegata a un foro sulla pelle attraverso
un lungo canale pieno di sostanza gelatinosa ed e'
innervata in modo da trasmettere al cervello la presenza
di campi elettrici deboli (fino 0,001 microvolt per
centimetro). "Un campo debolissimo", spiega
McCosker, "pari a quello che si atterrebbe
distribuendo la corrente della batteria di una lampada
tascabile su un filo di rame lungo 1.600 chilometri,
oppure a quello prodotto da metalli non uguali immersi in
acqua di mare, come nel caso delle barche. Ma pari anche a
quello generato dall'attivita' muscolare di un pesce che
sta nuotando o, a maggior ragione, di un subacqueo
terrorizzato che si sta dibattendo". Ecco perche' lo
squalo bianco sembra possedere un radar che funziona tanto
meglio quanto piu' frenetici sono i tentativi di fuga.
Forse per lo stesso motivo, la Marina americana consiglia
ai piloti ai quali succeda di cadere in mare di
"colpire lo squalo con forza sul suo strategico
naso": il problema, ovviamente, e' quello di
riuscirci. Probabilmente abbiamo tanta paura degli squali
perche' sappiamo cosi' poco di loro. Come la definizione
di mammifero e' inadeguata a definire la eterogea
tipologia che comprende sia l'uomo sia la giraffa, sia il
topo sia l'elefante, cosi' il termine squalo si riferisce
a circa 350 specie diffuse nei mari di tutto il mondo
ancor piu' dissimili fra loro.
Un difficile enigma La nostra ignoranza riguardo agli
squali non e' pero' da attribuire a mancanza di interesse.
E' dovuta solo al fatto che e' impossibile tenerli sotto
costante osservazione. "Gli squali sono un enigma
difficile da decifrare", ammette Samuel Gruber,
esperto di oceanografia biologica dell'Universita' di
Miami. "La maggior parte delle specie non soppravvive
a lungo in cattivita' e l'oceano e' un ambiente per cosi'
dire 'opaco'. Per fare un esempio 'terrestre', sarebbe
come sperare di studiare gli struzzi guardandoli
attraverso la nebbia". Di conseguenza, quasi tutto
quello che la maggior parte della gente crede di sapere
sugli squali e' con ogni probabilita' vero solo a meta',
se non completamente sbagliato. Prima di tutto, lo squalo
non e' un mostro come si crede comunemente, ma solo un
pesce un po' speciale. E' dotato di branchie e pinne e
vive sott'acqua, ma differisce dai pesci piu' evoluti
soprattutto perche' manca di uno scheletro osseo. Il suo
corpo e' costituita da una sacca di visceri e muscoli
tenuti insieme da una pelle molto dura e coperta da
migliaia di dentelli zigrinati. Lo rinforzano un cranio e
una colonna vertebrale cartilaginei, ricoperti da uno
strato superficiale simile a tessuto osseo frammentato in
tanti prismi di fosfato di calcio. La parte piu' robusta
dello scheletro sono i denti, che hanno la straordinaria
caratteristica di venire sostituiti in continuazione per
tutta la vita. Distribuiti parallelamente su piu' file, si
formano in una specie di gronda nella parte interna della
cartilagine mascellare e si muovono progressivamente in
avanti fino ad inserirsi, forando la mucosa, nella loro
posizione funzionale. Con un morso tanto potente, e' molto
facile che lo squalo ci rimetta qualche dente a ogni
pasto, ma la natura, come abbiamo visto, ha trovato un
sistema per risolvere il problema lascinado cosi' poche
speranze alle vittime. A differenza della maggior parte
dei pesci, inoltre, lo squalo non ha le branchie protette
da un opercolo ne una vescica natatoria per regolare la
spinta idrostatica, e le sue pinne sono spesse e rigide
invece di sottili e flessibili. Eppure e' un campione di
nuoto. Uno squalo tipo, come il carcarino, e' snello, con
muso e pinne pettorali allungate, pinna caudale con il
lobo superiore piu' lungo di quello inferiore, parte
anteriore del corpo appiattita per ridurre la resistenza
dell'acqua "in curva". Il suo modo di nuotare e'
ondulatorio, sinuoso quasi come quello delle anguille. I
muscoli si contraggono secondo onde trasversali che si
trasmettono fino alla coda, dove raggiungono il massimo
dell'ampiezza. Al pari di un aereo, lo squalo
"vola" sott'acqua usando le pinne pettorali come
ali. Non possedendo vescica natatoria, per mantenere la
posizione corretta di galleggiamento ha risolto il
problema grazie sia a un fegato voluminoso e ricco d'olio
sia a tessuti corporei meno densi degli altri pesci. In
genere, la velocita' di crocera di uno squalo e'
relativamente bassa: da uno a due metri al secondo (cioe'
da 3,5 a 7 chilometri orari). Ma c'e' chi e' capace anche
di eccezionali prestazioni: il mako, per esempio, puo'
toccare i 32 chilometri orari. Nuotare troppo velocemente,
pero', stanca presto gli squali: non sono fatti per
mantenere a lungo alte velocita', che richiedono un
dispendio energetico eccessivo, ma per lenti vagabondaggi
che possono coprire distanze di migliaia di chilometri.
Il cervello e l'intelligenza. All'altezza di un fisico
tanto eccezionale, il cervello degli squali, un tempo
ritenuto primitivo, e' piu' grande rispetto al peso
corporeo di quello della maggior parte degli altri pesci,
conferendo loro una certa capacita' di apprendimento:
molti squali, per esempio, hanno imparato a riconoscere
pannelli dipinti a strisce orizzontali da altre a strisce
verticali e a destreggiarsi in un labirinto come i conigli
da laboratorio (che non sono quel che si dice
"brillanti", ma apprendono di piu' di un comune
pesce). Non che la loro intelligenza sia particolarmente
evidente dallo sguardo terrificante e inespressivo nella
sua fissita' (forse perche' molto spesso sono privi di
palpebre). Eppure, l'occhio degli squali e' un organo
profondamente simile a quello di molti altri vertebrati.
Contrariamente a quanto molti credono, consente una
eccellente visione: la retina contiene sia coni, che
presiedono all'acutezza visiva e alla percezione del
colore, sia bastoncelli, che migliorano per esempio la
capacita' di vedere con scarsita' di luce e di distinguere
un oggetto in movimento rispetto a uno sfondo indistinto.
Lo dimostra il grande squalo bianco, l'unico a sporgere
tutta la testa fuori dall'acqua per scrutare dalla
superficie la sua preda ed afferrarla senza sbagliare il
colpo. "Ma anche sott'acqua", racconta un
pescatore australiano, "la caratteristica che
colpisce di piu' chi ha visto gli squali bianchi in azione
e' il loro spaventoso occhio nero. E' grande come il palmo
di una mano e ti si fissa nella mente perche' sembra
guardarti con intenzione e ferocia, senza mai perderti di
vista". L'efficienza degli squali si manifesta anche
per un altro aspetto: contrariamente agli altri pesci, che
depongono enormi quantita' di minuscole uova fecondate
nell'acqua dallo sperma, hanno scelto una diversa
strategia riproduttiva. Le uova vengono fecondate
all'interno del corpo materno, dando poi origine a una
prole meno numerosa ma meglio protetta, con un tasso di
sopravvivenza piu' elevato. Dopo la fecondazione, pero',
lo sviluppo della futura vita puo' seguire vie diverse.
Alcune specie, come il gattuccio, sono ovipare, cioe'
depongono le uova fecondate sul fondale marino, dove
l'embrione crescera' nutrito dal tuorlo. Altre, come il
mako, lo squalo martello e lo squalo limone, sono
vivipare, cioe' partoriscono piccoli completamente
sviluppati. In particolare, lo squalo bianco genera fino a
una decina di figli alla volta. "Alcuni
pescatori", commenta McCosker, "sostengono che i
neonati di squalo bianco sono lunghi alla nascita da 120 a
180 centimetri. Certo e' che la taglia piu' piccola che si
conosca corrisponde a 16 chili di peso per una lunghezza
di poco piu' di un metro. Ma io sospetto che si trattasse
di un esemplare insolitamente piccolo". Se questa
ipotesi e' corretta, gli squali bianchi nascono con forme
molto simili a quelle degli adulti e poco dopo la nascita
devono essere gia' in grado di nutrirsi da soli.
Naturalmente non sono ancora abbastanza grandi o agili per
inseguire o azzannare leoni marini, foche, balene od
otarie, e cosi' si nutrono soprattutto di pesci che vivono
sul fondo. I piccoli di squalo bianco che McCosker ha
avuto modo di esaminare in California contenevano nel loro
stomaco soltanto resti di molve, sogliole, razze e altri
squali. Ma non appena raggiunge l'eta' adulta, la
"morte bianca" si fa molto piu' audace. Ecco la
sua tecnica di caccia come l'ha costruita McCosker.
Immaginate le acque costiere al largo della California o
dell'Australia meridionale, acque che gli squali
prediligono perche' ricche di cibo. Una foca adulta nuota
pacificamente sul dorso agitando le acque di superficie
con il movimento delle sue pinne. Al posto della foca si
puo' benissimo trovare un sub in fase di iperventilazione
o un surfista che "pagaia" con le mani. Una
decina di metri piu' sotto sta incrociando un pesce lungo
cinque metri con lo sguardo fisso alla superficie. Il
profilo scuro della foca, contornato da un alone di luce
tremolante, attrae lo squalo. Si gira, e con un rapido
colpo di coda punta verso la superficie. Non appena arriva
a un paio di metri dalla preda, icomincia ad alzare la
mascella superiore: questo compromette leggermente la sua
idrodinamicita', ma fa si che sia gia' pronto a mordere.
Gli occhi ruotano nelle orbite all'indietro, verso la
coda, e a questo punto lo squalo e' completamente cieco:
non vede piu' la sua vittima, e tuttavia puo' localizzarla
sulla base delle piccole scariche elettriche che riceve
attraverso le ampolle di Lorenzini. La foca e' colta di
sorpresa, e difficilmente riesce a eludere quel pesce da
una tonnellata che si sta avventando su di lei. Se invece
di un pinnepede si tratta di un uomo, la sequenza degli
avvenimenti sembra essere apparentemente diversa. I
nuotatori che hanno avuto questa avventura raccontano per
lo piu' di non aver visto il loro aggressore. Ricordano di
essere stati tirati sott'acqua da un grande pesce dal muso
conico per poi ritrovarsi inaspettatamente liberi da
quella terribile morsa, riuscendo cosi' ad essere
soccorsi. Questo farebbe pensare che la nostra specie
abbia qualcosa di sgradevole per lo squalo bianco. O che
sia il sapore delle mute in neoprene a disgustarlo; ma se
si considera che la sua dieta include praticamente di
tutto, compresi rifiuti di qualsiasi genere, non sembra
logico che una sola sostanza gli impedisca di continuare
un pasto iniziato. McCosker ritiene invece che proprio in
questo consiste la tecnica dello squalo bianco: attacca di
sorpresa e assesta uno o due morsi micidiali. Poi l'attesa
che la vittima si dissangui: solo quando si accorge che
non si muove piu', si sente tranquillo e la divora.
Altrimenti preferisce allontanarsi. Ma quanto dobbiamo
temere che si verifichi un attacco di questo tipo ? In
realta', pochissimo. Il mare medesimo, come semplice
elemento e' molto piu' pericoloso di uno squalo. Nelle
stesse acque australiane, che abbondano di squali, dal
1901 (anno in cui si comincio' a raccogliere segnalazioni
precise) a oggi, si sono verificati solo 250 attacchi con
poco piu' di un centinaio di casi mortali. Negli Stati
Uniti ogni anno si registrano meno di dodici attacchi e
soltanto uno o due sono mortali. Nel Mediterraneo, secondo
le statistiche dell'International Shrark Attak File, negli
ultimi 100 anni si sono avuti venti attacchi, di cui
quattordici mortali: sette in acque italiane, una presso
Montecarlo, tre in Jugoslavia, tre nei mari della Grecia,
quattro lungo le coste africane, uno a Malta e uno in una
localita' non precisata. Certo nessuno si sentira' molto
rassicurato da questi dati statistici: il terrore di
essere divorati e' troppo forte per essere vinto dalla
ragione. Che cosa si puo' fare, allora, di concreto ?
Anche se qualcuno ha commentato che l'unico modo di
salvarsi dall'aggressione di uno squalo e' quello di stare
a debita distanza dal mare , e' sicuramente possibile
prendere alcune precauzioni. Prima fra tutte,
naturalmente, quella di evitare le acque in cui siano gia'
stati segnalati degli squali o che ne sono notoriamente
frequentate; poi, non fare mai il bagno da soli perche' le
persone isolate vengono attaccate piu' spesso; stare in
guardia da insolite aggregazioni di pesci che possono
attirare uno squalo; evitare le acque torbide, in modo da
avere sempre un'ottima visibilita'; mai tirarsi dietro
pesci sanguinanti quando si fa caccia subacquea; mai
immergersi senza protezione vicino a foche e otarie, cibo
preferito degli squali (proprio il recente aumento di
popolazione di questi pinnepedi sulle coste americane
dell'oceano Pacifico, in Oregon e California, avrebbe
favorito il moltiplicarsi dei grandi predatori); se si
vede avvicinare lo squalo non agitarsi disordinatamente,
ma cercare di allontanarsi con calma o, se si e' in
immersione, mantenersi vicino al fondo. Una buona serie di
istruzioni, secondo gli esperti, in testa alla quale e'
sicuramente la raccomandazione di non lasciarsi prendere
dal panico. In effetti, l'elemento piu' critico a
proposito degli squali, e cioe' la loro cosiddetta
imprevedibilita' , e' in gran parte conseguenza della
nostra incapacita' di interpretare le loro intenzioni. Ma
questo vale anche per il nostro avversario. Se si
capovolgesse la situazione, e fossero gli squali a cercare
di capire il comportamento dell'uomo, ci considererebbero
probabilmente essere assolutamente incomprensibili: un
giorno, ecco il grande Jacques-Yves Cousteau che vi
osserva da dietro una macchina da presa e vi offre un
ricco pasto a base di sgombri; la prossima volta, qualche
bel tipo vi aggancia con un amo in bocca e vi da una
mazzata sulla testa.
Squalo
Bianco
Carcharodon Carcharias
tratto da AQVA N. 26 Luglio 1988
Nota: tutte le notizie sono riferite all'epoca di
pubblicazione dell'articolo pertanto alcuni riferimenti
potrebbero non essere piu' validi.
In Australia il Carcharodon carcharias, cacciato in modo
impressionante, e' specie in via di estinzione. Ma Rodney
Fox, lunico uomo ad essere sopravvissuto ad un attacco del
Grande Squalo Bianco, sta lanciando un movimento per la
protezione del piu' vorace abitatore degli abissi. E
l'idea sta avendo successo.
AQUA pubblica in esclusiva le prime immagini, scattate in
acque libere, dell'incontro fra fotografi appassionati e
un Carcharodon di quasi cinque metri.
Testo di Howard Hall
Un freddo pomeriggio d'aprile del 1973. Terry Manual sta
pescando le abalone, un mollusco gasteropodo molto
apprezzato dai frequentatori dei ristoranti chic. Se ne
sta sott'acqua, con l'autorespiratore, fuori Capo
Catastrofe, nell'Australia del sud. L'acqua e' chiara, ma
non trasparente come le acque tropicali. Il "kelp"
scuro che ricopre il fondale roccioso assorbe la maggior
parte della rimanente luce del sole non riflessa del tutto
dalla superficie o assorbita dal plancton. Terry cerca con
gesti rapidi tra le alghe addensate, afferrando con
destrezza le abalone aggrappate alle rocce del fondo e
cacciandole nella sua grande borsa di rete. In superficie,
il compagno di lavoro di Terry gli mantiene ben teso il
tubo dell'aria e segue col battellino i suoi spostamenti
sul fondo. Terry non era un subacque sportivo, era un
pescatore professionista di abalone. Il suo lavoro
consisteva nel raccogliere quante piu' abalone gli fosse
possibile prima che i suoi tessuti assorbissero troppo
azoto o che le sue membra cominciassero a sentire gli
effetti dell'ipotermia. Cosi' soltanto di tanto in tanto
distoglieva lo sguardo dalle rocce e lo spingeva lontano,
in fondo ai canaloni dalle pareti ricoperte di alghe verdi
e rosse. Se avesse guardato, avrebbe visto una enorme
forma oscura levarsi lentamente sul "kelp"
lontano. Con la sua borsa di rete colma di abalone e il
tempo di permanenza sul fondo concessogli dalle regole
quasi scaduto, Terry comincio' la sua ascesa verso la
superficie. Durante la risalita non s'avvide dello squalo,
lungo piu' di cinque metri, dietro di lui, a quasi
cinquanta chilometri l'ora di velocita'. E non riusci'
nemmeno a capire che cosa lo avesse colpito con tanta
forza da sollevarlo completamente fuori dall'acqua. Il suo
compagno di lavoro vide apparire Terry pochi mentri piu'
in la'. Lo tiro' a se con la manichetta dell'aria fin
quando fu accanto al battello. Allora lo afferro' per le
braccia e successe qualcosa che libero' Terry dalle
mandibole dello squalo. Ma Terry era morto. Lo squalo lo
aveva spezzato in due.
Nel 1973, prima della morte di Terry Manual, c'erano una
sessantina di pescatori di abalone che lavoravano lungo le
coste dell'Australia del Sud. Subito dopo quella morte,
venti di costoro lasciarono perdere per sempre la loro
attivita' e gli altri non tornarono al lavoro prima di sei
mesi. Non erano molti quelli che avevano fatto la fine di
Terry mentre pescavano abalone. I sommozzatori storpiati o
uccisi dalla malattia da decompressione, l'embolia, erano
molti di piu' di quelli attaccati dagli squali. Ma
un'embolia e' la conseguenza di un errore del
sommozzatore, e la si puo'evitare facendo tutto quello che
bisogna fare. Se un sub e' disattento, si prende
l'embolia. I numerosi casi di embolia e di annegamento non
facevano effetto agli altri sommozzatori. Ma la disgrazia
capitata a Terry era qualcosa di molto diverso. Era stato
attaccato da un Grande Squalo Bianco, la Morte Bianca. Non
c'era nulla che egli avrebbe potuto fare per sfuggire al
proprio destino. Non c'era niente e nessuno che avrebbe
potuto aiutarlo. Niente di strano, percio', che la morte
di Terry Manual avesse fatto uscire dall'acqua per sempre
tanti pescatori di abalone, inorriditi. C'era qualcosa di
primordialmente terrificante nell'attacco di uno squalo.
Il pensiero di essere divorati vivi mentre si e'
completamente privi di difesa e' qualcosa di infinitamente
peggio che finire massacrati in un incidente d'auto o
annegati. Un esempio clamoroso di questa paura cosi'
insinuante fu il successo mondiale e senza precedenti del
romanzo di Peter Benchley "Jaws", e del film
omonimo, "Lo Squalo", anche nella versione
italiana, che ne fu tratto.
"Jaws" ebbe due grandi effetti sulla gente. Per
prima cosa, la mise in allarme per una paura gia' insita,
istintiva, in ciascuno di noi. E poi fece del Grande
Squalo Bianco l'assoluto mostro dei mari, una sorta di
demone soprannaturale da cacciare e distruggere prima che
qualcuno possa ancora avvicinarsi in assoluta sicurezza
all'oceano. La "squalomania" ebbe effetti
devastanti sul Grande Bianco, soprattutto nell'Australia
del Sud e negli Stati Uniti. Pescatori sportivi e
professionisti cominciarono una caccia allo Squalo Bianco
come se avessero una vendetta da compiere. I pescatori
sportivi non badarono a spese per partecipare a spedizioni
distruttive. I parchi marini stipendiarono lautamente
pescatori professionisti per avere carcasse di squali
bianchi congelate da esporre al pubblico. Una di queste
"mostre" fece aumentare del 30 per cento il
numero dei visitatori del Seaworld di San Diego in
California. Nell'Australia del Sud le mandibole del Grande
Squalo Bianco si vendono a 5000 dollari, e un solo dente
per 200.
Rodney Fox e' la piu' famosa del mondo, tra le vittime di
un attacco di squalo. Nel 1963 gareggiava per difendere il
suo titolo di campione australiano di caccia subacquea
quando fu attaccato da un Grande Bianco che lo lascio'
mezzo morto. Sorprendentemente, durante la stessa gara
dell'anno prima, il campione in carica era stato attaccato
e ferito molto seriamente dal Morte Bianca. E l'anno
seguente, ancora il campione in carica della categoria
"junior" fu ucciso da un Grande Squalo Bianco.
Questa sequela di inconsuete coincidenze sembra
altrettanto incredibile di certe sequenze del film
"Jaws". Certamente, nuotare in superficie in
pieno oceano con appesa alla cintura una corona di pesci
infilzati e sanguinanti e' un richiamo irresistibile per
uno Squalo Bianco. In effetti la maggior parte degli
attacchi sono provocati dalla caccia sub. Tuttavia, gli
attacchi di squali ai cacciatori subacquei sono
sorprendentemente rari, e di attacchi a sommozzatori con
autorespiratore impegnati in incruente attivita'
sottomarine non si e' sentito quasi mai parlare. La serie
di attacchi ai campioni australiani dureante le gare e'
una sconcertante anomalia statistica.
Nonostante le terribili ferite riportate, Rodney Fox e'
diventato abbastanza entusiasta del Grande Squalo Bianco.
"Sono davvero quasi belli, belli in modo
brutto", dice, sorridendo, mentre getta fuori bordo
un miscuglio di sangue di tonno e di frattaglie nelle
acque scure del Dangerous Reef. Durante gli ultimi venti
anni, Rodney ha guidato centinaia di turisti subacquei e
di cineasti, professionisti e dilettanti, al largo del
Dangerous Reef, fuori Capo Catastrofe, a vedere e
fotografare il Grande Squalo Bianco in liberta'. In tutto
questo tempo il suo atteggiamento verso questo animale e'
mutato dall'odio e dal desiderio di ucciderne quanti piu'
fosse possibile a uno sforzo comune con altri amanti della
natura per far approvare in Australia una legge per la
protezione del Grande Squalo Bianco. Rodney si e' reso
conto che le catture sportive stanno causando un rapido
depauperamento della popolazione di questi squali. E ha
capito che, se questo impegno di ottenere una legge
protettiva non dovesse avere successo, questo magnifico
predatore potrebbe presto svanire dalle acque
dell'Australia del Sud. Naturalmente, questo gran lavoro
di Rodney ha incontrato una certa resistenza da parte di
tutta quella gente che ancora crede che il film
"Jaws" fosse piu' un documentario che un'opera
della fantasia. Ma il consenso per la sua idea sta
crescendo. Esperti naturalisti e di diritto da tutto il
mondo scrivono a Rodney Fox e ai legislatori australiani
per sollecitarela legge di protezione del Grande Squalo
Bianco. Benche' un provvedimento nazionale di protezione
d'una specie di squalo possa sembrare quanto meno
inusuale, esso non e' senza precedenti. I documentaristi
australiani Ron e Valerie Taylor hanno avuto successo con
la loro iniziativa tendente a far approvare una legge per
la protezione dello squalo nutrice grigio in Australia.
Sembra impossibile che l'atteggiamento verso gli squali
possa cambiare, prima o poi; piu' o meno com'e' cambiato
l'atteggiamento verso i grandi felini "feroci"
negli ultimi decenni. In tutto il mondo, meno di 50
persone rimangono ogni anno vittime degli squali: molte di
meno di quante ne periscano per attacchi di cani domestici
e di maiali d'allevamento. Nel 1985, 13 persone furono
uccise dagli squali nelle acque degli Stati Uniti. Nello
stesso periodo, furono complessivamente 385 le vittime
delle punture delle api e dei fulmini. Un'occhiata alla
statistiche basta a convincere che quel residuo orrore
rimasto dopo la visione e la lettura di "Jaws"
non ha proprio ragione di essere.
Durante i sei mesi che i pescatori australiani di abalone
trascorsero lontano dal mare, fu messo a punto uno
strumento che avrebbe dovuto indurre molti sommozzatori a
ritornare sulla propria decisione. Lo strumento era una
gabbia anti-squalo, mobile e individuale, mossa da un
motore idraulico e munita di galleggianti regolabili. La
gabbia poteva portare piu' abalone di quante un
sommozzatore potesse metterne nella sua borsa di rete, ed
era equipaggiata persino con una sorgente di acqua calda
che il sub poteva pompare nella sua muta per mantenersi a
temperatura confortevole.
Herb Illic comincio' a pescare professionalmente le
abalone proprio nel 1973, l'anno in cui Terry Manual fu
ucciso. Durante una delle sue prime immersioni, alzando lo
sguardo verso la superficie, vide un enorme squalo di piu'
di cinque metri di lunghezza, almeno una tonnellata e
mezzo di peso, che nuotava velocemente verso di lui.
Giunto come un fulmine a pochi metri da lui, lo squalo si
arresto' di colpo e comincio' a girargli intorno.
"Era cosi' grande e cosi' vicino che riempiva
completamente il mio campo visivo", disse in seguito
Herb. Il Grande Squalo Bianco compi' un paio di circoli
intorno a lui, e poi nuoto' via.
"Me la feci addosso", ricorda Herb. "E,
dopo che Terry era stato ucciso, pensai che quello era lo
stesso squalo. Avrei voluto essere certo che ogni Squalo
Bianco d'Australia fosse stato fatto fuori, prima di
immergermi ancora". L'acquisto, per dodicimila
dollari, della gabbia, restitui' la serenita' ad Herb. Ma
nei quindici anni trascorsi da allora non ha piu' visto un
altro squalo, e conosce ben pochi altri pescatori di
abalone che ne abbiano incontrato uno. Oggi Herb usa la
gabbia di tanto in tanto. Benche' si renda conto che col
suo lavoro e' sempre esposto al rischio di essere
attaccato da un Grande Bianco, molto di piu' di un
pescatore sportivo, d'un nuotatore, di un appassionato di
surf, e' giunto alla conclusione che gli attacchi da parte
di squali sono una eventualita' remota e che non vale la
pena di spendere soldi per la manutenzione della gabbia.
L'anno scorso Herb Illic ha avuto occasione di raggiungere
Rodney Fox al Dangerous Reef per la realizzazione di un
film. Dopo tre settimane di immersioni insieme ai grandi
predatori Herb ha finito per apprezzare la bellezza e la
magnificenza dell'animale che una volta lo aveva
terrorizzato.
"E' difficile averne paura dopo che si e' avuta la
possibilita' di guardarne uno sott'acqua per un po'",
dice Herb. "Io non sono sicuro di voler vedere il
Grande Squalo Bianco protetto come una specie in pericolo,
ma certamente non mi va di vederlo scomparire per
sempre" .
Biologia dello Squalo
Bianco
Ndr: tutte le notizie sono
riferite all'epoca di pubblicazione dell'aricolo pertanto
alcuni riferimenti potrebbero non essere piu' validi.
Testo di
William Arrigoni
Se la Natura decidesse di stampare in proprio un catalogo
il soggetto del nostro articolo verrebbe senza dubbio
presentato come "un modello insuperato da 25 milioni
di anni, veloce, idrodinamico, efficiente, a grande
autonomia, adatto per tutte le stagioni e munito di
impianto di riscaldamento". Molto sinteticamente
questo risulterebbe essere una verosimile scheda di
presentazione del grande squalo bianco Carcharodon
Carcharias. I miti, le avventure, le storie che hanno per
protagonista questo che sembra essere lo squalo per
antonomasia, non si contano. Non esiste praticamente libro
in cui si tratti di Elasmobranchi (questo e' il nome
scientifico della sottoclasse cui gli squali appartengono,
insieme a razze e torpedini) che non dedichi a questa
specie, piu' pagine che a qualunque altra. Tuttavia buona
parte dello spazio e' dedicato a descrizioni di incontri
ravvicinati con questo pesce, da elenchi piu' o meno
lunghi di che cosa si sia trovato nello stomaco di questo
o quel pescecane e di quanto siano grossi e cattivi. Per
questo motivo approfitteremo dello spazio a disposizione
per cercare una volta tanto di capire un po' meglio chi
sia e che cosa faccia il C. Carcharias, tralasciando,
almeno in questa parte, di prendere in considerazione la
sua fama di antropofago. Nel "Who's who" dei
Condritti (la classe che raggruppa i pesci cartilaginei
come gli squali) il grande squalo bianco risulta iscritto
all'ordine dei Lamniformi, "il gruppo piu' dinamico e
diversificato di squali", almeno secondo la
definizione di una check-list di questi animali. I Lamnidi
hanno il corpo cilindro conico, molto vicino alla forma
idrodinamica perfetta dello squalo ideale. E' forse per
questo che, nonostante esistano squali dall'aspetto
curioso e apparentemente fatto apposta per essere
ricordato dalla gente come il pesce martello (Sphyrna
mokarran) o il pesce sega (Pristiophorus cirratus), il
Carcharodon ci rimane in mente, indelebilmente associato
al termine "squalo".
Il corpo dello squalo bianco e' affusolato con il diametro
massimo spostato verso la parte anteriore, piu' o meno
all'altezza delle pinne laterali. Il muso e' appuntito,
moderatamente lungo e tipicamente conico. I denti larghi,
piatti, triangolari e tipicamente dentellati come la lama
di un seghetto sono simili in ambedue le mascelle e
facilmente riconoscibili per la loro forma particolare.
Curiosamente durante la crescita lo squalo bianco modifica
la forma dei suoi denti; nei giovani esemplari, infatti,
sono allungati e appuntiti come quelli dei mako (Isurus sp.)
e adatti per la cattura dei piccoli pesci di cui si
nutrono. La forza posseduta dalle mascelle di uno squalo
bianco e' incredibile. Un esemplare di quasi 5 m e' in
grado di esercitare una pressione di 3 t/cmq, piu' che
sufficiente, se abbinato ad una dentatura affilata, per
mangiarsi bocconi di 30 cm di lato. Alcune carcasse di
balene avevano addosso squarci di 50 x 60 cm provocati da
morsi di Carcharodon che in base ad opportuni calcoli
risultavano inferti da animali di quasi 8 m di lunghezza.
Lo spiracolo puo' essere molto piccolo o del tutto
assente. Le fessure branchiali sono alte e ben evidenti.
La pinna dorsale e' larga e con il bordo inferiore
posteriormente libero. La seconda dorsale e l'anale sono
piccole e molto flessibili. Le pettorali sono
elegantemente falciformi. Il peduncolo caudale,
verticalmente apiattito, porta due fossette precaudali, e
una carena prominente su ogni lato che si prolunga in
parte sui fianchi. La presenza di queste caratteristiche
strutture indica che ci troviamo di fronte ad un possente
nuotatore. Le carene infatti hanno il compito di
accrescere la stabilita' e aumentare l'idrodinamicita'
degli animali e sono appunto distintive di questi e di
altri pesci come tonni, sgombri, e pesci spada, che hanno
nella velocita' una delle loro qualita' principali. La
caudale e' semilunata e ha i lobi superiore e inferiore
all'incirca della stessa lunghezza. La colorazione e'
quella tipica di un animale di acque profonde. Il dorso
puo' essere grigio plumbeo oppure color ardesia con
sfumature brune, bluastre o verdastre. Sui fianchi la
tinta si schiarisce fino a diventare bianca ventralmente
da cui appunto il nome di squalo bianco datogli
soprattutto per la sua abitudine di girarsi con il ventre
verso l'alto al momento di mordere. Al di sopra
dell'inserzione delle pinne pettorali si puo' scorgere una
tipica macchia nera. La punta delle pettorali e i margini
posteriori della dorsale e della caudale hanno una
tonalita' piu' scura rispetto al resto del corpo. Per
quanto riguarda le dimensioni massime raggiunte da questa
specie, esiste tuttora una certa confusione anche se esami
seri e condotti criticamente hanno portato ad un
ridimensionamento di molte delle misure citate un tempo
nella letteratura.
Ad esempio presso le collezioni del British Museum of
Natural History di Londra sono conservate le mascelle di
uno squalo bianco catturato prima del 1870 nelle acque di
Port Fairy in Australia. Il relativo cartellino, che
sempre accompagna i reperti delle collezioni museologiche,
riportava tra i dati anche la lunghezza dell'esemplare che
risultava essere di 36,5 piedi, pari a circa 11 metri.
Per anni tale misura venne riportata del tutto
acriticamente fino a quando il prof. Perry Gilbert, un'autorita'
in materia di squali, chiese ed ottenne il permesso di
esaminare il campione. Confrontando le famose mascelle con
i dati a sua disposizione, il prof. Gilbert si accorse che
molto probabilmente, all'epoca in cui era stato preparato
il cartellino, era avvenuto un errore di trascrizione e
che la misura corretta e piu' probabile doveva essere di
16,5 piedi pari a 5 m, quindi meno della meta' di quanto
fino ad allora ritenuto. Attualmente il registro delle
catture riporta come misura massima quella di uno squalo
bianco arpionato alle Azzorre nel maggio 1978 da alcuni
pescatori. L'esemplare misurava 9 m di lunghezza, 4,17 m
tra le punte delle pinne pettorali e aveva i denti lunghi
76 mm. Le dimensioni medie dei grossi esemplari avvistati
o catturati oscillano tra i 4 e i 5 m con pesi variabili
da 1,5 a 2 tonnellate. Per chi volesse calcolare a
tavolino il peso di uno squalo bianco in base alla sua
lunghezza possiamo riportare una formula messa a punto
dagli studiosi per questo scopo: peso totale = 4,34 x
10alla-6 x lunghezza totale alla 3,14.
Nonostante queste misure ragguardevoli lo squalo bianco
puo' essere catturato anche con canna e mulinello, proprio
come la trota. L'I.G.F.A. (International Game Fish
Association) riporta infatti la cattura di uno squalo
bianco di 1208 Kg avvenuta nelle acque australiane da
parte di Alfred Dean. Si tratta a quanto pare del piu'
grande pesce mai catturato con canne e mulinello. Cio' che
resta per certi aspetti incomprensibile e' che la cattura
venne effettuata con un filo di nylon con un carico di
rottura di poco piu' di 60 kg, un'inezia di fronte alla
tremenda forza che questi animali possono sviluppare. E'
questo un altro mistero da aggiungere ai tanti che
circondano questi esseri. La sua distribuzione geografica
e' assai ampia e comprende praticamente tutti gli oceani.
Specie di acque temperate, il Carcharodon si mantiene in
prossimita' delle acque costiere senza spingersi, se non
raramente, in acque decisamente pelagiche. La massima
profondita' registrata per uno squalo bianco e' stata di
1280 m e si riferisce alla cattura di un individuo appunto
a quella quota. Leggermente negativo, uno squalo bianco
deve continuamente nuotare per non affondare. La sua
velocita' media, registrata seguendo per alcuni giorni
degli esemplari marcati, e' risultata essere di poco
superiore ai 3 km/h. Della sua vita privata e delle sue
abitudini si sa pero' ancora molto poco. Apparentemente
esistono delle regole che condizionano la sua presenza in
certe acque. In alcune zone il numero degli squali bianchi
tende ad aumentare col variare della temperatura.
In California ad esempio sembrano diventare piu' frequenti
quando la temperatura dell'acqua raggiunge i 14-15°C e
secondo le statistiche gli attacchi sono infatti piu'
frequenti nei mesi estivi. A questo proposito occorre
sottolineare come non sia affatto chiaro se il maggior
numero di attacchi sia imputabile all'aumento del numero
di squali o ad una maggiore densita' di "prede".
Un altro problema insoluto e' quello della sua
riproduzione.
Nonostante le centinaia di esemplari catturati, l'unico
esemplare femmina gravida risulta ancora quello catturato
nel 1934 in mediterraneo, nella acque di Alessandria
d'Egitto. Una volta sventrato l'animale si scopri' che si
trattava appunto di una femmina il cui utero conteneva 9
embrioni lunghi 60 cm ciascuno e pesanti complessivamente
480 kg. Questa cattura, essendo l'unica, viene citata in
tutti i testi di squali, ma in quelli piu' scientifici
viene riportato con qualche perplessita' sia perche'
l'unico dato sulla specie sembra essere una fotografia
dell'epoca sia perche' il peso degli embrioni risulta
essere esagerato. I piu' piccoli squali bianchi fino ad
oggi catturati misurano un metro o poco piu' e il loro
peso si aggira sui 20 kg circa con un'evidente e
sostanziale differenza con il peso di quei famosi
embrioni.
Per analogia a quanto avviene negli altri lamnidi si
ritiene che anche gli embrioni di squalo bianco siano
oofagi, che cioe' pratichino una sorta di cannibalismo
intrauterino nutrendosi prima di uova emesse in sovrappiu'
dalla madre e poi nutrendosi dei propri fratelli, ma
questo lo fanno soltanto uno o due soltanto, di solito i
piu' sviluppati. Purtroppo, per quanto ragionevoli e
probabilmente vere, queste sono solo ipotesi, e come si
amino gli squali bianchi, quando e come nascano e come
crescano almeno fino ad un metro di lunghezza, non e'
ancora dato di sapere. Un altro motivo per cui si sa poco
di questa specie e' l'impossibilita' di mantenerla in
cattivita'. Un piccolo esemplare di 2,5 m, fu catturato in
Florida e portato immediatamente a Marineland, rimase
immobile sul fondo della vasca destinata ad ospitarlo per
35 ore prima di morire.
Una femmina di 132 kg catturata a San Francisco e portata
al Golden Gate Park Aquarium, fu liberata dopo tre giorni
per evitarle una morte certa, dato il rapido peggioramento
delle sue condizioni. In compenso grazie all'elettronica
si sono scoperte molte cose curiose sulla fisiologia dello
squalo bianco. In esperimenti di telemetria (e'
consigliabile studiare questi squali ad una certa
distanza) si scopri' che la loro temperatura corporea era
di 6°C superiore a quella dell'acqua ambiente grazie ad
una efficiente vascolarizzazione dei muscoli che funziona
come uno scambiatore di calore. Tramite altre sonde si e'
potuto osservare che anche lo stomaco e' caldo e che
durante la digestione la sua temperatura si innalza di 7°C.
Questo potrebbe spiegare la fame perenne dello squalo
bianco, visto che il calore favorisce una rapida
assimilazione del cibo e che la sua produzione richiede un
consumo di energia che gli altri pesci, eterotermi in
senso stretto, non hanno. Il C. Carcharias e' per lo piu'
un solitario, ma in zone ricche di cibo non e' difficile
scorgerne anche una decina contemporaneamente. Per quanto
siano tendenzialmente dei vagabondi tuttavia secondo
alcuni studiosi certi esemplari dimostrerebbero di avere
preferenze per zone particolari che tenderebbero a
visitare con regolarita' anno dopo anno. Nata per cacciare
e costruita per questo scopo, questa specie e' senza
dubbio il piu' efficace dei predatori marini. Si nutre
praticamente di tutto e non dimostra di avere particolari
gusti per questo o quel cibo. Cadaveri di cetacei, pesci
presi all'amo, salmoni, merluzzi, tonni, sgombri, squali
dei piu' svariati generi (Squalus, Sphyrna, Mustelus,
Carcharinus), testuggini, foche, elefanti e leoni marini
trovano tutti ospitalita' nel capace stomaco dello squalo
bianco. A proposito dei pinnipedi, alcuni ritengono che la
protezione di cui godono in alcune aree e il conseguente
aumento delle loro popolazioni siano la causa e la
spiegazione dell'aumentata presenza degli squali in queste
aree, un tipico esempio delle quali pare essere la
California. In verita' la cattiva fama di cui gode lo
squalo bianco ha fatto si che la sua eliminazione sia
stata considerata un dovere sociale e il risultato e' che
in molte zone il numero degli avvistamenti e delle catture
si e' oggi ridotto enormemente. Vedendo le cose dalla
parte degli squali non c'e' dubbio che per loro l'uomo sia
un pericolo molto maggiore di quanto non lo siano essi per
noi e a questo punto viene spontaneo domandarsi se quando
lo squalo bianco emerge con la testa dall'acqua,
comportamento tipico di questa specie, non lo faccia per
vedere che scherzi gli stia preparando l'uomo e cerchi di
capire in che direzione gli conviene fuggire.
Al di la di questa battuta, effettivamente lo squalo
bianco e' in pericolo e una recente statistica indica
anche una diminuzione degli studiosi di questi animali che
costituiscono obiettivamente un soggetto difficile e
costoso per le ricerche.
Senza arrivare a una vera e propria campagna di protezione
integrale del Carcharodon bisognerebbe cominciare a
pensare in modo diverso e cioe' che la protezione
dell'uomo passa attraverso la conoscenza di questa specie
e non attraverso il suo sterminio. Sembra logico e banale
scrivere cosi', ma non sono in molti a pensarla in questo
modo a proposito di squali, quelli bianchi in particolare.
Lo
squalo che mangio' i motori Johnsons
by Dr. Ray McAllister, Professore di Ocean Engineering (Emeritus)
presso il Departimento di Ingegneria Oceanica dell'Universita'
Atlantica della Florida, Boca Raton, Florida 33431.
Qualche
volta i migliori racconti sui pesci sono veri. Ho
frequentato per quanche tempo l'autore di uno di questi e
mi sono convinto della sua sincerita'. I dettagli possono
essere esagerati nell'esposizione, ma io credo nel
racconto e vi piacciono le storie vere, questa lo e' quasi
quanto fosse appena successa.
Il mio amico, che chiameremo Bob allo scopo del racconto,
e tre fanatici pescatori, due chirurghi ortopedici e un
anestesista, erano al Club Pacifico, sull'isola Panamense
di Coiba, dove battevano un'area un'area a circa 30 miglia
ad Ovest. Tutto cio' accadeva nel Marzo del 1973, o giu'
di li. In Marzo i "congrejos", simili ai nostri
granchi blu, vengono in superficie in gran numero, per
nutrirsi o accoppiarsi, e naturalmente si tirano dietro un
enorme seguito di predatori che di loro si nutrono. Tra
questi predatori ci sono i grandi "silk snappers"
(??), i quali sono loro estessi eccellenti prede per la
pesca sportiva. Con questi arrivano i loro predatori, i
"cubera snappers" (??), normalmente non
avvistati in superficie tranne che in talune circostanze.
I cuberas di nutrono degli "silk snappers" e dei
congrejos e pesano dai 30 ai 120 pounds. Quest'abbondanza
di silk e cuberas richiama anche altri predatori.
Bob mi disse che mai , in molti anni di pesca in tutto
l'emisfero nord, aveva visto un cosi' gran numero di
squali di grandi dimensioni tutti insieme nello stesso
posto.
C'erano li, nello stesso momento, da 10 a 20 squali e
molti di loro superavano i 10 piedi. Egli ne vide da 15 a
18 piedi, paragonandoli con la barca (anche mako da 20
piedi), e la cosa gli sembrava incredibile. Uno in
particolare e' stato notato dai quattro pescatori e dalla
loro guida. Tutti concordarono che lo squalo avesse una
lunghezza di 30 piedi (sebbene ridotta a 25 nel racconto
perche' a uno squalo di 30 piedi non crede nessuno).
Sarebbe potuto essere solo un grande squalo bianco, e per
tale lo identificarono.
In ogni caso l'animale scomparve e dopo una mattinata di
pesca in cui oltre agli snapper presero due mako, da 10 e
15 piedi, si misero a pranzare. Mentre mangiavano
la parte anteriore di uno dei mako torno' su iniziando a
muoversi. Bob si trovava al centro dei comandi e si
sostenne afferrando il suo amico che stava scivolando
verso poppa. In un momento si riebbero abbastanza per
guardarsi intorno e vedere la testa di uno squalo bianco
gigante che aveva in bocca l'intera parte posteriore del
mako e i due motori da 55 cavalli. La guida si sosteneva
con le mani sul naso dello squalo per evitare di scivolare
verso poppa. Stando molto attenta, si stacco' dal naso
dell'animale, afferro' la console e con una mano mise in
moto prima un motore e poi l'altro, e ingrano' la marcia.
Grandi nuvole di carne, cartilagine, denti e sangue
investirono gli uomini, la barca e l'acqua. La barca
ondeggio' spingendosi in avanti. Si fermo' quasi subito
con un motore maciullato malamente e l'altro ancora
parzialmente funzionante.
Quando i pescatori e la guida si ripulirono dal sangue e
dalla carne e poterono riguardare intorno, cercarono lo
squalo e lo videro affondare lentamente, mentre tremolava,
attraverso le profonde e molto limpide acque blu.
Dappertutto, il sangue colorava l'acqua.
Rientrarono con fatica al Club Pacifico con una delle piu'
incredibili storie che io abbia mai sentito. Credo che uno
dei protagonisti abbia ancora uno dei denti. Se riusciro'
ad ottenerlo, lo fotografero' a dimensioni naturali per
chiunque sia interessato.
Circeo,
settembre 1962
Fonte: Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di Fabio
Fino e Antonio Giudici.
I fondali
prospicenti il promontorio del Circeo furono per anni il
regno quasi incontrastato di numerosi squali appartenenti
alle specie più pericolose dei nostri mari, come lo
squalo bianco e lo smeriglio. I ripetuti incontri, più o
meno cruenti per il subacqueo (e anche per lo squalo)
culminarono con il drammatico attacco del 2 settembre
1962, che costò la vita al fotografo subacqueo romano
Maurizio Sarra. Maurizio Sarra fu uno dei pionieri
dell'attività subacquea in Italia e seppur giovane,
acquistò rapidamente una grande notorietà come fotografo
subacqueo. In un'epoca in cui l'attività subacquea era
praticamente sinonimo di caccia, Sarra fu uno dei primi a
lasciare il fucile per sostituirlo con la macchina
fotografica, diventando famoso soprattutto grazie alle sue
splendide foto naturalistiche. Era comunque un grande
cacciatore e profondo conoscitore dei fondali della sua
regione, soprattutto quelli del Circeo, all'epoca e forse
ancora oggi i più belli e ricchi di tutto il litorale
laziale. Era solito effettuare le sue immersioni sulla
grande e bella secca del Quadro, qualche miglio a largo
del lato orientale del promontorio, di solito nei suoi
posti "segreti", dove cioè era sicuro di fare
ottime fotografie e soprattutto di portare a paiolo sempre
qualche cernia.
La secca del Quadro è un grande bassofondo di
forma triangolare, con la base rivolta verso il Circeo,
che si estende per molte miglia quadrate, con una
profondità media di 20-40 metri e caratterizzata da
gruppi sparsi di massi e qualche roccione tra vaste
praterie di Posidonia. Giunto il giorno precedente da
Roma, passò il sabato a fare progetti per l'immersione
del giorno successivo e soprattutto per il grande viaggio
in Polinesia che avrebbe dovuto intraprendere di lì a
poco. La mattina della domenica, Sarra si incontra con il
suo amico Massimo Gemini verso le sette e mezzo circa.
L'accordo era che sarebbero dovuti andare prima a prendere
una loro amica, Donatella Morandi, alla Baia d'Argento,
dall'altra parte del promontorio. Sarra decide però di
non perdere ulteriormente tempo, per poter sfruttare
appieno la giornata e convince Massimo ad andare da solo.
Prende il mare allora con la sua piccola imbarcazione, dal
buffo nome di "O Maria Vergine I", dotata di un
piccolo fuoribordo Johnson da 6 cavalli, in compagnia del
giovane pescatore Benito Di Genova, che gli farà da
assistenza rimanendo a bordo durante le sue battute di
pesca. I due si allontanano dalla costa finchè riescono a
prendere i rilevamenti: "la cima del Circeo aperta di
mezzo palmo col Semaforo, la Villa Auget è addosso
all'ultima casa di San Felice e l'albergo Neanderthal si
trova sotto il sentiero spartifuoco". Cominciano a
scandagliare per trovare esattamente il "Taglio di
Levante" della Secca del Quadro, ad una profondità
di 30 metri. Sarra inizia a vestirsi e, proprio nel
momento in cui stava controllando l'erogatore, lo
scandaglio a mano "batte" i fatidici 30 metri.
Erano le dieci. Nel frattempo Massimo Gemini era andato a
prendere l'amica Donatella alla Baia d'Argento ed era
tornato al porto. Ancora vedevano in lontananza la
barchetta di Sarra. Partono quasi alle dieci con un
daycruiser "Bermuda", motoscafo semicabinato di
6 metri costruito dai cantieri Posillipo e dotato di un
potente motore da 60 cavalli. Coprire tre miglia con una
barca di quel tipo fu questione di pochi minuti e i due
raggiungono la barchetta di Sarra mentre lui era immerso
da una decina di minuti.
Alle dieci e un quarto si affianca alle due barche
un altro motoscafo, che proviene dalla terra e che avverte
i tre che poco prima avevano avvistato sotto lo sperone
del faro un pescecane, con una grossa pinna dorsale grigia
che svettava alta e dritta fuori dall'acqua. In quel
momento riemerge Sarra che, aiutato da Benîto, butta in
barca una cernia di circa 12 chilogrammi malamente
arpionata. Massimo gli comunica che è stato visto nelle
vicinanze un grosso squalo, ma lui facendo una smorfia si
riimmerge subito, probabilmente per recuperare il fucile
che stranamente era rimasto sul fondo. Sono le dieci e
venti e l'immersione si preannuncia come al solito ancora
lunga e ricca di altre prede. Sarra invece torna in
superficie quasi subito, caccia un urlo soffocato dal
boccaglio dell'erogatore, annaspa con un frenetico
movimento delle braccia, poi un altro urlo e l'acqua che
ribolle intorno a lui si tinge di rosso. Ma la quantità
di sangue è sicuramente eccessiva per essere quella di un
pesce. Sarra viene allora tirato su, mentre tiene ancora
in mano la macchina fotografica, ancora non si rende conto
della gravità della ferita. Prima di perdere i sensi, ha
ancora lo spirito di pronunciare una battuta scherzosa
tipo "però, mordono bene questi squali". La
gamba sinistra era ridotta in condizioni tremende: interi
fasci muscolari erano stati asportati e l'osso era messo a
nudo in più parti.
Il subacqueo viene portato immediatamente al porto
a bordo del veloce motoscafo dell'amico Massimo Gemini e
dal Circeo, con una veloce automobile, fino all'ospedale
di Terracina, raggiunto dopo mezz'ora. Immediatamente
viene soccorso e, vista la grande quantità di sangue
perduto, viene sottoposto a numerose trasfusioni. Il
dottor De Cesare, dopo avergli riscontrato molte gravi
ferite alla gamba sinistra, dalla caviglia alla coscia,
tra cui la quasi completa asportazione del polpaccio, e
altre meno gravi alla gamba destra, inizia l'operazione,
che si protrae per 4 ore. Dopo avergli applicato ben 250
punti di sutura, il medico, vista la gravità delle ferite
e il grave stato di choc in cui versa Maurizio Sarra, si
riserva la prognosi. In base alle deduzioni fatte dal
medico dell'Ospedale di Terracina osservando le ferite, lo
squalo con il primo morso deve avergli squarciato la gamba
sinistra dalla coscia al polpaccio, poi si devono essere
susseguiti altri attacchi approssimativamente nello stesso
punto, quando era già in superficie e si era accorto
della presenza dell'animale. Maurizio Sarra rimane in vita
fino a tarda notte, quando sopraggiunge una crisi che non
verrà superata. Il dottor De Cesare ha riferito che il
subacqueo non è morto in seguito alle ferite riportate,
giudicate non estremamente gravi, ma per il forte choc
irreversibile che non è regredito, nonostante le intense
terapie applicate dallo staff medico.
Non è stato possibile stabilire, né allora né in
seguito, l'esatta meccanica dell'attacco né tantomeno
conoscere la specie di squalo responsabile della morte di
Sarra. Massimo Gemini è l'unico testimone a vedere la
sagoma scura di un grosso pesce che si avvicinava
velocemente al subacqueo e subito dopo, una grande macchia
di sangue che si spandeva nell'acqua. Le ipotesi fatte
dopo l'incidente hanno identificato lo squalo come un
probabile smeriglio (Lamna
nasus) di grandi dimensioni. Lo proverebbero sia la
caratteristica del morso sulla gamba di Sarra, sia gli
evidenti segni lasciati dai denti dello squalo sul fodero
del coltello che il fotografo portava allacciato sulla
gamba destra. A favore di questa ipotesi anche le
testimonianze di due anni prima dei fratelli Bucher e
dello stesso Sarra, che ripetutamente osservarono un
grande esemplare di squalo, che tentò anche di attaccare
anche un subacqueo. La responsabilità dell'attacco, vista
l'esperienza di Goffredo Lombardo del 1956 e
l'avvistamento di due grandi esemplari nel 1964 potrebbe
ricadere anche su un Carcharodon
carcharias che si aggirava in quel vasto tratto di
mare. In ogni caso, di qualsiasi specie si trattasse, lo
squalo non fu più avvistato nei giorni successivi
l'incidente.
Quaranta
anni fa nelle acque dell'Elba.
fonte:
Sig. Giuliano Chiocca. Periodo imprecisato dell'anno 1960.
Localita': Isola D'Elba - Miniera del Ginepro a 200 mt.
dalla costa. Cattura effettuata dai fratelli Chiocca: Gennaro
, Alfonso e Giacomo. Squalo bianco
(Carcharodon Carcharias) di lunghezza e di peso
imprecisati, catturato in una mattinata limpida, con mare
calmo. Lo squalo era avvolto in circa 150 mt. di rete e
probabilmente percorreva la scia di un branco di delfini.
All'interno del suo stomaco furono rinvenuti 2 delfini del
peso di circa 15 Kg; uno dei due delfini praticamente
integro senza segni di decomposizione.
Valutazione
del rapporto di cattura a cura di Fabio Fino, consulente
per il Mar Mediterraneo dello Shark Research Committee di
Ralph Collier dal 1990 al 1993, in base al racconto ed al
supporto fotografico.
1-sesso non distinguibile;
2-lunghezza approssimativa 350/380 cm.;
3-peso approssimativo 750/780 Kg.;
4-il periodo dell'anno potrebbe essere compreso tra
maggio e giugno (vedi abbigliamento delle persone presenti
sulle foto), anche se le condizioni climatiche dell'epoca
sono imparagonabili con quelle attuali.
E mori'
di domenica.
Circeo, settembre 1956
fonte:
Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di Fabio Fino e
Antonio Giudici. Originale: Goffredo Lombardo - Mondo
Sommerso -anno II n.12 dicembre 1960, pagg.l0-15.
Era un venerdi' sera del settembre 1956. Avevo
finito da poco di lavorare e m'ero precipitato in macchina
al Circeo perché il mio amico Marcello Sarra m'aveva
indicato un pescatore, Felice, il quale conosceva un buon
punto della secca del Faro, un miglio e mezzo fuori del
Circeo.
Avevo comprato da poco un motoscafo che dovevano portarmi
giù da Fiumicino. L'appuntamento era davanti alla Maga
Circe, quel pomeriggio: ma trovai solo il pescatore, del
motoscafo nessuna traccia. Perciò caricai bombole, tuta
(allora avevo quella bianca di Cousteau a mezze maniche
senza gambe), fucile e tutto sulla barca di Felice e ci
avviammo a remi verso il punto indicato. Avevo fatto
prendere a Felice anche un grosso sasso al quale avevo
legato una sagola e un galleggiante in modo da poter
individuare il posto per l'indomani, se, dopo una prima
esplorazione sott'acqua, mi fosse parso buono. Eravamo
quasi arrivati quando vedemmo venire il motoscafo. Vi
trasbordammo una parte del materiale, e il resto lo
lasciammo sulla barca con Felice, fino al momento in cui
ci disse che eravamo sul posto. Saranno state le 6.30, mi
vestii in fretta, presi il fucile e scesi giù. Il sole
era già calato sulle montagne del Circeo,l' acqua era un
po' torbida e la visibilità non troppo buona. In quel
punto la secca era profonda solo 16 metri, c'erano alghe,
massi e rivoli di sabbia: il tipo di fondale che chiamano
«chiana»; e cominciai ad esplorare una parte
pinneggiando piano raso terra. All'imporvviso sentii un
gran colpo dietro la nuca. Il mio primo pensiero fu che
avessero buttato su di me la pietra per l'indicazione
della secca; poi subito intuii che si trattava d'altro. Ma
di che? Mentre sbandavo per qualche metro verso destra,
spinto da una forza sconosciuta, ebbi la sensazione che
un'elica di motoscafo mi passasse sopra sfiorandomi. A
raccontarlo fa un altro effetto, sembra che tutte queste
impressioni siano durate almeno qualche secondo; in realtà
s'accavallarono in meno di quel che occorre per schioccare
le dita.
Senza capire ancora che accadesse girai la testa per
guardarmi intorno. Di fronte a me si profila una massa
grigia oblunga che mi scorre davanti alla maschera a circa
3 metri e della quale non vedo la fine; è un attimo, e
dopo distinguo una gran coda asimmetrica dalla quale mi
sembra di individuare uno squalo. Non ci credo ancora, mi
giro di colpo e vedo venire, adesso frontalmente verso di
me, un grosso pescecane dall'occhio sonnolento e stupido e
con una bocca enorme piena di denti triangolari che s'apre
e si chiude ritmicamente come ad assaporare un pasto
prelibato. Sarebbe stupido dire che non ho avuto paura. Il
mio primo pensiero in quel momento, fu uno solo: che
schifo questa bocca, che schifo! Goffredo, stai attento,
non scappare, perché ci lasci la pelle. Con questa idea
fissa strinsi il fucile in mano (mi sembrava di avere uno
stecchino a confronto con la mole del pescecane) e
aspettai che s'avvicinasse di più. Quando fu a circa
mezzo metro, scartai verso destra e con tutto il peso del
corpo, senza sparare, colpii col fucile, che aveva un
arpione stellare, la zona immediatamente vicina
all'occhio. Avevo pensato che sparando avrei potuto
provocare nello squalo riflessi troppo violenti, e sarebbe
bastata una codata per spezzarmi in due. In realtà, e me
ne sono accorto dopo, la freccia non sarebbe neppure
entrata, per la durezza della sua pelle. Il mio attacco
lasciò lo squalo turbato. Dalle aperture branchiali con
un fremito, uscì quasi uno strano brontolio. Poi il
bestione s'allontanò con un colpo di coda e mi fece
intorno un largo giro. Mi girai anch'io senza staccargli
gli occhi di dosso; e di nuovo mi vidi venire incontro la
bocca che s'apriva e si chiudeva. I miei nervi erano tesi
fino allo spasimo, ma mi comportai come prima e per la
seconda volta ebbi ragione. Stessa reazione dello squalo:
fastidio, branchie che si contraggono, largo giro e nuovo
attacco. Nel frattempo avevo cercato poco a poco di
riavvicinarmi alla superficie. Prima di arrivare al pelo
dell'acqua contai in tutto cinque attacchi; e l'ultimo mi
fu portato quand'ero già a galla. Ricordo infatti
benissimo che sentii le bombole emergere e che approfittai
del momento in cui lo squalo s'era voltato, per guardare
se c'era il motoscafo. Non riuscii a vederlo, rituffai
subito la testa e mi ritrovai il bestione a dieci
centimetri dal corpo. Feci letteralmente un salto
all'indietro sull'acqua (sarebbe saltato in quel momento
anche un paralitico! ) e ancora una volta picchiai forte
col fucile contro l'occhio del pescecane. Seguì un sesto
attacco con identico risultato. Ormai avevo capito che non
potevo togliere lo sguardo dal pescecane, perciò
cominciai ad agitare il braccio fuori dell'acqua, sperando
che dal motoscafo mi vedessero. Passò un tempo che oggi,
a ricordarlo, mi sembra un'eternità e durante il quale
respinsi ancora una volta un altro attacco: l'ultimo e il
più pericoloso perché il pescecane aveva fatto un giro
piu' largo del solito e non riuscivo a capire da che parte
mi venisse addosso. Finalmente notai il suo gran corpo che
mi voltava la coda di colpo e s'inabbissava. Il motore del
motoscafo che arrivava in quel momento l'aveva spaventato.
«Dotto' ma che ha visto un pescecane?»: il mio marinaio,
e Felice, che era anche lui salito a bordo, mi guardavano
e ridevano. Non s'erano accorti di niente: ma dovevo
essere terreo anche dietro il vetro della maschera. Issato
a bordo raccontai quello che mi era successo e rn'accorsi
che la manica sinistra della tuta era strappata dal colpo
avuto sul braccio, che per fortuna s'era solo scorticato
senza sanguinare. La maniglia di ferro che è sopra
all'erogatore dell'AGA e che in immersione mi riparava la
nuca, era morsicata in tre punti ben visibili e abbastanza
contorta. Era la prova tangibile che la mia avventura non
me l'ero sognata. Eppure quando verso le otto e mezza
tornammo a terra, il mio racconto lasciò molta gente poco
convinta. Io intanto dovevo sfogare il mio nervosismo e mi
gettai in acqua per fare una lunga nuotata. Non fu certo
un bagno allegro: mi sembrava d'essere attaccato da tutte
le parti; ogni bracciata, ogni colpo di pinna mi dava
l'impressione di dovermi chiamare addosso mostri famelici;
ma mi dicevo che se non avessi seguitato, forse non sarei
più sceso in acqua. Nuotai al buio per una mezz'ora
spingendomi abbastanza al largo, e tornai deciso ad avere
la pelle di quel pescecane. (...) Il lunedì tornai a
Roma. Gli affari mi riprendono, parto per Venezia per due
giorni, e giovedì incontro al Lido un amico, il
produttore Franco Cristaldi, che mi chiede se mi fermo
ancora un po'. «Macché» gli dico, «non è possibile.
Sabato mattina devo andare al Circeo a catturare il
pescecane che mi ha attaccato». (...) Sabato mattina mi
presentai al Circeo attrezzato in modo perfetto. Ero
andato al mattatoio, avevo preso 40 litri di sangue in
bidoni di latta, venti chili di mammella di vacca, un amo
da pescecane, una lunga corda, sagole, gavitelli, un
fucile Greener ed anche un fucile da caccia con cartucce a
pallettoni per grosse prede. (...) Mandai a chiamare
Felice, salii in motoscafo col mio amico Pino Bennati e
sua moglie, e mi feci portare al punto esatto dove una
settimana prima ero stato attaccato. Sistemai l'esca (non
posso dire come, perché è un mio segreto), sparsi il
sangue nell' acqua tutto intorno e me ne andai a pescare a
tre miglia sotto un relitto dove c'era un po' di pesce
bianco (oggi non c'è più né il pesce né il relitto).
Dopo un paio d'ore dico a Be ati: ,ndi~ ~o a dere m ;e c'è
l'amico». Arriviamo sul posto, mi calo in acqua e cerco
di scendere in apnea. Ma sento che sono un po'
raffreddato, compenso male, per cui ritorno su e mi faccio
dare il respiratore. L'indosso, scendo a perpendicolo
lungo il cavo dei gavitelli e vedo l'altra corda tesissima
che oscilla.
A momenti mi pare che sia la corrente a farla
oscillare: comunque proseguo e, sempre attaccato alla
corda, pinneggiando leggermente, vado... e già, vado
dritto addosso al pescecane che ha abboccato. È un
attimo: il bestione appena mi vede con tutto l'amo e la
catena in bocca mi si lancia contro. Faccio appena in
tempo ad appiattirmi dietro una bassa roccia, che mi passa
sopra: per un pelo non mi storce la mano che tiene ancora
stretta la corda dell'amo. Prima che la corda si tenda
tutta e che lo squalo ripeta la manovra, schizzo fuori
dall'acqua, m'aggrappo al motoscafo. Grido: «C'è un
pescecane!». A bordo non se l'aspettavano e per un attimo
sono presi dal panico. Nessuno sa più che fare: la moglie
di Bennati quasi sviene; Bennati parla, si agita senza
concludere niente, e nessuno m'aiuta a salire. Io resto
coi piedi nell'acqua e le bombole che mi pesano sulle
spalle bestemmiando come un turco. Finalnrente si
ristabilisce la calma e cominciamo a salpare tutto il
sistema di corde che avevamo messo in acqua per tirare a
galla la bestia. Ci vuole una mezz'ora buona di lavoro
prima che il grande squalo appaia in superficie
dibattendosi con furia. Prendo il fucile Greener, assicuro
l'arpione ad una grossa sagola e sparo: l'acciaio penetra
tutto nelle carni della bestia, senza provocarne un
sussulto.
Ora è in tensione anche la sagola. Tiriamo ancora, e lo
squalo a poco a poco cede, arriva quasi sotto bordo. «Evviva!
» grida Bennati: ma proprio in quel momento uno scossone
lo fa quasi cadere in mare. È una codata dello squalo che
riprende a dimenarsi come un ossesso. Carico il fucile a
pallettoni e sparo sette colpi. Solo quando l'ho imbottito
di piombo, la bestia si decide a non dare più segni di
vita. Così la lotta è finita, ma resta il problema di
trascinare la preda fino a riva. «Bisogna legarlo per la
coda» dice Bennati; e mi guarda sorridendo; «Ci pensi
tu?». «Senz'altro» dico «tanto sono già bagnato»; e
presa una cima mi getto in mare. Che bevuta! Nella fretta
ho dimenticato la maschera e boccaglio e me n'accorgo solo
quando mi sono riempito d'acqua lo stomaco. Comincio a
legare la coda con un nodo a cappio. Ho quasi finito
quando un ultimo sussulto dello squaló mi sega a sangue
la spalla con una codata. (...) Il ritorno fu un trionfo:
il pescecane era lungo 4 metri e 20 centimetri e pesava più
di 6 quintali.
Dal
bollettino della societa' zoologica italiana -1909 vol.X.
fonte: Squali del mediterraneo ed. Atlantis 1989 di
Fabio Fino e Antonio Giudici
Testo integrale rinvenuto da Fabio Fino e dal Dott. Luca
Marini nel museo Garzirri (Messina)
Notizie
zoologiche sul Carcharodon Carcharias
Sotto il
titolo di Macabra pesca, i giornali cittadini del 28
gennaio annunziavano che due giorni prima sette pescatori
catanesi, imbarcati in un battello peschereccio, si
dirigevano verso Augusta, quando in prossimita' del Capo
S.Croce, col grosso amo d'una nassa da gamberi,
veniva catturato un delfino di mezzo quintale circa. A
brevissima distanza forti sbuffi di acqua si sollevavano
impetuosamente a grande altezza e veniva a galla un
enorme mostro marino, che, con i suoi movimenti metteva in
serio pericolo l'imbarcazione. S'impegno' subito una lotta
impari fra i due abitatori del mare, nella quale com'e'
facile prevedere, tocco' la peggio al delfino, che al
primo assalto, ebbe la coda recisa di netto,e , al
secondo, fu inghiottito. I marinai, rimessisi
alquanto dal primo sgomento, si diedero all caccia del
vincitore e colle fiocine riuscirono ad ucciderlo. Tosto
fu rimorchiato nel porto di Catania, e trascinato alla
deriva in prossimita' del gazometro. La mattina, in cui
appresi della notizia, impedito da doveri scolastici, non
mi fu possibile recarmi sul luogo del riconoscimento della
specie; nel pomeriggio poi, con grande rincrescimento,
venni a sapere che l'animale era gia' stato distrutto alla
"sardigna municipale". Da un accurata inchiesta,
da me fatta, raccogliendo notizie attendibilissime,
favoritemi da colleghi medici, che presenziarono il
reperto del contenuto gastrico e da intelligenti marinai e
pescatori, risultava trattarsi d'uno squalo avente i
seguenti caratteri: corpo fusiforme, alquanto piu' grosso
anteriormente, della lunghezza di 4,50 m. e del peso
approssimativo di 800 kg; testa robusta,conica, lunga un
metro, con muso piuttosto corto ed ottuso all'apice, occhi
piccoli relativamente alla mole del corpo, cinque paia di
fessure branchiali, pinna caudale a mezzaluna ed
eterocerca; pelle finemente zigrinata; colore del dorso
grigio-nero-verdastro, ardesiaco, dal ventre biancastro.
Per cortesia degli egregi colleghi dott. Salvatore
Privitera,Ufficiale Sanitario Capo, e Dott. Salvatore
Tiralongo, Ispettore Sanitario Municipale, ebbi la fortuna
di osservare lo scheletro della testa, risparmiato
all'opera di distruzione nella "sardigna". L
lunghezza totale di esso e' di cm.80, misura questa che
accresciuta di quel tanto da attribuirsi alle parti molli,
corrsponde a circa il quinto della lunghezza complessiva
dell'animale (m.4,50). Le mascelle ampie, fortemente
arcuate a ferro di cavallo, robustissime, sono congiunte
sulla linea mediana per mezzo di robusto ligamento
fibroso; e mentre l'inferiore misura cm. 61 di ampiezza
massime e cm.38 di lunghezza(presa questa sulla
perpendicolare condotta dalla sinfisi del mento alla retta
che congiunge le estremita' posteriori della mandibola),
la superiore e' un poco meno ampia e piu' lunga, misurando
rispettivamente cm.57 per cm.40. Lo squarcio trasversale
della bocca e' di cm.45. Ambo le mascelle sono provvedute
d'un doppio ordine di denti bianchissimi, grandi, larghi,
triangolari, diritti, terminati a punta, pianeggianti
nella faccia esterna, convessi in quella interna, a
margini taglienti e finemente seghettati con dentellini
piccolissimi, larghi appena un mm. e poco piu' profondi.
Tale dentellatura manca in corrispondenza dell'apice del
dente, il quale quindi si presenta liscio anche ai lati.
Le due file dei denti sono impiantate con simmetria ai
lati di ogni mascella, ed essi, gradatamente, diminuiscono
di volume dall'avanti all'indietro, conservando pero' la
forma tipica sopra descritta. Nella mascella superiore i
denti della prima fila sono 24 (12 per lato), quelli della
seconda fila 22 (11 per lato); i primi sono rivolti
all'esterno, i secondi all'interno, gli uni e gli altri
leggermente in basso. Il dente piu' grande e' il primo che
e' lungo 4 cm. ed altrettanto largo alla base, ove viene
quasi in contatto col corrispondente del lato opposto; il
piu' piccolo e' l'ultimo , che misura appena 4 mm. di
altezza. Nella prima fila mancano a sinistra il secondo ed
il terzo dente, dei quali pero' si osserva l'impronta
della recente caduta; a destra il terzo e' rotto, ma
misurato in corrispondenza della base, ben conservata,
lascia vedere che esso e' meno grande del secondo e del
quarto dello stesso lato; non esiste dente mediano. Nel
mascellare inferiore i denti della prima fila guardano
esternamente, quelli della seconda fila all'interno, gli
uni e gli altri volgono al punta alquanto in basso. E'
incompleta la seconda fila di denti, dei quali ne esistono
5 a destra e due a sinistra; i mancanti sono quelli
posteriori, e quindi i piu' piccoli. Dei denti della prima
fila il piu' grande e' il secondo, che e' lungo 3.5 cm. e
largo cm.3; il primo e' appena piu' piccolo, e dista dal
corrispondente del lato opposto 4.5 cm. Non esiste al pari
che nel mascellare superiore, alcun dente mediano.Il
numero delle fessure branchiali (5 paia), riscontrate
nello squalo in discorso, ci dispensa dal dubitare che
esso possa riferirsi al genere Hexanchus, che ne ha 6
paia, o al genere Heptanchus con 7 paia; ne' abbiamo alcun
sospetto possa trattarsi del Prionace glauca o del
Carcharinus lamia, non tanto per la minor mole del proprio
corpo, quanto per la conformazione della testa, che in
essi e' terminata da un lungo muso, e provvista di denti,
i quali invero non hanno altro di somiglianza con quelli
della nostra specie che la dentellatura ai margini, mentre
poi sono diversissimi per la conformazione generale, e per
giunta esiste un dente mediano impari, almeno nella
mascella inferiore.
Non e' nemmeno il caso di pensare al Cetorhinus maximus
adulto, lungo dai 6 ai 13 m., con la testa
proporzionalmente piccola, conica, e denti piccoli,
numerosi, conici, uncinati, lisci, ricurvi indietro; e
neanche alla medesima specie allo stato giovanile, ancora
piu' diversa per il lungo rostro prismatico o piramidale,
onde e' provveduta la testa.
Indubbiamente l'individuo, di cui ci occupiamo, deve
appartenere ad una delle seguenti specie: Lamna cornubica,
Lamna oxyrhinchus, Carcharodon carcharias, delle quali
taluna e' frequente, altra alquanto rara o accidentale,
non soltanto nei nostri mari siciliani, ma anche in tutto
il Mediterraneo e l'Adriatico.
Le tre superiori specie, quantunque per mole e per
colorazione e, direi pure, per l'aspetto generale, abbiano
caratteri di una certa rassomiglianza fra loro, pur
nondimeno qualunque dilettante di ittiologia, col ricordo
dei caratteri inerenti alla speciale conformazione del
capo, della bocca, dei denti, delle fessure branchiali e
delle pinne, fa una facile ed immediata distinzione. Io
non vidi l'animale, soltanto, mediante accurata inchiesta
riuscii a raccogliere taluni caratteri zoologici, che ho
ragione di ritenere esatti o quanto meno attendibili; e
questi unitamente a quelli della dentatura, da me
personalmente studiati, sono sufficienti per avviare ad
una diagnosi certa. Per brevita' e migliore intelligenza
del lettore, riassumo in uno specchietto i caratteri
zoologici delle tre superiori specie, secondo le
indicazioni di Doderlein (Doderlein P. - Manuale
ittiologico del Mediterraneo, fascicolo I Palermo 1881 -
pag. 60-68), da Bonaparte (Bonaparte C.L. - Iconografia
della Fauna Italiana per le quattro classi degli Animali
Vertebrati vol.III,Pesci,Roma,1832-1841) e da altri
autori; coll'intesa pero' che trascrivo soltanto una parte
di essi, quelli cioe' che si riferiscono ai sopra
elencati, da me raccolti, tacendo delle branchie, delle
quali non posso dire altro, che esse erano in numero di 5
paia.
| |
LAMNA CORNUBICA |
LAMNA OXYRHINCHUS |
CARCHARODON
CARCHARIAS |
| Corpo |
Fusiforme,
arrotondato, turgido nel mezzo |
Fusiforme,
arrotondato,alquanto più rigonfio dietro le
pettorali |
Grosso, fusiforme,
piu' turgido anteriormente |
| Testa |
Subconica,
appianata sulla fronte, con muso piramidale,
acuto, ad apice arrotondato e leggermente rivolto
all'insu' |
Piramidale,
quadrangolare,allungata, con muso molto lungo
piramidale, rettilineo, appuntito all'apice |
Grossa, conica, un
poco appianata superiormente, con muso breve,
ottuso, piramidale, diritto |
| Occhi |
Rotondi |
Grandi e ovali |
Proporzionatamente
piccoli |
| Denti |
Lunghi, stretti,
triangolari, acutissimi, appianati anteriormente,
convessi posteriormente, a margini taglienti,
lisci; provvisti negli adulti di uno o due piccoli
rialzi conici alla base e di uno solo nei giovani;
eguali in ambo le mascelle |
Generalmente
lunghi, lanceolati, lisci, taglienti; privi di
rialzi basali e di dentelli laterali varianti di
forma nelle due mascelle e secondo la posizione |
Grandi, larghi,
appiattiti, triangolari, diritti, taglienti, coi
margini profondamente seghettati, della lunghezza
talvolta di 3-4 cm.; decrescenti in dimensione
dall'avanti all'indietro simili in ambo le
maschelle; nessun dente mediano |
| Pinna caudale |
Semilunare, col
segmento superiore due volte più lungo
dell'inferiore |
Semilunare, con
lobo superiore alquanto più lungo dell'inferiore |
Semilunare con
lobo superiore un quarto più lungo dell'inferiore |
| Pelle |
Finemente
zigrinata |
Finemente
zigrinata |
Finissimamente
zigrinata |
| Colore del corpo |
Superiormente
ardesiaco-cupo, inferiormente bianco |
Grigio
ardesiaco-cupo superiormente, biancastro
inferiormente |
Ardesiaco
superiormente, biancastro inferiormente |
| Lunghezza |
3-4 fino a 6 m |
2-4 m |
4-7 fino 12 m |
Se noi
conforntiamo i caratteri zoologici dello Squalo pescato
nelle acque di Augusta, con quelli delle tre specie sopra
elencate, pur non tenendo conto di quelli che riguardano
la lunghezza, il colore del corpo, il grado di zigrinatura
della pelle e la conformazione generale delle pinna
caudale, che su per giu' poco differiscono da l'una
all'altra specie, e nell'esemplare in studio, per
quanto riguarda i rapporti di lunghezza fra i due lobi
della caudale, non abbiamo potuto precisare, acquistiamo
la certezza che il nostro esemplare e' un individuo adulto
di Carcharodon carcharias.
Siamo autorizzati a fare tale diagnosi dai caratteri che
riguardano la forma e la dimensione del corpo, della
testa, degli occhi e dei denti specialmente. E difatti il
corpo e' grosso e piu' turgido anteriormente; la testa
voluminosa, conica, un poco depressa sulla fronte, con
muso corto, ottuso e dritto; gli occhi piccoli
relativamente alla mole del corpo; i denti poi hanno tutte
quante le caratteristiche di quelli del Carcharodon per
grandezza, forma, disposizione ecc. A conferma della
diagnosi, mostrai a marinai, pescatori e colleghi in
medicina, che avevano visto il grosso pesce, le tavole
cromolitografiche degli squali, comprese nella classica
opera di Bonaparte; ed eglino, senza esitanza alcuna,
furono tutti concordi nell'indicarmi la figura del
Carcharodon carcharias. IL Carcharodon carcharias e' tra
gli squali nostrani una delle specie meno frequenti.
Secondo Doderlein oltre che raro nelle coste del
Portogallo, lo e' pure nell'Adriatico (Venezia e Trieste),
non pero' nella Dalmazia, ove, secondo Perugia ne furono
catturati otto individui dal 1877 al 1879. Anche raramente
si rinviene nel mediterraneo(Nizza, Marsiglia,Sicilia),
meno a Cette, dove invece da Moreau e' ritenuto piuttosto
frequente. In talune localita' delle coste sicule, come a
Messina, sarebbe accidentale, e cio' in contraddizione con
quanto asseri' Tuttolomondo (Tuttolomondo A. - Fauna
ittiologica del compartimento marittimo di Catania). E'
possibile, come pensa Doderlein, che alcuni di quei grossi
Pescicani, che Massa e Moggitori danno presenti nelle
acque di Sicilia, insidiando i pescatori nelle loro
battaglie, si riferiscano ad individui di Carcharodon, ma
da cio' all'esser questa specie frequente mi pare che ci
corra. Infatti Doderlein stesso afferma che deal 1862 al
1881, anno in cui fu pubblicato il suo 'Manuale
ittiologico del Mediterraneo', il Carcharodon Carcharias
non "venne colto in nessuno dei circondari marittimi
settentrionali dell'isola"; e riferirsi due sole
osservazioni non sue, riguardanti l'una la cattura nel
golfo di Catania di un individuo di 10 piedi di lunghezza,
descritto brevemente, ma con chiarezza, sotto nome di
Squalus carcharias, dal prof. Carlo Gemmellaro (GEMMELLARO
C. - Saggio d'Ittiologia del Golfo di Catania;in
"Atti dell'Accademia Gioenia di Scienze Naturali di
Catania", serie II,vol. XIX, anno 1864, pag. 120), e
l'altra l'avvertimento nel canale di Messina di un grosso
individuo, che tento' di aggredire una barchetta di
pescatori. Marinai e pescatori, vecchi ed esperti, da me
accuratamente interrogati, mi assicurano che nel golfo di
Catania "u tunnu palamitu di funnu", come essi
chiamano il Carcharodon Carcharias, e' stato pescato
un'altra volta circa undici anni addietro. Possiamo pero'
ritenere, non per la specie in discorso, in genere per gli
Squali di grossa mole, chiamati volgarmente col nome di
Piscicani, essere piu' rari nel golfo di Catania, anziche'
nelle acque di Messina, ove, d'estate, costituiscono serio
pericolo per i bagnanti, soprattutto nella localita' di
Timpazzi. Sono pochi i Musei Zoologici Italiani ,che
posseggono un gigantesco Squalo: in quello di Padova
figura un esemplare di m. 4.90, e in quello di Genova un
altro, piccolo, di m. 2.23; a Palermo esiste soltanto una
mascella, ceduta in cambio dal direttore del Museo dei
Vertebrati di Firenze, prof. Giglioli. In una delle grandi
sale superiori del Museo Zoologico di Roma trovasi sospeso
un bell'esemplare della lunghezza di m. 6, catturato a
Porto S. Giorgio (Marche). Altro esemplare forse un poco
piu' grande del precedente, e' quello avuto dal prof.
Carruccio, e che si conserva nel Museo Zoologico di
Modena. Esso fu catturato nel golfo di Genova, e ancor
fresco spedito a Modena, ove venne studiato dal direttore
di allora , chiarissimo prof. Antonio Carruccio, che,
oltre la preparazione tassidermica, fece eseguire vari
preparati anatomici.Lo stomaco, in cui fu rinvenuto un
vero bazar sui generis (cani, gatti, molluschi, un paio di
vecchi pantaloni da marinaio, un paio di stivali pure
vecchi, pezzi di canovaccio, ecc.), ripulito accuratamente
e preparato, era cosi' ampio, da potere ospitare, con
comodita', un individuo adulto; come, scherzosamente,
volle provare il compianto prof. Bergonzini, a quell'epoca
I° Assistente alla Cattedra, il quale, introdottosi di
nascosto, salto' fuori di botto, destando la sorpresa e l'ilarita'
dei compagni di studio, che lo salutarono novello Giona.
Cio' avveniva verso il 1879-1880, come mi assicura il mio
caro ed antico direttore dell'Istituto Zoologico di Roma.
Leggendo l'interessante monografia del prof.
G.G.Gemmellaro (GEMMELLARO G. G. - Ricerche sui pesci
fossili della Sicilia; in "Atti dell'Accademia
Gioenia di Scienze Naturali di Catania", serie
II,vol. XIII, anno 1857, pag. 299-310) ,si apprende che il
genere Carcharodon, adesso divenuto raro nei nostri mari,
nell'epoca miocenica e pliocenica doveva essere
comunissimo e di mole 4-5 volte maggiore della' attuale; e
rappresentato da diverse specie, piu' o meno affini, ma
non identiche al C. carcharias. Cio' vien dimostrato dal
rinvenimento nei depositi marini di quelle epoche, in
parecchie localita' siciliane, d'una notevole quantita' di
grossi denti triangolari a margini seghettati lunghi fino
a 10 e 12 cm. In generale i Pescicani sono esseri robusti,
arditi, rapaci e voraci nel vero senso della parola:
"afflitti da una fame che nulla mai satolla",
rigettano "gli alimenti, che inghiottono, digeriti a
meta', per cui sono costretti a riempire lo stomaco di
continuo vuoto. Divorano quanto e' divorabile, e si sono
trovati in essi gli oggetti piu' diversi", stracci,
scarpe, pezzi di legno, caffettiere di stagno, che a dire
di Bennet, vengono facilmente attaccate e sciolte dal
succo gastrico. Gessner, a Marsiglia, vi trovo' un uomo
armato di tutto punto. La fortuna, toccata al profeta
Giona di rivedere le stelle dopo tre giorni di pacifica
dimora nell'ampio stomaco, e quella pur essa mirabolante
del marinaio che, ingoiato da un Pescecane, venne vomitato
vivo, in seguito all'uccisione di questo per mezzo di un
colpo di cannone, disgraziatamente e' cosa che non si
ripete piu'! Purtroppo chi entra vivo nelle ampie fauci
d'un grosso Squalo, vi trova sempre la tomba, come
generalmente accade a quei poveri infelici, che nel
Mediterraneo precipitano da bordo. E l'insaziabile
voracita' di tali pesci non si manifesta tanto pei vivi,
ma anche pei morti; difatti quando "la febbre gialla
fa strage a bordo, ed un cadavere dopo l'altro dev'essere
buttato in mare, il loro aspetto e' ben fatto per
infondere lo spavento ai piu' coraggiosi. Durante la
battaglia navale di Abukir si vedevano i pescicani
circolare in mezzo ai vascelli delle due flotte, ed
aspettare i soldati, che cadevano dal bordo". Il C.
carcharias, senza dubbio ,e' fra gli Squali una delle
specie piu' voraci. "La maggior parte delle
carneficine" dice Bonaparte (Brehm A. E. - La vita
degli animali, vol. V. Napoli, 1872, pag. 845-863), "
che si raccontano operate da grandi pesci lungo la
spiaggia del Mediterraneo, si deggiono ripetere dalla
voracita' di costui. La sua bocca certamente, la sua gola,
i suoi denti sono oltremodo opportuni a lacerare qualunque
corpo assai duro, ad inghiottire un uomo sano intero: di
che non mancano lagrimevoli esempi, tra i quali si narra
che gli estraessero dallo stomaco talun corpo umano con
tutte le vestimenta, come lo aveva trangugiato ".
Una simile macabra scoperta pur troppo ce l'offri' lo
Squalo, pescato nelle acque di Augusta, nel cui tubo
digerente furono rinvenuti, in mezzo ad altro materiale,
avanzi di parecchi cadaveri umani, illustrati, dal punto
di vista della medicina forense, dal chiarissimo prof.
Gian Giacomo Perrando.
Osservazioni
medico-legali sui resti umani scoperti nel tubo digerente
del "Carcharodon"
L'accurata
relazione zoologica dell'egregio collega Condorelli sulla
interessante cattura del Carcharodon carcharias nelle
acque di Augusta ,acquista particolare interesse anche dal
punto di vista medico-forense. Perrocche' la diligente
identificazione di simile voracissima specie, fatta nella
luttuosa circostanza dell'immane ecatombe Calabro-sicula
del 28 dicembre u.s., ci riconduce col pensiero alle
insormontabili difficolta' in cui oggi si trovano lo stato
civile ed i rapporti di diritto privato delle citta' cosi'
miseramente distrutte in pochi secondi. Alla pietosa
ricerca dei resti mortali di tante povere vitime, alla
affannosa speranza di ristrovare tanti cari congiunti,
alla nobile ansia di veder risorgere a nuovi vincoli
sociali quelle terre desolate, al dolore muto che
paralizza, al sentimento dei piu' cari affetti che oggi
ancora soffoca ogni altra iniziativa, subentreranno, con
la nuova vita, fra le tristi rimembranze, le pratiche
necessita' di ricostruzione dello stato civile e dei
rapporti economici dei successori. La vita sociale che
deve risorgere dai secolari robustissimi tronchi
abbattuti, anche economicamente, germogliera' dalle povere
radici, disperse, ancor vive e feconde. Si potra'
discutere se queste disgraziate persone siano state
inghiottite, cosi' come io penso, durante il terribile
maremoto, oppure siano state inghiottite dopo morte sia
perche' annegate, sia perche' buttate in mare nella
tremenda confusione della catastrofe. Si potra' discutere
ancora se sono state inghiottite dal Carcharodon durante o
subito dopo la loro morte, oppure dopo breve tempo; ma e'
certo pero' che quei corpi rimasero nel tubo digerente del
pesce pressoche' per tutto il tempo che intercorse fra la
loro tragica morte ed il momento del rinvenimento dei loro
resti disgraziati. Tutto cio', del resto, meglio
risultera' dai caratteri descrittivi di cui passiamo a far
cenno sommario. Appena sventrato il Carcharodon i resti
umani vennero pietosamente raccolti in due casse mortuarie
e trasportati alla camera mortuaria del cimitero di
Catania, ove ebbi l'opportunita' di poterli esaminare poco
prima che venissero esaminati. Come si puo' vedere
dall'annessa zincotipia, tratta da una fotografia eseguita
alla meglio in ambiente chiuso con giornata piovosa,
quell'informe carname umano giaceva sopra un carro
mortuario municipale. E' da notarsi anzitutto che furono
rinvenuti nel ventre del pesce e commiste alle carni
umane, anche dei resti di animali che ne furono separati
durante una prima cernita. Tuttavia sul carro di carname
umano che si apprestava all'inumazione trovammo ancora
qualche altro resto residuo animalesco e precisamente
alcune ossa lunghe ed un cranio di cane adulto, parecchie
vertebre dorsali di un grosso mammifero quale potrebbe
essere un bovino. Queste ossa erano completamente denudate
di parti molli e corrose dai succhi digestivi, cosicche'
non credo che potessero appartenere alla stessa epoca dei
resti umani e, cioe', credo che dovessero appartenere a
preda anteriormente fatta dal Carcharodon. Il materiale
umano, come si vede dalla figura, consisteva
principalmente in pezzi di arti e di un tronco ancora
rivestiti dalle loro parti molli, per quanto orribilmente
sfragellati, sbrandellati, e cincischiati in modo
indescrivibile. Questo carname era nel complesso di
reazione debolmente acida, inodoro, molliccio, quasi
gelatinoide, viscido, scorrevole, di colorito
roseo-cinereo, senza alcun indizio di processo
putrefattivo. La mollezza e la viscidita' dei tessuti era
la nota caratteristica predominante, tantoche' la cute, i
muscoli, le interiora, e tutti gli organi, perduta ogni
loro consistenza, si accavallavano gli uni sugli altri
cosi' come un ammasso di budella. Altra caratteristica era
lo sbrandellamento cutaneo tanto che larghi tratti di arti
presentavano le masse muscolari completamente decorticate.
Contuttocio' i singoli tessuti erano tuttavia
riconoscibili nella loro struttura. Le Ossa erano in gran
parte stritolate, specialmente quelle di una testa di uomo
adulto che era convertita in un sacchetto informe di
frantumi ossei. Le ossa lunghe, anche se denudate delle
parti molli, erano ancora intaccate dai succhi digestivi,
altre ossa invece piu' tenere e specialmente quelle piatte
di un teschietto disfatto di bambino, erano alquanto
corrose dai succhi digestivi e talune convertite in lamine
pieghevoli fibrose per l'avanzata decalcificazione. I
Muscoli erano di un roseo-pallido tendente al cinereo,
d'aspetto uniforme, mollicci, come lungamente macerati
nell'acqua. Per quanto molli ed imbibiti, erano pero'
assottigliati nel volume dei loro ventri carnosi, cosi'
come nella struttura delle loro fibre. La cute
sbrandellata era ben riconoscibile nei suoi caratteri, per
quanto in gran parte mancante degli strati cornei. La
superficie del derma era pero' bianchissima, tumida per
imbibizione, viscida e slavata, cosi' come avviene per
protratta macerazione. Gli sbocchi delle glandole ed i
bulbi piliferi spiccavano notevolmente come punticini
salienti. I peli erano caduti o cadenti con tutta
facilita', ma, come le unghie, le produzioni cornee erano
ben riconoscibili. Il grasso ed i connettivi erano ben
conservati per quanto scoloriti e viscidi. I Vasi erano
vuoti di sangue. Le matasse sbrandellate, che furono
trovate annesse allo stomaco sbrandellato di un uomo,
erano di aspetto quasi normale, fatta eccezione del solito
scoloramento esangue. Si noti che gli intestini erano
ancora integri e contenevano ancora masse fecali
consistenti brunastre, cosi' come integro trovammo lo
stomaco contenente scarsa quantita' di un materiale
poltaceo biancastro. Il Fegato, che era annesso al tronco
suddetto, era invece di colorito rosso-bruno intenso,
quasi nerastro e specialmente interessante e' il fatto di
averlo ancora trovato intatto nelle sue forme ed
abbastanza ben conservato. Il suo volume era pero'
alquanto ridotto. Non era sede di alcuna alterazione
anatomo-patologica e la sua ottima conservazione faceva
anche contrasto col rammollimento di molti altri tessuti
piu' resistenti e faceva meraviglia data l'epoca del
decesso. Il cuore ed i grossi vasi, annessi a questo
tronco, erano pure ben conservati, per quanto scoloriti.
Il miocardio pero' era molto flaccido, friabile e simile
ai muscoli in quanto rigurda i caratteri delle sue carni.
Le cavita' cardiache erano completamente vuote di sangue.
La milza era flaccidissima, molle, spappolabile, scolorita
e di volume ridotto. Altrettanti caratteri si trovano in
un unico rene rinvenuto isolatamente in mezzo al carname
descritto. Dato il numero sterminato delle vittime
ignorate del terremoto, forse, nessuno sapra' mai con
certezza a quali persone abbiano appartenuto i resti
mortali da noi esaminati, perrocche' mille e mille altre
vittime sconosciute potrebbero presentare caratteri
anatomici di eta', di sesso, di condizione sociale, ecc.,
uguali a quelli che si possono desumere dalle nostre
constatazioni necroscopiche. Per questo, ripeto, si
rendeva superfluo ogni tentativo di identificazione
personale, gia' per se' stessa difficile a rilevarsi date
le alterazioni e specialmente lo strazio comminutivo di
queste misere carni. Diremo quindi sommariamente che
queste membra dilaniate appartennero almeno a tre distinte
persone. Basta dare un'occhiata alla annessa figura per
riscontrare a destra due arti inferiori stritolati di
adulto, i cui piedi, disposti in basso, si mostrano
tuttavia calzati di robuste e grossolane scarpe. A
sinistra e' pure visibile, nella fotografia, un altro arto
inferiore di adulto, non calzato, cui stava vicino l'altro
arto corrispondente sminuzzato appartenente, di certo alla
stessa persona. Al centro era disposto un tronco d'adulto
colla testa sminuzzata, irriconoscibile in alto e le
interiora scorrenti in basso. Molto in alto ed al centro
si riconosce un pezzo di colonna vertebrale dorsale con
annesse arcate costali appartenenti certamente ad un
bambino. Non riferiremo in dettaglio i rilievi fatti per
stabilire i caratteri d'eta', di sesso, e di condizione
sociale delle persone cui si riferiscono questi principali
pezzi anatomici, non potendo avere alcuna importanza ne'
pratica, ne' scientifica per le ragioni gia' dette. Diremo
soltanto che da questi rilievi e' risultato che il
bambino, cui apparteneva l' accennato pezzo di gabbia
toracica, e di cui si trovarono ancora un corrispondente
omero, due ulne ed una tibia con parti molli sbrandellate
, nonche' qualche osso piatto del cranio, fra cui un osso
occipitale decalorificato visibile nella figura in alto ed
a sinistra come una macchietta biancheggiante, risulto'
della eta' di circa cinque o sei anni. Ci risulto' poi che
gli arti addominali, ancora calzati posti a destra della
nostra figura, appartennero allo stesso individuo cui
appartenne il tronco con annessi visceri addominali che si
vedono nella parte infero-mediana del carro. Cio' si
desume da raffronti fatti sulle dimensioni del corpo e
specialmente pei caratteri della cute e dei peli.
Quest'individuo era dell'eta' di circa cinquant'anni e di
sesso maschile. Cio' risulta non tanto dai caratteri delle
ossa e dei denti, quanto dai residui di barba che ancora
si vedevano sulle guancie della testa stritolata; il cui
cuoio capelluto e' ancora rivestito di capelli forti,
castagni scuri, ormai brizzolati e tagliati corti alla
lunghezza di circa 3 cm. E' probabile che la condizione
sociale di quest'uomo non fosse certo elevata, perocche'
le grossolane scarpe di cui e' calzato portavano chiodi e
rattoppi, cosi' come portavano rattoppi misere e
grossolane calza corte di maglia di cotone che si
trovarono sotto le scarpe. Un particolare relativo alle
scarpe, che merita altro rilievo, e' quello relativo al
loro colore. Il cuoio di cui erano formate risultava di
colorito naturale, come conciato di recente, senza
lucidatura o tinzione. E' da credere che l'azione
macerativa e digestiva del Carcharodon abbia indotto
quest'aspetto specie nella suola delle scarpe che,
peraltro, in origine poteva essere tinta con lucido nero
od altro che poi si e' disperso. I chiodi delle scarpe
erano splendenti, come limati di fresco, e cio' sempre in
dipendenza dell'azione dei succhi digestivi. Gli arti
addominali, di cui uno figura a sinistra della nostra
fotografia appartennero, verosimilmente, ad una donna per
i caratteri della cute, sia per quelli di un pezzo di osso
iliaco, sia infine per un lembo di veste che ancora copre
il fianco e l'arto, veste costituita da una falda di lana,
rattoppata, di sottile tela di cotone di colore bleu o a
disegni. Non e' lecito stabilire l'eta' di questa donna
che dovea essere di media statura e certamente adulta.
Sono quindi nel numero minimo di tre persone quelle cui
appartennero i pezzi anatomici estratti dal Carcharias da
noi segnalato. Dico in numero minimo di tre, perche' i
frammenti ossei di carne umana dilaniata erano cosi'
cospicui da non potersi escludere che qualche altro
brandello potesse appartenere a qualche altra persona.
Questa molteplicita' di cadaveri umani trovati nello
stomaco del mastodontico pesce e' altro indizio che le
straziate vittime sono riferibili alla tremenda ecatombe
Calabro-sicula del 28 Dicembre u.s.; essendo inverosimile
datare ad altra circostanza favorevole al macabro pasto da
noi descritto al di fuori della coincidenza della cattura
del Carcharodon nelle acque di Augusta appena un mese dopo
del terremoto e maremoto verificatosi nelle spiaggie
siciliane. Ho detto non essere facile il decidere se
queste altre vittime umane, cosi' stranamente inumate nel
corpo di un pesce, siano state inghiottite viventi o dopo
la morte riscontrata per annegamento od in altra maniera.
Pensando pero' che questi disgraziati dovevano essere
vestiti dei loro indumenti (gonna di donna,piedi calzati
di uomo) allorche' vennero inghiottiti dal Carcharodon, e'
lecito arguire che non si tratti di vittime schiacciate
dalle macerie e buttate poi in mare, giacche' quasi tutte
le vittime furono colte dalla tremenda catastrofe all'alba
luttuosa, mentre i piu' dormivano nei loro letti e percio'
erano svestiti. Probabilmente si tratta di persone
sorprese alla spiaggia od in qualche piccolo scafo durante
il maremoto, come purtroppo avvenne per tanta povera
gente. Ancor vivi, o magari, appena annegati furono
dilaniati ed inghiottiti dal Carcharodon. Non credo
d'altronde che fosse intercorso un tempo lungo fra il
momento della loro morte ed il momento in cui i miseri
corpi dilaniati vennero inghiottiti; perche' le carni e
specialmente i visceri non presentavano alcun indizio di
comuni e pregressi processi putrefattivi o cadaverici
inoltrati; il fegato, la milza, gli intestini erano,
meravigliosamente, in codizioni di buona conservazione e
privi assolutamente di qualsiasi infiltrazione gassosa
putrida. Da quanto ho esposto restano dunque stabiliti i
piu' grossolani caratteri di resti umani dopo la loro
permanenza per circa un mese nel tubo digerente di un
Carcharodon carcharias. Molte altre particolarita',
specialmente istologiche, sarebbe stato opportuno di
raccogliere se le circostanze di tempo e di luogo ce lo
avessero consentito. I caratteri rilevanti dimostrano
frattanto: 1) che per quanto si tratti di specie marina
orribilmente voracissima, i succhi digestivi, in un mese
di tempo, attaccarono debolmente le ossa decalcificandone
soltanto quelle piu' sottili e piu' tenere; dimostrandosi
inoltre che le attivita' assimilative, piu' che per azione
chimico-digestiva si svolgono per graduale diretta
estrazione assorbente di succhi solubili; 2) che i visceri
ed i muscoli umani si conservano assai bene identificabili
nei loro speciali caratteri, per quanto presentassero un
tipico e notevole rammollimento viscido, macerativo ed un
marcato assottigliamento per probabile estrazione di lor
parti protoplasmatiche solubili; 3)che di fronte
all'orribile maciullamento e sbrandellamento dei corpi
umani, fa contrasto la relativa integrita' e conservazione
anatomica di delicati organi parenchimali e specialmente
del fegato, della milza e degli intestini; 4)che questa
conservazione dei caratteri anatomici e perfino la
conservazione di resti di indumenti (veste, scarpe, calze)
permette ancora, dopo un mese, utilissimi rilievi per la
identificazione personale dei soggetti inghiottiti.
|